LO STRETCHING: INTERPRETAZIONE DEL MECCANISMO D’AZIONE

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Riceviamo dal Dott. Tassani, specialista cardiologo e medico dello sport questo interessante approfondimento sullo streching. A questo articolo, di sicuro interesse ne farà seguito un altro intitolato “Il fattore biochimico neurovegetativo nella metodologia dell’allenamento” sempre a cura del Dott. Tassani.

LO STRETCHING: INTERPRETAZIONE DEL MECCANISMO D’AZIONE

Stretching: mechanism of action interpretation

Parole chiave: acetilcolina, fuso neuromuscolare, giunzione neuromuscolare, distress muscolare.

L’attività fisico-atletica non può essere disgiunta dalla applicazione delle moderne tecniche di accompagnamento ormai diffusamente consolidate.
Si fa riferimento a quelle tecniche di riscaldamento, più tecnicamente per moda allogenofila definite di warming up ed a quelle di stiramento muscolotendineo o stretching che da sempre, fin dai tempi di Olimpia, venivano istintivamente adottate dagli atleti prima della competizione ed al termine di essa.

A questa adozione istintiva, spontanea e lasciata alla libera inventiva individuale riferita alla storia delle competizioni sportive, è stata modernamente proposta l’applicazione delle tecniche di stretching con l’intento di salvaguardare l’integrità dell’apparato mioentesico peraltro sempre più sollecitato in rapporto con la crescente esasperazione prestativa degli atleti.
Quando ci si chiede quale sia il razionale dell’utilizzo di queste tecniche volte a proteggere ed a predisporre muscoli e tendini dalle o alle massime sollecitazioni sia nei soggetti che improvvisano un gesto atletico che in quelli adeguatamente ed intensamente allenati, pur nella diversità delle condizioni organico-funzionali, la finalità, dal punto di vista di una non eludibile interpretazione neurobiochimica, è comunque sempre la stessa: adottare un sistema consumativo. Ma, consumativo di che cosa ?

Per rispondere a questo quesito in maniera esauriente è fondamentale premettere quanto segue.

Nel lavoro dello stesso autore dal titolo “ La neurobiochimica del distress muscolare nello sport” ( 1 ), di recente pubblicazione, ma di ultradecennale elaborazione, viene avanzata una ipotesi neurobiochimica che tende a spiegare i danni muscolari spontanei nello sport che l’autore ha strutturato fin dall’inizio degli anni novanta in collaborazione con Renato Cocchi, psicologo medico di consumata esperienza psicopatologica, quando insieme indagavano sul campo i meccanismi generali di stress in atleti professionisti in condizione di incombente overtraining.

Questa ipotesi interpretativa infatti, è stata presentata da entrambi i citati A.A. il 12 ottobre 1991 a Bologna in occasione del convegno su “ Arto inferiore: muscoli, tendini e sport “ quando per la prima volta appunto, fu avanzata l’ipotesi che alla base del trauma spontaneo dell’apparato mioentesico dell’atleta vi fosse un guasto neurobiochimico: da allora tale interpretazione ha goduto di ulteriori conferme ( vedasi la bibliografia del sopraccitato articolo ).

La gran parte di coloro che praticano attività motorie a vario impegno, è rappresentata da organismi che attraverso le pratiche allenanti acquisiscono equilibri biologici che comportano manifestazioni organico-funzionali di adattamento spesso irrilevanti, ma talvolta estese oltre il limite dell’ambito fisiologico fino a vere patologie.

Suscita perplessità, ad esempio, la bradicardia del maratoneta che esprime un vistoso dominio sulla frequenza cardiaca da parte del tono vagale esaltato, frequenza cardiaca che durante il sonno può avvicinarsi ad un battito ogni tre secondi: certo si tratta di casi limite che lasciano inquietanti dubbi negli esaminatori. Sono manifestazioni cliniche che entro certi limiti hanno una giustificazione nella fisiologia dell’adattamento sostenuto da una condizione neurobiochimica sistemica che va valutata individualmente.
L’organismo allenato infatti, modifica il proprio assetto biochimico: in particolare, esalta la produzione periferica di acetilcolina ( Ach ), incrementa il numero dei recettori periferici colinergici muscarinici cardiovascolari, ma anche più estesamente viscerali che comportano, oltre alla già citata bradicardia ( non unico disturbo del ritmo training-connesso ) del maratoneta, altri sintomi a carico della sfera neurovegetativa che, nelle condizioni di compenso funzionale, possono rimanere tuttavia latenti.

Analogamente, la stessa esaltata disponibilità di Ach periferica si accompagna con l’incremento numerico dei recettori nicotinici a livello delle sinapsi neuromuscolari della muscolatura volontaria.

L’aumentata disponibilità di Ach a livello della giunzione neuromuscolare, quale effetto della sommazione di singoli quanti di questa sostanza immessa ad ogni stimolo nervoso nel vallo sinaptico, cui non corrisponde in tale sede la completa demolizione enzimatica o la fisiologica ricaptazione del mediatore, è alla base dei fenomeni che esaltano la funzione contrattile.

Questo fenomeno di facilitazione della funzione contrattile dovuto all’eccesso di disponibilità di Ach periferica, sta alla base delle incrementate risposte toniche e fasiche della fibra muscolare volontaria.

Se trasferiamo questi assodati concetti di fisiologia dalla fibra muscolare striata della muscolatura di lavoro, a quelle particolari esili fibre muscolari che compongono i fascetti muscolari intrafusali dei fusi neuromuscolari e alle loro speciali sinapsi in rapporto con i loro terminali gammamotoneuronici, possiamo dedurre gli effetti che una eccedenza di Ach a questo livello può evidenziare sulla loro specifica funzione.
In sostanza a questo livello l’aumentata disponibilità del mediatore Ach sarà determinante ai fini di una esaltazione del tono fusale di base, per cui la risposta riflessa del sistema sensoriale fusale risulterà parimenti esaltata nella intensità e nei tempi di reazione.

Nel precedente articolo citato in apertura, al quale si rimanda, si è fatto riferimento come, proprio a proposito del distress muscolo tendineo in rapporto con lo Sport, possa generarsi un conflitto funzionale biomeccanico, sostenuto dall’eccesso di disponibilità di Ach all’interno della struttura anatomica del fuso tale da condizionare una facilitata risposta fusale riflessa che risulta precoce per stiramenti muscolari minimi, normalmente sottoliminali.
Come conseguenza diretta di questa precocità di risposta fusale di un muscolo in iniziale fase di distensione, può insorgere impropriamente una risposta riflessa che contrae quel distretto muscolare altrettanto precocemente, in contrasto con il momento dinamico del gesto.

Qui sta la specifica indicazione alla adozione delle tecniche di stretching e di warming up, con la finalità fondamentale di ripristinare all’interno del sistema fusale l’equilibrio fra disponibilità e utilizzo del mediatore colinergico Ach attraverso un meccanismo consumativo.
Tali metodiche consumative sono in definitiva in grado di riallineare, per così dire, dal punto di vista funzionale, gli apparati sensoriali fusali normalizzando il loro contenuto in Ach, realizzando così, attraverso lo stiramento, una fisiologica taratura del sistema recettoriale.

E’ opinione condivisa ( 2 ) che lo stiramento passivo delle fibre muscolari, comprese quindi quelle intrafusali che sono ad esse parallele, come effetto dell’applicazione delle tecniche di stretching, corrisponda ad una contrazione prolungata di tipo eccentrico che rappresenta pertanto la fisiologica opportunità di mobilizzazione e di consumo del mediatore acetilcolinico sia intra che extrafusale limitata ai segmenti muscolari sottoposti allo stiramento, senza d’altra parte pesare su un consumo energetico esteso.

Il vantaggio dello stiramento consiste pertanto nella capacità di attivare un processo contrattile in assenza della risposta fasica del muscolo.
Infatti è durante la fase dinamica muscolare, nell’alternanza di rapida successione di contrazione e di rilassamento necessaria per esprimere la massima potenza del gesto atletico, che si può innescare quella perversa condizione funzionale conflittuale alla base del distress muscolare per la convergenza di quelle circostanze biomeccaniche, bioumorali e neurobiochimiche che sono state analizzate estesamente nell’articolo di riferimento.

E’ da condividere comunque l’opinione secondo cui le tecniche di stretching sono necessarie, ma non sufficienti in senso assoluto, per dar soluzione al problema della prevenzione del danno muscolare nello Sport che è il risultato della coincidenza di numerosi fattori causali, non solo endogeni, abitualmente imprevedibili e quantizzabili per intensità, durata e in definitiva per effetto.
Si tratta tuttavia, da quanto sopra esposto, di tecniche imprescindibili da adottare prioritariamente in associazione con altre metodiche di preparazione e di ristoro specie in rapporto con la prestazione muscolare intensa, quindi di potenza, in atleti peraltro catalogabili “a rischio”.

1)G.Tassani, R.Cocchi: La neurobiochimica del distress muscolare nello Sport “ Lo Spallanzani “ Reggio Emilia 2007
e su www.webalice/gtassani.it – www. atleticanet.it

2)G.N.Bisciotti: Lo stretching: una visione critica. Sport e medicina.
Edi-ermes Milano 2005

Autore: Dottor Giuseppe Tassani – Specialista cardiologo e medico dello sport
Rimini, via Cornelia, 30
Tel. 0541 21055
Cell. 340 7909135 .
gtassani@alice.it

fonte: Giuseppe Tassani

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