SPORT E SALUTE: VERIFICA ED AGGIORNAMENTO DELLE OPINIONI

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

L’incalzare della ricerca e dei progressi tecnologici che la sostengono, determinano una evoluzione talmente rapida delle teorie in biologia ed in particolare in medicina, da derivarne una percezione di incontenibilità e di provvisorietà perpetua in coloro che hanno l’impegno professionale o comunque il desiderio della loro acquisizione.

Anche in tema di benefici per la salute svolti dallo sport praticato, si pone il problema di una verifica finalizzata alla luce di teorie che si rinnovano continuamente e tali da superare una disinvolta e gratuita opinione di efficacia spesso inquinata da una retorica che tende ad esaltarne i risultati.

Pare opportuno pertanto, aggiornare periodicamente i dati della letteratura scientifica in merito a questa tematica. Trovo utile, a tal fine, commentare un recente articolo apparso su International Hospital Equipment and Solutions dal titolo “ Effect of exercise on cardiovascular disease “ in cui gli autori S. Koutroumpi e C. Stefanadis della Prima Clinica Cardiologica dell’Università di Atene, recensiscono dalla letteratura mondiale i lavori recenti dedicati alle tematiche che fanno riferimento particolare ai rapporti fra pratica sportiva e protezione cardiovascolare.

Premessa generale: le malattie cardiovascolari in generale e la malattia delle coronarie in particolare hanno un rapporto di incidenza inverso nei confronti dell’entità dell’allenamento all’esercizio fisico. Una simile relazione inversa parimenti esiste fra attività fisica e mortalità cardiovascolare: si consideri che, ad esempio, nel 1986 negli Stati Uniti la mortalità per malattie cardiovascolari rappresentava il 46 % della mortalità generale e che attualmente tale percentuale va progressivamente riducendosi probabilmente grazie anche alla sollecitazione mediatica ad accedere ad una esperienza motoria sistematica.

Prima tematica: rapporti fra esercizio fisico ed ipertensione arteriosa.
Attendibili ricercatori confermano che il 75% dei pazienti affetti da ipertensione arteriosa essenziale ottengono un decremento dei valori pressori con l’allenamento all’esercizio, sia dei valori sistolici ( P.A. massima pari a -11mmHg ), che di quelli diastolici (P.A. minima fino a -8mmHg), in rapporto diretto con il prolungamento del training.

La maggior efficacia antipertensiva si ottiene con esercizi di bassa o moderata intensità che impegnano il 40-80% della massima frequenza teorica cardiaca rapportata con l’età e deducibile dalla semplice formula “120 meno l’età”.

Già questa indicazione consiglia la pratica di sport di endurance rispetto a quelli che impegnano prestazioni di potenza da considerarsi rischiosi per i soggetti ipertesi: tanto per essere chiari va bene il gesto atletico del maratoneta mentre è temibile il gesto del sollevatore di pesi.

Ultima necessaria indicazione riguarda la frequenza delle sedute di allenamento con la precisazione che più di tre sedute settimanali non aggiungono ulteriori vantaggi al controllo dei valori pressori.

Seconda tematica : rapporti fra esercizio fisico ed obesità.
Studi epidemiologici dimostrano che sovrappeso ed obesità riducono la longevità. L’attività fisica è vista come un presidio per ottenere la riduzione del peso corporeo ed il mantenimento di tale riduzione agendo sia direttamente, come metodo fisiologico di incremento del consumo calorico, che indirettamente modificando il comportamento alimentare e lo stile di vita in generale.
L’attività fisica associata poi ad un programma dietetico amplifica in maniera ottimale l’effetto sulla riduzione del peso corporeo di entrambi i provvedimenti assunti separatamente.
Qualora anche con il ricorso all’attività fisica non si ottenesse il risultato sulla riduzione del peso corporeo, tuttavia è stata evidenziata una riduzione del rischio generico di malattia cardiovascolare.

Vengono dettate anche norme generali sulle modalità di esercizio fisico per i soggetti sovrappeso ispirate dal buon senso che privilegiano attività fisiche come il nuoto o il ciclismo al fine di evitare il sovraccarico articolare, oppure il camminare per 40-60 minuti al giorno, naturalmente ad un passo che solleciti l’apparato cardiovascolare e respiratorio con incrementi progressivi fino ad una intensità pari al 50-70% del massimo consumo di ossigeno preventivamente testato. In aggiunta ad un tale programma si prendono in considerazione anche esercizi di potenza per garantire ed incrementare le caratteristiche di agilità.

Terza tematica: esercizio fisico e metabolismo dei grassi circolanti.
I livelli elevati di colesterolo nel sangue sono identificati come la causa di circa un terzo di tutte le cardiovascolopatie. Questa conferma ci viene dalla Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicata nel 2000, in cui si ribadisce il rapporto diretto fra ipercolesterolemia ed aterosclerosi amplificato da fattori come il fumo, le condizioni psicosociali e lavorative, il livello di attività fisica ed altri fattori in rapporto con lo stile di vita in generale.

In particolare una regolare attività fisica, che giova sia ai soggetti normolipidemici, che hanno cioè normali livelli di grassi circolanti, che a quelli affetti da dislipidemia, agisce direttamente incrementando l’attività degli enzimi che digeriscono i grassi ( lipasi ) ed indirettamente migliorando il profilo dei grassi e delle proteine che li trasportano in circolo (lipoproteine) come risultato della riduzione del peso corporeo e della obesità.

In effetti il primo risultato che si ottiene è la riduzione del livello plasmatico dei trigliceridi (i veri grassi del sangue) e l’incremento assai favorevole del colesterolo HDL, che ha notoriamente l’effetto protettivo nei confronti della aterosclerosi sulle pareti delle arterie.

Anche in questo caso, analogamente a quanto si usa per la posologia dei farmaci, va indicata dose e frequenza di somministrazione dell’attività motoria per cui, per le finalità di cui sopra, viene indicato un esercizio di moderata intensità (40-70% della massima capacità funzionale, sempre da valutare preventivamente) preferibilmente 5 volte alla settimana, pur includendo occasioni di breve impegno massimale.

C’è da dire che un arresto di allenamento delle attività motorie della durata di soli 3 mesi fa perdere i vantaggi ottenuti sul quadro dislipidemico di partenza, per cui si deduce che uno stile di vita fisicamente impegnato deve durare per tutta la vita.

Quarta tematica: esercizio fisico e diabete.
E’ dimostrata una riduzione del 30-50% del rischio di diabete tipo 2, cioè il tipo non autoimmune ed a più chiara base genetica, detto anche non insulino dipendente, nei soggetti fisicamente attivi rispetto ai sedentari.

L’attività fisica agisce sul controllo e la riduzione del peso corporeo, sul controllo della glicemia, sulla sensibilità all’insulina, sui valori di pressione arteriosa, sull’assetto lipidico, sulla protezione delle pareti arteriose, sul sistema coagulativo e su quello infiammatorio in tutti i praticanti anche non diabetici, oltre a ritardare l’inizio e la progressione del diabete tipo 2 nei soggetti geneticamente predisposti.

L’esercizio fisico fa parte del programma terapeutico del diabete, insieme con la dieta e con il trattamento farmacologico, contribuendo al controllo dei livelli di glucosio nel sangue del diabete di tipo 2, mentre nel tipo 1, quello autoimmune detto più comunemente insulino dipendente, l’attività fisica è incoraggiata e sicura a condizione che il livello di glicemia sia garantito al di sotto di livelli stabiliti (cioè al di sotto di 250 mg/dL).

Anche nel soggetto diabetico l’esercizio fisico deve essere dosato alla stregua di un farmaco, per cui vengono raccomandati esercizi di resistenza, ovvero aerobi, della durata di 20 – 60 minuti con una intensità pari al 50 – 80% della massima capacità funzionale, predeterminata in laboratorio di ergometria con prove da sforzo monitorate, con una frequenza di sedute allenanti da quattro fino a sette volte alla settimana.


Quinta tematica: esercizio e malattia delle coronarie.

Da tempo ormai è stata verificata la relazione fra attività fisica e malattia delle coronarie e gli studi epidemiologici hanno concluso che il livello di impegno fisico è decisamente inversamente rapportabile con il rischio di danno coronarico e di danno cardiovascolare in generale.

Benchè l’esercizio fisico possa temporaneamente aumentare il rischio di un evento coronarico acuto (infarto del miocardio) in quelle persone che presentano un quadro avanzato di aterosclerosi coronarica, particolarmente se sono state fino ad allora inattive, l’allenamento fisico abbassa significativamente il rischio globale di eventi coronarici maggiori. In effetti un allenamento di durata ( non di potenza ) può intervenire riducendo l’insorgere di una ischemia attraverso un fenomeno di adattamento del circolo coronarico che condiziona la comparsa di una accresciuta capacità di incremento del flusso coronarico ed una maggior efficienza nello scambio di ossigeno fra rete capillare miocardica a fibre muscolari tributarie.

Questo vantaggio della emodinamica coronarica deriva da un processo di rimodellamento della rete vascolare cardiaca, da un accresciuto controllo del flusso ematico e dal miglioramento nella biochimica del trasporto dell’ossigeno.

C’è infine il contributo che il training esercita sulla riduzione del carico di lavoro del cuore risultato dalla accresciuta elasticità delle pareti cardiache e dalla riduzione delle resistenze vascolari periferiche: questi elementi di adattamento consentono in definitiva una opportuna riduzione di richiesta di ossigeno da parte del cuore.

Sesta tematica: esercizio e scompenso cardiaco.
Al paziente con scompenso cardiaco il trattamento medico tradizionale si fondava sulla restrizione dell’attività fisica ed il riposo a letto, provvedimenti ancora indubbiamente validi nelle condizioni acute o instabili, ma abbastanza recentemente sono stati documentati la sicurezza ed i benefici di un oculato allenamento fisico nei soggetti con scompenso cardiaco cronico.

Come è stato detto più sopra, gli incrementi di capacità di esercizio secondari ad allenamento sono dovuti prevalentemente agli adattamenti del sistema vascolare periferico piuttosto che alle modificazioni indotte sul cuore, anche se a carico del cuore vengono documentati piccoli ma significativi incrementi del volume di gettata e favorevoli riduzioni del suo volume.

Su un altro versante funzionale è stato dimostrato che, dopo sei mesi di training, la capacità di lavoro dei muscoli scheletrici aumenta fino al 40 % a sostegno di una accresciuta autonomia del paziente cardiopatico.

In definitiva un regolare training fisico aerobico viene ad affiancare efficacemente il trattamento farmacologico del cardiopatico scompensato in fase stabile.

Conclusioni.
L’esercizio fisico di durata, cioè di endurance, secondo la terminologia anglosassone, distinta dall’attività di resistence, ovvero di potenza, praticato idealmente tutti i giorni della settimana e condotto con livelli di moderata intensità, contribuisce all’abbassamento dei valori di pressione arteriosa, alla riduzione del livello dei grassi del sangue (trigliceridi), all’incremento del colesterolo HDL (cioè la frazione che previene l’aterosclerosi), alla riduzione dei processi sistemici di infiammazione e dei livelli di fibrinogeno ematico ormai ritenuti cofattori di malattia coronarica.

Rappresenta inoltre la risorsa fondamentale per contrastare la cosiddetta sindrome metabolica che riunisce il rischio di eventi cardiovascolari associando all’alterazione del metabolismo dei grassi la resistenza all’insulina, l’ipertensione arteriosa e l’obesità.

Contribuisce efficacemente alla gestione del cardiopatico scompensato affiancando gli effetti della terapia farmacologica verso la stabilizzazione della sintomatologia.

Rimini, dicembre 2008

Dottor Giuseppe Tassani
Cardiologo e Medico dello Sport

fonte: Dott. Giuseppe Tassani

ALLEGATO: ANet_news_Articolo_orginale_in_formato_doc_18.12.2008.doc (35 Kb)

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