IL FATTORE BIOCHIMICO NEUROVEGETATIVO NELLA METODOLOGIA DELL’ALLENAMENTO

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Nella progettazione di un programma allenante è fuori di dubbio che sia prioritario partire dal rispetto del principio che ogni soggetto che è o intende diventare atleta deve essere considerato nella propria complessa individualità.
Questa individualità si fonda su numerosi fattori morfologici e funzionali che il preparatore atletico e l’allenatore devono valutare e rapportare con l’impegno specifico di ogni atleta per far si che l’adattamento allenante sia opportunamente finalizzato tanto alla miglior prestazione possibile quanto alla tutela della sua salute.

Nei fattori di specificità organico-funzionale individuale con tutta evidenza rientrano le caratteristiche somatico-antropometriche, il rapporto massa magra /massa grassa, la tipologia delle fibre muscolari, la potenzialità cardiorespiratoria, l’impronta metabolica e non ultime le caratteristiche temperamentali e motivazionali.
Sui fattori sopraccitati l’intervento della ricerca medica ha raggiunto elevati livelli di indagine e classificazione, ma non è stato ancora compiutamente messo a fuoco nel fenomeno dell’adattamento allenante, né tanto meno divulgato a livello operativo, il determinante contributo della componente funzionale neurovegetativa sistemica sia centrale che periferica o anche mista.

Fra i fattori neurotrasmettitoriali nell’adattamento neurobiochimico dell’atleta interviene specificamente l’acetilcolina ( ACh ), mediatore biochimico universale del sistema vagale o parasimpatico propriamente detto, ma anche della trasmissione neuromuscolare, che svolge un ruolo vistosamente condizionante specie nel soggetto altamente allenato.
Non si sa molto del perché di questo condizionamento e vorremmo tentare di chiarirne alcuni possibili fattori inerenti.

E’ auspicabile una maggior attenzione alle condizioni organico-funzionali preesistenti all’impegno atletico e, ad esempio, non valutare come situazione particolarmente favorevole una struttura muscolare “ naturalmente atletica “ accompagnata magari da prestazioni spontanee migliori rispetto alla media. Questa caratteristica, che appare favorevole, è propria di soggetti che hanno tendenza da una maggior presenza di ACh periferica, tipica di coloro che hanno alle spalle un consolidato training, il che in questi casi può essere assolutamente falso.
Infatti anche senza alcuna attività muscolare specifica e finalizzata, se non quella della vita di ogni giorno, anche una sia pur ridotta prevalenza di ACh periferica agisce sul tono muscolare, specie durante le ore notturne in cui la “ fase vagale “ è un dato comunemente noto, sostenendo in realtà una sorta di modesto ma continuo impegno muscolare aspecifico sufficiente però alla lunga per dare al soggetto quell’aspetto “ pseudoatletico “ a cui si è fatto cenno.
In realtà la cosiddetta “ fase vagale “ notturna è solo una parte di quel che avviene e i crampi notturni, specie alle sure, sono la dimostrazione che l’aumento di ACh coinvolge tutto l’organismo.

Comunque i soggetti “ naturalmente atletici “ piacciono molto agli allenatori ma, proprio a proposito del loro sospettato aumento di ACh periferica, questo è un dato che va tenuto in considerazione.
C’è poi un’altra problematica relativa alle caratteristiche individuali questa volta più spiccatamente funzionali, che richiede una spiegazione più complessa relativa a coloro che, secondo un abusato ma icastico modo di dire, “ carburano in ritardo “, sintomo che si manifesta prevalentemente al mattino. Una usuale comprensione , indirizzata da quella particolare dizione derivata dalle prestazioni motoristiche, farebbe pensare ad un complessivo deficit non solo delle prestazioni , ma anche della precisione del gesto atletico.
Anche in questo caso, un aumento della forza ( in rapporto diretto con la disponibilità di ACh periferica ), collegata con una complessiva dismetria ( problema imputabile al sistema nervoso centrale ) giustificano un esito atletico deficitario e sembrano le stigmate più evidenti di questa temporanea condizione. Avendo di solito una risoluzione positiva nel giro di poche ore, non si è mai dato molto peso ad una eventuale quanto legittima indagine sui suoi meccanismi: si sa che le cose stanno così, che il quadro si risolve bene in breve tempo in maniera pragmatica e non ci se ne preoccupa.

La necessità di spendere energie ( warming up ) prima di ottenere un rendimento ottimale, riporta a due meccanismi:
1.Ridurre l’eccesso di ACh periferica, e questo è facilmente comprensibile.
2.Consumare, tramite le afferente sensoriali glutamminergiche, parte del glutammato centrale responsabile per eccesso di vari deficit di sincronizzazione, compresa la citata dismetria.
Come si comprende, anche in questi atleti, l’eccesso di ACh periferica è già un indicatore della massima importanza.

Ogni allenatore o preparatore atletico che sistematicamente monitorizza nel proprio atleta, con il semplice ma irrinunciabile rilievo palpatorio del polso periferico, l’andamento della frequenza cardiaca durante l’instaurarsi dell’adattamento allenante e ne rileva il vistoso rallentamento rispetto alle condizioni pretraining, particolarmente evidente se si tratta di un atleta allenato in endurance, coglie un segno di elevata significatività nella profonda modificazione del tono neurovegetativo. Si deduce in questo caso che nell’equilibrio neurovegetativo si è instaurato un atteso e compatibile ipertono vagale.

Questa dominanza vagale del tono neurovegetativo spiega quindi la bradicardia, cioè il progressivo rallentamento della frequenza cardiaca rilevabile a riposo, ma anche dopo uno sforzo calibrato e costante, in rapporto diretto con il progressivo carico allenante. A sua volta l’ipertono vagale è sostenuto dall’aumento sistemico di disponibilità dell’ACh periferica.
Non sfugge all’osservazione di chi allena, che gli atleti sottoposti allo stesso carico manifestano risposte neurovegetative diverse ovvero, ritornando al metodo palpatorio del rilievo della frequenza cardiaca al polso, ogni allenato avrà un suo profilo di decremento della frequenza cardiaca in un range di risposta media compresa fra estremi di moderata bradicardia fino a livelli di abbattimento della frequenza decisamente eccessivi ed inquietanti.

La diversa risposta individuale cardiovascolare allo stesso carico allenante riscontrabile in un gruppo sufficientemente ampio di atleti, ad esempio appartenenti ad una stessa squadra, è cosa ben nota ad ogni trainer e sta a significare che evidentemente ogni individuo ha un suo background tonale neurovegetativo sul quale va a sovrapporsi un’ulteriore quota vagomimetica training-indotta.
Ciò premesso, da questa prevalenza di risposta del tono neurovegetativo, il trainer può derivare direttamente un metodo affidabile utile per la identificazione di ruolo del suo atleta, quando si tratta di sport di squadra o di scelta di specialità negli sport individuali, a garanzia non solo del miglior risultato possibile per quell’atleta, ma anche della sua incolumità fisica.

In effetti, in alcuni soggetti altamente allenati, l’incremento eccessivo del tono vagale può interferire con la regolarità della funzione cardiocircolatoria, soprattutto se si tratta di atleti di resistenza, fino al punto di imbarazzare il medico certificatore in merito alla concessione della idoneità alla pratica sportiva per la possibile comparsa di manifestazioni di depressione della eccito-conduzione cardiaca decisamente patologiche.
In alcuni casi infatti, la funzione di conduzione dello stimolo bioelettrico fra le camere atriali e quelle ventricolari del cuore viene talvolta rallentata a livelli decisamente allarmanti, fino al punto di costringere ad interrompere oppure a modificare per un congruo periodo di tempo il programma allenante.

Anche nell’atleta che pratica sport di potenza è inevitabile l’incremento del tono vagale, seppure di minor entità rispetto a quanto avviene nell’atleta allenato in resistenza, ma in questo caso, l’eccesso di ACh periferica che esso comporta, può far emergere problematiche che prediligono però l’apparato mioentesico.
Infatti il prevalere dell’interessamento dell’apparato cardiovascolare oppure del sistema muscolare a fronte dell’incremento di disponibilità dello stesso fattore biochimico, cioè dell’ACh periferica, dipende poi dalla specifica dotazione, tipologia e densità dei sistemi recettoriali per tale mediatore di cui i tessuti muscolari, cardiaco o somatico, sono dotati.
Per portare un esempio si pensi al centometrista costretto ad arrestare drammaticamente la propria corsa in preda ad un dolore lancinante a livello del comparto muscolare posteriore della coscia: questa è un’immagine emblematica che ricorre nelle competizioni di qualunque livello qualitativo ed esprime drammaticamente la reazione al dolore provocato da una lesione di varia gravità dei muscoli flessori della coscia.
Questo incidente dalle conseguenze non sempre banali e spesso ricorrente nello stesso atleta, del quale spesso non si hanno segni premonitori né possibilità di monitoraggio, trova fondamento nell’instaurarsi di un conflitto funzionale biomeccanico a carico di un numero variabile di unità motorie o di fibre costitutive di quel comparto muscolare.( G.Tassani, R.Cocchi: La neurobiochimica del distress muscolare nello sport. Lo Spallanzani vol. 21 n.1 pag.27-33 Reggio Emilia giugno 2007 )

L’eccedenza di disponibilità di ACh a livello dei muscoli interviene turbando sia la funzione contrattile, che viene esaltata a livello delle fibre di lavoro, sia la funzione sensoriale propriocettiva che origina dalle strutture dei fusi neuromuscolari. Da qui deriva il guasto funzionale ed il possibile conseguente danno strutturale.
Dall’esempio proposto si deve dedurre una condizione di incompatibilità fra il profilo neurobiochimico dell’atleta nato o diventato vagotonico ed il tipo di prestazione veloce e potente che lo sprinter vuole esprimere: ci sono evidentemente livelli di vagalità cha comportano una impregnazione acetilcolinica muscolare talmente intensa da predisporre al conflitto funzionale sopraccitato.
In questi casi sarà opportuno che un atleta dal profilo biochimico decisamente vagomimetico venga sconsigliato da prestazioni veloci e potenti e venga indirizzato verso specialità, o copertura di ruoli in squadra, in cui prevalgono prestazioni soprattutto di resistenza.

Negli sport individuali questa norma viene più frequentemente osservata, seppure inconsciamente ed istintivamente, già dallo stesso atleta, mentre negli sport di squadra la scelta di ruolo viene spesso indotta da molti fattori sia soggettivi che oggettivi come il prestigio di ruolo, le strategie contingenti di squadra, le caratteristiche temperamentali e tattiche individuali, le esperienze precedenti che hanno confuso l’impronta neurobiochimica individuale originaria.
Nella metodologia dell’allenamento evidentemente emergono problematiche numerose e complesse che vanno previste ma che non sempre sono prevedibili.
Tuttavia l’osservazione attenta di parametri funzionali, alcuni dei quali ma non tutti, di facile rilevamento, deve essere condotta con puntigliosa continuità per prevedere in anticipo condizioni potenzialmente nocive alla prestazione o, al limite, alla salute dei nostri atleti.
Emerge, come conseguenza di quanto sopra esposto, il delicato e strategico problema della individuazione precoce della biotipologia neurovegetativa dei giovani che aspirano ad entrare nello sport praticato, per i quali pertanto, riveste una particolare importanza la evidenziazione della originaria matrice neurovegetativa costituzionale prima che un improprio aspecifico adattamento allenante ne nasconda i segni rivelatori.

A conclusione di quanto esposto con brevità, si è inteso mettere a fuoco la necessità che sugli atleti convergano molte esperienze professionali, ognuna nel rispetto delle proprie competenze, con il chiaro intento che dall’analisi delle complesse individualità specie dei praticanti più giovani, scaturiscano metodologie di allenamento a garanzia della massima efficacia e tutela.

fonte: Giuseppe Tassani – Renato Cocchi

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