SOGLIE DI MARMO, BUCHETTE NEL TERRENO, BLOCCHI DI PARTENZA…LANCIANO L’ATLETA VERSO IL FILO DI LANA

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SOGLIE DI MARMO, BUCHETTE NEL TERRENO E…INFINE BLOCCHI DI PARTENZA!
L’esigenza di avere un supporto fisso dal quale prendere lo slancio al momento della partenza, è stata avvertita dagli atleti fin dai più remoti.
Tra i reperti più famosi rinvenuti fra le rovine dello stadio di Olimpia, spazio ubicato sulle pendici del monte Cronio, figurano infatti due fasce di pietra collocate sui lati corti dello spazio di terreno riservato alle competizioni. Le due strisce, leggermente inclinate, presentano due scanalature nel senso della lunghezza, che servivano agli atleti impegnati nella gara dello stadio (m. 197,27), per prendere più velocemente l’avvio.
Solo con l’avvento delle piste in cenere prima, e in tennisolite poi, il punto di appoggio venne ricercato dai concorrenti sul terreno, con la creazione di buchette realizzate con spatole da muratore, di profondità sufficiente a far entrare nel terreno tutte e due i piedi dell’atleta. La buchetta che ospitava il piede di spinta era leggermente più profonda dell’altra, che doveva servire solo di appoggio e quindi subire una pressione inferiore.
Lo statunitense Archie Hahn, vincitore del titolo dei 60, 100 e 200 metri ai Giochi Olimpici del 1904 disputatisi a St. Louis, nel suo libro How to sprint, pubblicato nel 1925 dall’American Sports Publishing Company di New York, illustra con dovizia di particolari, ed anche con disegni esplicativi, come dovevano essere costruite le starting holes.
Come è facilmente intuibile le operazioni di costruzione delle buchette di partenza presentavano problematiche di ordine pratico, in quanto non sempre gli organizzatori mettevano a disposizione dei concorrenti un adeguato numero di palette per la realizzazione dello scavo sulla pista, e conseguentemente i tempi di allungavano paurosamente.
La friabilità del materiale con il quale erano costruite le piste (quasi sempre un composto di scorie di carbone residui del materiale fossile utilizzato dalle locomotive e sabbia viva da costruzione), rendeva inoltre assai precaria la stabilità egli atleti al momento dello start.
Ecco allora che due americani: George T. Bresnahan, allenatore e assistente di educazione fisica, e William W. Tuttle, professore di fisiologia, entrambi dell’Università di Iowa, misero a punto nel 1927 un attrezzo che sostituiva le tradizionali buchette, assicurando agli atleti una stabilità più sicura sul terreno e una più efficace spinta al momento della partenza.
L’idea venne brevettata dal solo Bresnahan (assistito dall’Avv. Edgard Allen), il quale presentò la documentazione all’ufficio competente il 21 aprile 1927. Il brevetto venne rilasciato il 5 febbraio 1929 e fu registrato al n. 1.701.026 del registro ufficiale dei brevetti con la denominazione di foot support.
I due studiosi, nel corso della fase di sperimentazione, arrivarono a quantificare in 34 millesimi di secondo il vantaggio assicurato dall’uso dei blocchi in una gara di 100 metri, rispetto alla partenza dalle buchette.
L’avvento dei blocchi di partenza in gare ufficiali ebbe tuttavia tempi molto lunghi. Nel frattempo coloro che li usarono videro annullate le loro prestazioni dall’intervento censorio della I.A.A.F.
Fu quanto successe a George Simpson della Ohio State University che vide annullato il primato di 9.4 sulle 100 yards ottenuto il 7 giugno 1929 durante i campionati della NCAA, proprio per aver usato gli starting-blocks.
Stessa sorte per l’americano Hubert Meier, che il 24 maggio 1930 ottenne anche lui la medesima prestazione a Lincoln.
La questione dei blocchi di partenza venne affrontata una prima volta dalla Commissione Tecnica della I.A.A.F. nel corso del X Congresso tenutosi all’Hermhaus di Berlino dal 20 al 21 maggio 1930.
L’ungherese Szilard Stankovits, incaricato di studiare le problematiche connesse con l’uso dei blocchi, giunse a concludere che l’uso di questi attrezzi doveva intendersi proibito nelle competizioni internazionali, e che non doveva essere riconosciuto come record alcun risultato di corsa nella quale fosse stato impiegato lo starting-blocks.
Si andò avanti così per anni, fra una riunione del Congresso della I.A.A.F. e l’altra. La Commissione Tecnica della I.A.A.F. dette sempre parere negativo e quindi i blocchi di partenza non furono usati né ai Giochi di Los Angeles del 1932, né ai successivi di Berlino del 1936, nonostante che in favore della novità si fossero espressi i più famosi tecnici dell’epoca e gli stessi atleti.
Nel 1939 il R.T.I. così si esprimeva a proposito dell’uso della tanto discussa attrezzatura: “blocchi di partenza o appoggi per il piede, possono venir usati, non come aiuto materiale dell’atleta, ma per preservare da danni la pista e per maggior speditezza nello svolgimento del programma di gare”.
Bisognerà attendere i Giochi di Londra del 1948 per vedere all’opera questi importanti strumenti che rivoluzioneranno le tecniche di partenza e segneranno un’altra delle grandi evoluzioni storiche nel settore della velocità.

IL FILO DI LANA…
La nascita di questo accorgimento, che da semplice strumento di aiuto al giudice di arrivo ed al cronometrista, è diventato sinonimo di vittoria acciuffata all’ultimo istante o di successo conquistato di misura, avviene quasi certamente fra il 1906 e il 1908 ed entra subito di prepotenza nel linguaggio comune di tutti i giorni.
L’uso sportivo di questo manufatto di derivazione animale, entra con tutti i diritti nell’immaginifico popolare, alla pari della leggenda della mitica Arianna che con un gomitolo di lana, aiutò Teseo e gli Argonauti ad uscire dal labirinto del Minotauro.
La foto della vittoria nei 100 metri di Archie Hahn ai Giochi Intermedi di Atene del 1906, ci mostra infatti una linea di arrivo ancora non caratterizzata dalla presenza del filo di lana, che incontrò invece il petto del sudafricano Reginald Walzer, vittorioso nella stessa gara ai Giochi di Londra del 1908.
Anche i torsi vittoriosi di Ralph Craig (Stoccolma, 1912), Charles Paddock(Anversa, 1920) e Percy Williams (Amsterdam, 1928), trovarono sul loro cammino il filo di lana da infrangere quasi a suggello del loro successo.
Il filo di lana teso dal petto vigoroso del piccolo Eddie Tolan, e l’aiuto della Kirby Camera, ci hanno dato la sensazione netta della vittoria dell’americano sul connazionale Ralph Metcalfe, al termine della finale dei 100 metri dei Giochi di Los Angeles del 1932, documentando un successo che neppure il cronometraggio automatico (10.38 per entrambi) era riuscito a determinare con sicurezza.
Non ebbe problemi invece Jess Owens che nel tagliare il traguardo di Berlino ’36, infranse con le braccia il filo teso fra i paletti dell’arrivo, quasi in senso di sfida, con la stessa rabbia con la quale spezzarono (nel vero senso della parola) il filo di lana i nostri due marciatori campioni olimpici Pino Dordoni e Abdon Pamich.
Sul filo di lana, specie nelle gare riservate al gentil sesso, si sono sprecati aneddoti e citazioni, come quello che coinvolse la nostra Ondina (Trebisonda) Valla dopo la vittoriosa finale di Berlino ’36 nella gara degli 80 metri ostacoli.
Ascoltate cosa accadde.
Degli 8 successi conquistati dall'Italia a Berlino, il più sorprendente arrivò dall'atletica leggera con Ondina Valla, prima tra le atlete italiane a vincere una medaglia d'oro olimpica. La nostra specialista superò facilmente le batterie qualificandosi per le semifinali, nel corso delle quali sbalordì anche se stessa eguagliando il record del mondo in 11″6. La finale fu incertissima: cinque atlete si contesero sino a dieci metri dal traguardo la vittoria, finché Ondina Valla, con uno scatto, riuscì a vincere superando di pochi centimetri la tedesca Steuer e la canadese Taylor. Si disse che il filo di lana fu tagliato per primo dal seno dell'italiana, che rispose, sorridendo: “Non è vero, perché non l'ho mai avuto abbondante e pertanto non ebbi alcun vantaggio dalla misura del mio seno”.
Il filo di lana venne malinconicamente raggomitolato, e messo in soffitta quando al suo posto furono chiamate due algide cellule fotoelettriche, che implacabilmente facevano, prima imprimere su pellicola, e poi trasmettere al computer, il momento topico nel quale l’atleta infrangeva il raggio che esse si scambiavano dai due lati opposti della pista.
Ma all’atleta mancò, almeno i primi tempi, quel punto di riferimento visibile a indicare il traguardo e quella sensazione piacevole di contatto che, almeno per il primo classificato, dava la certezza della vittoria.

fonte: redazione di Atleticanet
fonte foto: Foto tratta da un quadro di casa Valla-De Lucchi

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