PECHINO, CHE OLIMPIADE!

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Un’edizione olimpica straordinaria quella di Pechino, capace di offrire emozioni intense ed imprese sportive storiche. L’atletica ha onorato in maniera esemplare il suo ruolo di “regina”, con una corona sulla testa che risplende più che mai.

Qualche mese fa tutti gli occhi erano puntati sugli incidenti attorno alla fiaccola olimpica, sulle contestazioni ed i venti di boicottaggio che spiravano forti contro le ingiustizie del governo cinese. Oggi al termine dell’Olimpiade di Pechino nessuno si è dimenticato delle follie di un regime che ancora commette delitti che devono finire, tutti però salutano e ringraziano un popolo in forte crescita che ha voglia di aprirsi al mondo, in grado di allestire e partecipare ad un’edizione dei Giochi che rimarrà nella memoria dello sport. Non solo per le imprese eccezionali dei protagonisti, ma anche per l’entusiasmo comunicato dalla gente, spesso in contrasto con le posizioni rigide del proprio governo. Speriamo che quest’evento olimpico possa contribuire a far riconoscere gli errori commessi contro la libertà ed i diritti umani, affinchè anche lì qualcosa possa cambiare.

Per quanto riguarda il nostro sport, l’atletica esce da questa Olimpiade ringiovanita e più forte di prima. La “regina” in nove giorni ha offerto di tutto: prestazioni leggendarie, gare combattute, molti atleti alla ribalta, flop di diversi favoriti della vigilia, ma soprattutto tante belle storie ed immagini, di quelle che rimarranno indelebili nelle pagine di storia dello sport mondiale.

I protagonisti
Il volto dell’intera rassegna è ovvio, non può che essere il suo: Usain Bolt, il più veloce di sempre, ragazzone di Giamaica con tanta voglia di stupire il mondo. Bolt è riuscito nello sprint in quello che mai nessun essere umano aveva saputo fare prima: tre ori e tre record del mondo nella stessa Olimpiade, su 100, 200 e 4×100. 9”69, 19”30 e 37”10 sono i numeri che il giamaicano ha tirato fuori dal cilindro sulla MondoTrack di Pechino. Una successione di cifre che consacra il giamaicano come il più forte velocista di ogni tempo, che lo fa entrare di diritto tra le leggende dell’atletica leggera. Il tutto a dispetto della sua giovane età e di un atteggiamento guascone al limite dell’eccessivo. Bolt ha 22 anni e se avrà testa e fortuna nel sapersi gestire potrà sbalordire ancora a lungo. Per ora non possiamo che ricordare l’impeto di quella volata sui 100 metri, le braccia allargate ed i colpi al petto a due decimi di distacco dagli inseguitori, la magica progressione sui 200 spinta fino all’ultimo metro, quel tabellone elettronico che sanciva la fine del regno di sua maestà Michael Johnson. Il texano rimane con la dote del 43”18 sui 400, sempre che il “lampo di Trelawny” non decida di affrontare anche l’acido lattico del giro di pista.

Ma assieme a Bolt nella velocità è stata protagonista tutta la Giamaica, che ha trasformato in una disfatta di proporzioni storiche la spedizione della squadra americana. Nessun successo per gli statunitensi su 100, 200 e 4×100, mai così in basso nello sprint, dove a Bolt si sono uniti i metalli delle varie Fraser, Stewart, Campbell e Simpson. Ed uno spazio se lo è guadagnato anche Asafa Powell che, dopo l’ennesima delusione in finale sui 100, ha contribuito al trionfo della 4×100 con un ultimo rettilineo strepitoso.
Lo stesso rettilineo che qualche giorno addietro aveva visto la vittoria schiacciante di Lashawn Merritt in quello che da diverse stagioni a questa parte era il regno indiscusso del connazionale Jeremy Wariner. Merritt ha così confermato con l’oro olimpico quanto di buono fatto vedere quest’anno, dedicando il suo successo anche alla persona cara che non c’è più, il fratello morto da poco.

Dayron Robles ed Irving Saladino erano altri due caraibici attesi per una vittoria a Pechino. Per Robles in realtà c’era da superare la rivalità dell’uomo di casa Liu Xiang, poi però il cinese in pochi minuti ha ammutolito il mondo con il suo forfait, e per il cubano il trionfo è divenuto quasi una formalità. Saladino con l’8,73 di inizio stagione si presentava da super favorito, anche perché il nostro Andrew Howe, suo principale rivale, veniva da due mesi di stop. Il panamense alla fine ha regalato il primo oro olimpico al suo Paese non senza patimenti, con prestazioni ben al di sotto delle sue possibilità.

Come non ricordare poi le due russe da record, Yelena Isinbayeva e Gulnara Galkina Samitova? La zarina dell’asta ha coronato la sua partecipazione con oro e primato mondiale portato a 5,05, una coincidenza di eventi riservata a pochi e che ancora mancava nel suo palmares. Nei 3000 siepi la Galkina ha scavato un divario ed abbattuto un muro, quello dei 9 minuti, in una specialità che si affacciava per la prima volta alle Olimpiadi, anche questo un onore non da poco.

Nel mezzofondo Kenenisa Bekele e Tirunesh Dibaba hanno calato un poker da sogno per l’Etiopia: 5000 e 10000 uomini e donne, dominati con una volata all’ultimo giro, irresistibile per chiunque. I due fuoriclasse etiopi confermano di trovarsi ben saldi ed a proprio agio sul trono del mezzofondo mondiale.

Alla vigilia dei Giochi si temeva il crollo fisiologico nelle lunghe distanze a seguito delle condizioni climatiche proibitive e dell’inquinamento. Nulla di tutto ciò: nella maratona maschile Wanjiru ha vinto addirittura in 2h06 e spiccioli, e lo stesso Schwazer nella 50 km marcia è volato via verso il record olimpico… altro che calo di prestazioni! Sul fenomeno Alex parleremo più approfonditamente in seguito.

Tra le varie affermazioni alcune possono considerarsi storiche, come quella di Angelo Taylor che ha colto l’oro dei 400 hs, ben otto anni dopo il successo di Sydney e dopo tanti problemi, compresa la prigione. Altra impresa notevole quella di Melaine Walker nella gara al femminile dove si è imposta con 52”64, record olimpico e crono che da parecchio tempo non si vedeva in questa specialità.
Andreas Thorkildsen, incurante del rivale Pitkamaki e della compagnia scandinava, ha rinforzato il suo ruolo tra le leggende del giavellotto bissando l’oro olimpico con un lancio oltre i 90 metri… ora sopra di lui c’è solo Jan Zelezny con tre ori olimpici. In campo femminle è servito addirittura un record europeo a Barbara Spotakova per avere la meglio sulla russa Abakumova in una gara dagli elevati contenuti tecnici.
Nell’alto il russo Andry Silnov ha sfoderato il meglio di sé sfiorando i 2,42 ed agguantando un oro che vale triplo per lui se si pensa che fino a qualche settimana prima neanche avrebbe dovuto partecipare poiché non qualificatosi ai “trials” del suo Paese. Impresa straordinaria è stata poi quella di Tia Hellebaut nella gara femminile, capace di migliorare il primato nazionale con 2,05 e metter dietro la regina della specialità negli ultimi anni, Blanka Vlasic.
Gara spettacolare lo è stata anche quella di triplo femminile, grazie ai salti delle cavallette Mbango-Etone, Lebedeva e Devetzi, con la camerunense a bissare un oro storico per il suo Paese.
Infine da ricordare la prima vittoria nella storia dei Giochi del Kenya al femminile, grazie a Pamela Jelimo negli 800 metri, che ritocca ancora il primato mondiale junior e lascia pensare ad un prossimo primato del mondo sulla distanza.

I delusi
E’ stata un Olimpiade caratterizzata anche da una lunga lista di atleti che non hanno reso al meglio, fallendo un appuntamento che per molti era imperativo vincere.

L’emblema di tutto ciò è stato il cinese Xiang Liu, atleta e uomo che rappresentava una nazione intera, condannato a vincere nella gara che già era stata sua ad Atene nel 2004. Il cinese ha ceduto ai dolori che ormai da qualche tempo lo accompagnavano, deludendo se stesso ed un popolo incapace di resistere a quell’abbandono dalla batteria dei 110 hs, a quello sguardo di sofferenza del loro superman. Lo stadio quella mattina è ammutolito e si è svuotato in pochi minuti, Xiang Liu ha fatto piangere tanti suoi connazionali. Un atleta che comunque rimane un campione e che speriamo torni a planare tra le barriere.

Le precarie condizioni di Tyson Gay sono il simbolo del fallimento americano nella velocità che porta anche i nomi di Allyson Felix, incapace di avvicinare Veronica Campbell, e Sanya Richards, risucchiata nell’ultimo rettilineo del “suo” giro di pista. Tra gli statunitensi brutte figure sono arrivate per Brad Walker, per i pesisti Adam Nelson e Reese Hoffa, tutti favoriti alla vigilia.

Discorso a parte poi per l’inciampo tra gli ostacoli di Lolo Jones, che fa sfumare una vittoria praticamente già in tasca, riproponendo un dramma che fu già visto nel 1992 a Barcelona con un’altra americana protagonista, Gail Devers. Gara di ostacoli che era stata privata in batteria anche di un’altra campionessa, la svedesina Susanna Kallur, fermata da un incidente analogo. Delusione e non poco è stata quella di Jeremy Wariner, lontano dai suoi tempi e da un Merritt finito lontano lontano.

Tra gli altri inspiegabili i crolli di Abubaker Kaki e Maryam Jamal nel mezzofondo, sorprendente l’uscita di Naide Gomes nelle qualificazioni del lungo, inaspettata quella di un campione come Borzakovsky negli 800.

Infine Blanka Vlasic: il fenicottero croato ha fallito nell’appuntamento più importante degli ultimi quattro anni, dopo un dominio infinito nelle ultime stagioni. Stavolta non è bastata una misura da 2,05, complice un errore di troppo ed un’avversaria in condizioni superlative. Un po’ dispiace anche se la croata forse ha da recriminare su una stagione troppo lunga che non le ha consentito di presentarsi a Pechino nella migliore condizione possibile per lei, ossia da record mondiale. Poi certo anche la fortuna qualcosa ha contato…

Gli azzurri
Poche soddisfazioni per l’Italia dell’atletica, tutte nella marcia con Elisa Rigaudo ed Alex Schwazer, interpreti magistrali di un movimento che non finisce di regalare medaglie all’atletica italiana. A cominciare dal trionfo annunciato nella 50 km di marcia di Alex Schwazer, autore di una gara impeccabile condotta ad alti ritmi e con la consapevolezza di essere il migliore al mondo. Uno Schwazer che in qualche modo dovrà pagare con il sottoscritto per averlo tenuto incollato davanti al televisore fino alle 5 del mattino con le lacrime agli occhi. La sua impresa e le sue dichiarazioni a caldo hanno commosso l’Italia intera che lo ha proclamato come la medaglia più bella dell’intera squadra olimpica. Schwazer ha meritato il suo oro così come Elisa Rigaudo ha meritato il suo bronzo, lei marciatrice caparbia e determinata, da anni ai vertici della marcia femminile italiana.
Buone prove poi sono state quelle di Elena Romagnolo e Libania Grenot con i record italiani rispettivamente su 3000 siepi e 400 piani, mentre ha fatto la sua figura Christian Obrist raggiungendo la finale nei 1500. Onore ed un saluto speciale a Stefano Baldini arrivato all'ultima maratona di carriera, simbolo di un movimento grandioso che ora fatica a trovare dei sostituti.

Per il resto poco altro, con Andrew Howe ridotto in condizioni indegne a causa dell’infortunio su quella insulsa gara di 200 in Coppa Europa, ennesima follia di uno staff tecnico nazionale a cui va impedito di combinare altri danni, comprese le figure barbine delle staffette 4×100: le parole di Simone Collio con la Caporale sono eloquenti del clima che c’è nella velocità azzurra, per favore che si prendano dei provvedimenti seri e vengano posizionati in certi ruoli personaggi preparati e capaci di svolgere il loro mestiere.
La Di Martino non è stata quella dello scorso anno, con misure nettamente inferiori ed in linea con quanto saltato in stagione. Destano un po’ di preoccupazione alcune affermazioni rilasciate che sanno un po’ di atleta sul viale del tramonto: Antonietta non mollare.
Giuseppe Gibilisco da parte sua ha fatto tutto il possibile: una finale è già un bel traguardo per un atleta lasciato a se stesso nell’ultimo anno. Qualche sprazzo è infine arrivato dagli altri azzurri impegnati, anche se nel complesso la spedizione non ha entusiasmato. Purtroppo siamo lontani dai bei tempi, c’è da lavorare e pianificare molto nelle categorie giovanili e scuola, con persone capaci, dotate e determinate, tutti elementi che oggi sembrano mancare all’atletica italiana.
Voltiamo pagina o continuiamo ad annaspare? Arrivederci a Londra 2012.

fonte: Redazione
fonte foto: OIC

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *