MONDIALI INDOOR DI VALENCIA – SECONDA GIORNATA

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Gare combattute e prestazioni di rilievo hanno caratterizzato la seconda giornata della rassegna iridata di Valencia. Sorprese clamorose le assenze, nelle rispettive finali di 60 ostacoli, di Dayron Robles e Susanna Kallur. Poi la Cusma a lenire le sofferenze azzurre.

Chi pensava a questa edizione di Mondiali indoor come la solita passerella dei pochi campionissimi presenti verso una vittoria facile facile nella propria disciplina, avrà dovuto ricredersi dopo il secondo pomeriggio nell’impianto coperto di Valencia. E’ vero che in molti hanno disertato gli impegni indoor quest’anno con il pensiero alle Olimpiadi, ma l’atletica è uno sport che vive di competizioni, sforzo fisico, capacità tecniche, insomma di agonismo, una componente che non è mancata neanche stavolta.

Lo sa bene Dayron Robles, il giovane talento cubano, favorito della vigilia sui 60 ostacoli alla stregua di sua maestà Xiang Liu. I due erano appaiati nella batteria mattutina: ai vostri posti, pronti, lo sparo… con Liu a schizzare dai blocchi e Robles fermo sui blocchi in attesa della falsa. Falsa che in realtà non c’è, il cinese è uscito dai blocchi con un tempo di reazione straordinario ma regolare, 0.105. Così finisce nel modo peggiore la partecipazione mondiale di Robles in lacrime al traguardo dopo aver provato a rincorrere gli altri. Un errore dettato probabilmente anche dall’inesperienza di un campione che ancora molto potrà dire in carriera, seguendo magari gli insegnamenti di chi ha fatto la storia della specialità come lo statunitense Allen Johnson. L’americano era giunto in Spagna con l’obiettivo di dar fastidio al podio, è tornato a casa con uno splendido argento, alle spalle del solo Liu, vincitore senza particolari patemi di una finale un po’ monca: 7.46 il crono del cinese, contro il 7.55 di Johnson, cinque centesimi meglio dell’accoppiata di bronzo Borisov-Olijars.

Un’altra assenza pesante è stata quella della fresca primatista mondiale dei 60 hs, la svedesina Susanna Kallur, assente in semifinale per un infortunio muscolare accusato durante il riscaldamento. L’infortunio, la cui entità è ancora da valutare, ha consegnato le chiavi del successo all’americana Lolo Jones, capace di mantenere la calma in una finale caratterizzata dal capitombolo all’ultimo ostacolo di Josephine Onya, atleta di casa ed accreditata rivale: 7.80 il tempo della Jones, a precedere la connazionale Candice Davis e la cubana Anay Tejeda.

Quelle degli ostacoli sono state le ultime finali di una serata comunque ricca di colpi di scena, a cominciare dallo splendido duello sulla pedana dell’alto, con due fenomeni di nome Yaroslav Rybakov e Stefan Holm, a darsi battaglia a quote “over 2,30”. Rybakov sembrava aver qualcosa in più dello svedese fino a 2,34, con salti puliti e ben impostati, poi un errore a 2,34 ha fatto scattare la molla negli ingranaggi di lancio di Holm. Passaggio a quota 2,36 e superamento al primo tentativo. E’ il salto che consegna la vittoria al “piccolo” svedese, uno dei massimi interpreti mondiali di ogni tempo. Terzi a pari merito il cipriota Ioannou e l’americano Manson.

All’ultimo salto si è decisa anche la gara di triplo femminile, grazie all’impresa della cubana Yargelis Savigne. Ad Osaka la cubana amazzò la gara al primo salto, stavolta ha dovuto ricorrere ad un fantastico 15,05, personal best oltre che record d’area, per aver ragione di una formidabile Devetzi. La greca aveva infatti ottenuto il record nazionale con 15,00, misura che le aveva già fatto pregustare il primo gradino del podio. Ma con una fuori classe come la Savigne non è mai detta l’ultima parola. Terza la slovena Sestak con 14,68, incapace di ripetere una performance da mondiale stagionale.

Inaspettata è poi stata la vittoria dell’etiope Mekonnen nei 1500. Atleta di poco più di venti anni, ha saputo resistere nella volata finale ai ben più esperti keniani Simotwo e Kipchirchir Komen, ed anche ai tentativi di squalifica dei giudici, per un peccato veniale di invasione di corsia. Se Mekonnen si segnala al mondo come una delle speranze del mezzofondo mondiale, il mezzofondo spagnolo conferma di essere la miglior realtà europea con il bronzo di Juan Higuero ed il quarto posto di Arturo Casado.

Nel lungo maschile privo dei migliori, compreso il nostro Andrew Howe, si è imposto il sudafricano Godfrey Mokoena, con un normale 8,08. Secondo posto per lo spilungone inglese Chris Tomlinson con 8,06 e terzo per il saudita Al Khuwalidi, con 8,01.

Vittoria tutt’altro che sensazionale nell’asta per Yelena Isinbayeva, apparsa più terrestre che in altre occasioni. La russa si è dovuta guardare dall’americana Jenn Stuczynski, che alla fine ha concluso con la stessa misura di 4,75, ma con un numero di errori superiore. Un duello comunque interessante che probabilmente costituirà il motivo portante della specialità anche nella stagione all’aperto. A ben figurare è stata anche la brasiliana Murer salita fino a 4,70, nuovo personale e record d’Area, stessa misura della polacca Pyrek, anche lei bronzo a pari merito.

Sui 3000 ha giocato un po’ al “gatto col topo” Meseret Defar, di gran lunga più forte delle avversarie. L’etiope ha tenuto prevedibilmente a distanza la connazionale Melkamu e la marocchina Selsouli, in una gara dove non ha sfigurato la nostra Silvia Weissteiner, settima con il seasonal best di 8’49”11.

Parlando di azzurri, come ricordato già nell’apposito articolo, Elisa Cusma ha già conquistato uno spazio importante nella copertina della spedizione italiana, con il nuovo primato italiano sugli 800 di 2’00”36, strappato a Gabriella Dorio e conseguito al temine di una semifinale corsa in modo autoritario e con spiccato senso tattico. Se ancora è presente un po’ di benzina nelle gambe della modenese, la finale potrebbe anche riservare qualcosa di storico.

Ad un passo dalla storia è invece finita Micol Cattaneo, autrice nelle batterie dei 60 hs di 8”02, a soli 5 centesimi dal primato italiano di Carla Tuzzi, datato 14 anni fa. Micol non si è poi ripetuta in semifinale, fallendo l’accesso ad una finale che sarebbe stata alla sua portata.
Prova d’orgoglio anche per il giovane Lukas Rifeser negli 800. L’altoatesino dopo aver dato fondo alle sue energie nel primo turno, con una gara davvero pregevole, ha dovuto fare i conti con la fatica nella semifinale, finendo staccato in 1’51”20. Una buona esperienza comunque la sua, soprattutto in vista degli Europei del prossimo anno a Torino.

Al contrario Valencia non sarà un evento da ricordare per le due punte di diamante della squadra azzurra, Antonietta Di Martino ed Assunta Legnante. La saltatrice campana si è dovuta arrendere ad 1,93 nelle qualificazione dell’alto, sbagliando i tre tentativi a 1,96. Poco male perché le indoor non erano nei suoi programmi, ma qualcosa un tantino brucia lo stesso. A non darsi pace è stata invece Assunta Legnante, in giornata no e mai in gara nelle qualificazioni del peso. 18,24 l’unico lancio buono, troppo poco per un’atleta capace di ben altro al coperto. Chi invece ha mostrato un sorrisino è stata Chiara Rosa, moderatamente contenta per aver ottenuto l’accesso in finale sia pur con un lancio non eccezionale da 18,38. La neozelandese Valerie Vili con 19,72 in qualificazione appare irrangiubile, ma per il podio si potrebbe anche lottare.

Infine le fatiche dell’eptathlon maschile: Brian Clay sembra esser tornato il superman di Helsinki 2005: ottime prove su 60, peso, alto e lungo, gli hanno fatto chiudere la giornata in testa alla classifica, a debita distanza dalla leggenda Roman Sebrle. A domani per l’ultimo atto.

Nella foto: la cubana Yargelis Savigne protagonista nel triplo

fonte: Redazione
fonte foto: Simone Proietti per Atleticanet

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