Campionati del Mondo: i protagonisti del passato – Parte 1 dal 1983 al 1993

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Helsinki 1983
A livello tecnico i campioni che calpestarono pista e pedane dell’Olympic Stadium: Koch, Thompson, Kratochvilova, Goehr, Moses, Calvin Smith, Mennea, Hingsen, Weigel, Waitz, Bykova, Lillak, Cova, Decker, Cram, De Castella, confermarono il loro grande valore atletico. Sette prove maschili (110 e 400 ostacoli, 4×100, triplo, peso, martello, decathlon e sei femminili (100, 400, 100 ostacoli, alto, lungo, giavellotto) fecero registrare risultati migliori dei primati olimpici.

 

Sessantatre furono i primati nazionali migliorati. Il medagliere maschile vide gli Stati Uniti confermare la loro supremazia con diciotto medaglie, di cui sei d’oro, sull’Unione Sovietica che se ne aggiudicò undici, di cui quattro di metallo pregiato.
In campo femminile la Repubblica Democratica Tedesca e l’Unione Sovietica fecero la parte del leone conquistando rispettivamente quindici e dodici medaglie, delle quali otto e due d’oro. Un solo “oro” di Mosca 1980 si confermò campione del mondo: il decathleta inglese Daley Thompson. Furono stabiliti due primati mondiali. Uno nel settore maschile e l’altro nel femminile.
Il quartetto veloce degli Stati Uniti composto da Emmit King, Willie Gault, Calvin Smith e Carl Lewis il 10 agosto, infranse la barriera dei 38 secondi, portando il primato a 37.86 (precedente 38.03 sempre degli Stati Uniti: Collins, Riddick, Wiley e Steve Williams ottenuto a Dusseldorf il 3 settembre del 1977 in occasione della prima edizione della Coppa del Mondo).
Altro muro infranto quello dei 48 secondi sui 400 metri ad opera della ceca Jarmila Kratochvilova che scese a 47.99 nella finale mondiale, migliorando il primato della Koch (48.16) stabilito l’anno prima agli europei di Atene. Marita si vendicherà due anni dopo rimpossessandosi del primato a Canberra (6 ottobre 1985) nel corso di una edizione della Coppa del Mondo, dove si impose in 47.60, limite straordinario che resiste tuttora…..

Gli atleti plurimedagliati furono la stessa Marita Koch (200, 4×100 e 4×400) e Carl Lewis (100, lungo e staffetta 4×100) con tre titoli a testa; la Koch con l’argento conquistato sui 100 metri fu l’atleta che in assoluto vinse più medaglie nella prima edizione del mondiale.
Ecco una rapida rassegna degli eventi più significativi.
100 metri: il primatista mondiale in carica era Calvin Smith (9.93 a Colorado Spring il 3 luglio di quell’anno), ma i pronostici erano tutti per l’astro nascente Frederick Carlton “Carl” Lewis.
Si impose infatti Lewis in 10.07 con vento contrario sui connazionali Smith e King. Quarto e primo dei bianchi, nonché primo degli europei, lo scozzese Allan Wells, oro a Mosca nell’olimpiade senza statunitensi.
Lewis non doppiò con i 200 rimandando l’appuntamento ai Giochi Olimpici di Los Angeles dell’anno dopo. Via libera quindi per Calvin Smith che si impose nettamente in 20.14 sul connazionale Elliot Quow (20.41). Per il terzo posto Mennea e Wells ingaggiarono un nuovo avvincente duello risoltosi a favore dell’azzurro (20.51 contro 20.52). Nonostante l’età e le varie vicissitudini che avevano caratterizzato gli ultimi tempi il barlettano si confermò primo dei bianchi e primo degli europei.

Cova, Cova, Cova!
Fra i grandi di questa prima rassegna un posto di tutto rilievo lo occupò il nostro Alberto Cova, laureatosi campione del mondo dei 10.000 metri dopo un avvincente duello con i tedeschi dell’est Schildhauer e Kunze e il beniamino di casa Vainio.
Cova rimase “nascosto” per quasi tutta la gara lasciando che Mamede e Salazar conducessero la danza fino ai 5000. Nel finale si ritrovarono al comando i due tedeschi, più il finlandese Vainio e il tanzaniano Shahanga. Alberto usò la tecnica vittoriosa messa in atto agli europei di Atene dell’anno prima, per uscire nel rettilineo finale e infilare inesorabilmente gli avversari, strappando alla voce di Paolo Rosi quel ”Cova, Cova, Cova” rimasto negli annali delle telecronache RAI.
Dopo Lewis gli atleti che maggiormente si distinsero furono Edwin Mosesche nei 400 ostacoli ebbe ancora una volta ragione del suo eterno rivale Harald Schmid (47.50 contro 48.61), Willi Wulbeck, autore di una magnifica gara degli 800 (1:43.54) e Sergey Litvinov, dominatore della gara di martello.

Di Koch e Kratochvilova abbiamo già parlato. La ceca oltre quello dei 400 metri colse anche il titolo degli 800 (1:54.68) dove si fregiava del primato del mondo, il longevo (26.7.1983) 1:53.28. Jarmila non fu la sola a doppiare la vittoria mondiale. La imitò l’americanina dalla turbolenta vita sentimentale Mary Decker che si aggiudicò i 1500 e 3000 metri.
La sovietica Tamara Bykova approfittò dell’infortunio di Sara Simeoni e della scarsa vena della campionessa olimpica di Monaco ’72, nonché primatista del mondo, Ulrike Meyfarth, per aggiudicarsi il titolo dell’alto, unica atleta a superare i 2 metri (2.01).
La romena Anisoara Cusmir alla vigilia godeva dei favori del pronostico per la vittoria nel salto in lungo, forte dello straordinario primato del mondo (7.43) stabilito due mesi prima dei mondiali a Bucarest durante i campionati nazionali. La vittoria andò invece alla diciannovenne tedesca dell’est Heike Daute (futura signora Drechsler) che al terzo salto volò a m. 7.27 divenendo la più giovane medaglia d’oro dei mondiali.

Poi grande incetta di medaglie da parte delle tedesche dell’est che si aggiudicarono i 100 (Marlies Oelsner Goer), i 200 (Koch), i 100 ostacoli (Jahn), il disco (Opitz), l’eptathlon (Neubert) e le due staffette.
La gloria locale Kristiina “Tina” Lillak si aggiudicò il titolo del giavellotto con la misura di m. 70.82, salvando così il prestigio nazionale in questa specialità dove i maschi erano clamorosamente naufragati.
Oltre a quella inattesa, ma strameritata di Cova, l’Italia colse una splendida medaglia d’argento con la staffetta 4×100 (Stefano Tilli, Carlo Simionato, PierFrancesco Pavoni e Pietro Mennea) giunta con il tempo di 38.37 (ancora oggi primato italiano) dietro agli Stati Uniti. Del bronzo di Mennea ho già detto.
Per la finale dei 200 si qualificò anche Carlo Simionato che giunse settimo con il tempo di 20.69.
Approdarono alle finali delle rispettive specialità: Salvatore Antico (5000), Mariano Scartezzini (3000 siepi), Luca Toso (alto) e Alessandro Andrei (peso), risultando però esclusi dalla lotta per un posto sul podio.
Maurizio Damilano (marcia 20 km), Alessandro Bellucci (marcia 50 km) e Gianni Poli (maratona), riuscirono a classificarsi fra i primi sette nelle rispettive prove, in un contesto di gare molto impegnative per la agguerrita partecipazione di tutti i migliori specialisti del mondo.
Fra le donne la squadra azzurra registrò solamente i sesti posti di Agnese Possamai (3000 metri), Laura Fogli (maratona) e il settimo di Gabriella Dorio (1500).
Sfortunata in questa occasione Sara Simeoni, campionessa olimpica in carica, bloccata da un infortunio (stiramento al polpaccio destro) mentre si accingeva ad affrontare la misura di 1.87.


Roma 1987

Escludendo Ben Johnson, del quale sono note le vicissitudini post mondiale, furono sei gli atleti che a Roma doppiarono il titolo conquistato a Helsinki quattro anni prima: Lewis (100-lungo), Smith (200), Foster (110 ostacoli), Moses (400 ostacoli), Litvinov (martello) e le due staffette degli Stati Uniti.

In campo femminile la sola Martina Opitz (Gdr) tornò a vincere il titolo del disco, gareggiando questa volta col nome da sposata (Hellmann); le fece eco la staffetta 4×400 della sua stessa nazionale che ripresentò le iridate di Helsinki Sabine Busch, vincitrice anche dei 400 ostacoli, e Dagmar Ruesbam (nel frattempo coniugatasi Neubauer), dopo aver perso nel 1986 per abbandono dell’attività la grande Marita Koch.
Veniamo ad alcune delle prestazioni dei singoli.
Calvin Smith, nonostante fosse ancora il primatista mondiale dei 100, questa volta fece una scelta ragionata, limitando la sua partecipazione ai 200, tenuto conto della accesa concorrenza che c’era sulla distanza breve. Scelta saggia che lo portò a doppiare il titolo di Helsinki, nonostante la imprevista resistenza che gli oppose l’outsider francese Gilles Queneherve, giunto secondo con il suo stesso tempo (20.16).
Altro outsider, questa volta europeo, fu il tedesco dell’est Thomas Schoenlebe, che piegò i favoriti Innocent Egbunike (Ngr) e Harry Reynolds (Usa) con un finale di gara travolgente, concluso con il tempo di 44.33 che è tuttora primato europeo.
Tutti africani i vincitori delle gare di media e lunga lena.
Billy Konchellah (Ken) e il somalo Adbi Bile, entrambi atleti atleticamente cresciuti negli States, si aggiudicarono gli 800 e i 1500 metri correndo rispettivamente in 1:43.06 e 3:36.80.
Il favorito Said Aouita non ebbe difficoltà ad imporsi sui 5000 metri in 13:26.44, mentre il “montanaro” keniano Paul Kipkoech infranse il sogno italiano di doppiare l’oro di Helsinki sui 10.000 metri, battendo nella prima giornata dei campionati (29/8) abbastanza nettamente (27:38.63 contro 27:48.98) il nostro Francesco Panetta.
Altro successo keniano nella gara di maratona. Douglas Wakihuru si migliorò di due minuti andando a vincere una gara disputatasi su un percorso duro e competitivo, nel tempo di 2:11.48. Al terzo posto il nostro Gelindo Bordin (2:12.40) che sulle strade romane costruì il successo olimpico dell’anno dopo.

L’argento dei 10.000 e l’eccezionale incoraggiamento del pubblico dell’Olimpico, dettero grande energia e vis agonistica a Francesco Panetta, che si laureò campione del mondo dei 3.000 siepi, una specialità destinata a dare all’Italia grandi soddisfazioni. Eccezionale il tempo ottenuto dal “ragazzo di Calabria”: 8:08.57 ad un soffio dal primato mondiale del keniano Henry Rono (8:05.4) ottenuto a Seattle il 13 maggio 1978.
Gli ostacoli furono appannaggio degli statunitensi.
Greg Foster, uomo della vecchia guardia Usa, continuò ad esprimersi agli alti livelli rivincendo a distanza di quattro anni il titolo in una specialità che stentava a trovare nuovi protagonisti. Lo stesso concetto valse anche per Edwin Moses, l’uomo che dominava da dieci anni la specialità dei 400 ostacoli. Ma per lui, a differenza di Foster, il successore (Danny Harris) incalzava; ma non solo lui. L’arrivo dei 400 ostacoli di Roma ’87 fu uno dei più contrastati che si ricordino. Tre atleti si gettarono fra le cellule (una volta si sarebbe detto sul filo di lana…..). La spuntò la grande esperienza di Edwin che chiuse in 47.46, lasciando Harris e il tedesco Harald Schmid a litigare per i posti d’onore (47.48 per entrambi).

Gara di eccezionale bellezza quella dell’alto uomini, con tre atleti a m. 2.38. La spuntò lo svedese Patrick Sjoberg che sembrava essere in declino dopo i fasti della stagione 1985 sul sovietico Paklin e il connazionale Avdeenko
Doppiette per Sergey Bubka (asta a 5.85) e per Carl Lewis (lungo a m. 8.67), in una gara che lo vide saltare oltre gli 8.40 per ben cinque volte. Secondo il primatista europeo Emmiyan (Urs) con la misura di 8.53.
Alessandro Andrei si presentò a Roma forte del primato del mondo del getto del peso (22.91), ottenuto in una gara molto “particolare” disputatasi il 12 agosto allo Stadio dei Pini di Viareggio. Sulla pedana dell’Olimpico ebbe la meglio lo statuario svizzero Werner Gunthoer che all’ultimo lancio scagliò l’attrezzo a m. 22.23, migliorando il 22.12 del quarto turno, mentre il lanciatore fiorentino si fermò al 21.88 ottenuto al quinto tentativo.
Schult (Gdr) e Litvinov (Urs) distanziarono i metri i secondi nelle rispettive specialità (disco e martello), aggiudicandosi i titoli con relativa facilità.

Dal 1986 la IAAF aveva spostato di 4 centimetri il centro di gravità del giavellotto. L’innovazione portò a un livellamento dei vertici della specialità A Roma la spuntò un finnico, Seppo Raty, unico a superare gli 83 metri (83.54), per la gioia del suo popolo e dei migliaia di praticanti finlandesi di questa specialità.
Nel decathlon, contrariamente alla loro tradizione, gli Stati Uniti non seppero schierare un elemento che potesse contrastare i tedeschi Torsten Voss (Gdr) e Siegfried Wentz (Frg) che occuparono i primi due posti della graduatoria con 8.680 e 8.461 punti. L’inglese Daley Thompson non perdeva una gara da nove anni. A Roma mancò clamorosamente il successo e per lui iniziò il declino.
La marcia continuò ad essere prodiga di soddisfazioni per i colori azzurri. Nella 20 km il campione olimpico di Mosca Maurizio Damilano riuscì a confermare i favori del pronostico e ad imporsi nel tempo di 1:20.45. Al quinto posto un altro azzurro: Carlo Mattioli.
I tedeschi dell’est Gauder e Weigel la fecero da padroni nella 50 km dove il nostro Raffaello Ducceschi giunse ad un passo dal podio. Bene anche Sandro Bellucci classificatosi al sesto posto..
Dominio Usa nelle staffette. Lewis guidò al successo la 4×100 (37.90) davanti alla Unione Sovietica, mentre Harry “Butch” Reynolds stregò tutti con i suoi occhi azzurri e portò al successo il quartetto del miglio in 2:57.29.
Nella velocità donne la sorpresa fu la tedesca dell’est Silke Gladish che doppiò 100 e 200 ed ottenne l’argento con la 4×100. Le sconfitte furono la connazionale Heike Drechsler nei 100 e Florence Griffith (ricordo la tuta spaziale non la quale si presentò alla partenza) nei 200.
Due terzi posti per la grande atleta giamaicana Merlene Ottey, che ritroveremo, venti anni dopo (Alessandro Dumas preveggente….), ad Osaka! Quella di Merlene sarà la ottava partecipazione al mondiale. La giamaicana, classe 1960, ha infatti partecipato alle prime sei edizioni, ha saltato quelle di Siviglia ed Edmonton, è rientrata a Parigi ed ha poi disertato Helsinki 2005. Uno straordinario esempio di longevità atletica!
I 400 metri, orfani di Koch e Kratochvilova, videro l’affermazione di Olga Vladykina, diventata Bryzgina dopo il matrimonio con il velocista Viktor Bryzgin (finalista dei 100), con il tempo di 49.38. Particolare curioso: nella finale dei 400 gareggiarono altre due atlete sposate con altrettanti velocisti e cioè Kirsten Emmelmann (Gdr), giunta terza, e Lillie Leatherwood (Usa) moglie di Emmit King, quinta.
Gara di elevato contenuto tecnico quella degli 800 al femminile. L’ha spuntò Sigrun Wodars (Gdr) in 1:55.26 sulla “gemella siamese” (così erano conosciute le due ragazze in patria) Christine Wachtel (1:55:32).
Doppietta sui 1500 e 3000 metri della sovietica Tatiana Samolenco, una graziosa biondina dalla coda ondeggiante, che era solita uscire negli ultimi metri di gara e piazzare uno sprint vincente.

La norvegese Ingrid Kristiansen scelse all’ultimo minuto di correre i 10.000 abbandonando il progetto di doppiare con la maratona causa un infortunio patito poco prima dei mondiali. Si impose, ma non senza fatica, sulla sovietica Zhupieva, ma con un tempo lontano (31:05.85) dal suo primato del mondo del 1986 (30:13.74)ottenuto al Bislett Stadium di Oslo.
La maratona andò invece alla portoghese Rosa Mota, che approfittò dell’assenza della Waitz e della statunitense Benoit per laurearsi campionessa mondiale.
Una grande Zagorcheva dominò con il tempo di 12.34 una delle più grandi gare di sempre sui 100 ostacoli (la quarta corse in 12.49), mentre l’ex primatista mondiale Sabine Busch (Gdr) non ebbe difficoltà ad aggiudicarsi quella dei 400 ostacoli in 53.62.
Abbiamo già citato l’impresa di Stefka Kostadinova, regina incontrastata dell’alto femminile. La studentessa in educazione di fisica entrò in gara a m. 1.85 che saltò al primo tentativo. Parimenti superò le misure di 1.90, 1.96, 1.99 e 2.02. Tremò a m. 2.04 superati alla terza prova, come pure a 2.06 fatti alla seconda. Ci vollero due salti anche alla misura record di 2.09. In tutto 12 salti per un primato che ancora oggi resiste.

Jackie Joyner-Kersee prima di partire per Roma aveva eguagliato a Indianapolis durante i Giochi Panamericani il primato del mondo di salto in lungo che apparteneva a Heike Drechsler (7.45). C’era quindi grande attesa per il duello sulla pedana dell’Olimpico fra le due fuoriclasse della specialità. L’americana piazzò al terzo tentativo un 7.36 al quale la tedesca, sfibrata anche dalla partecipazione ai 100 metri, non seppe che opporre un “timido” 7.13 che non le valse neppure l’argento in quanto la sovietica Belevskaya la superò di un centimetro.
Due giorni prima della finale del lungo l’americana aveva vinto il titolo dell’eptathlon con 7.128 punti a soli 30 punti dal suo primato del mondo.
Vittorie scontate, ma a volte sofferte, per Natalia Lisovskaia nel peso (21.24), Martina Hellmann (nata Opitz) nel disco (71.62) e Fatima Whitbread (76.64) nel giavellotto.
Drammatico il finale della gara dei 10 km di marcia con molte atlete giunte disidratate all’arrivo. Vittoria per la sovietica Irina Strakhova, un nome nuovo della specialità.

Successo a sorpresa degli Stati Uniti (Brown, Williams, Griffith e Marshall) nella staffetta 4×100 (41.58) sulle favorite tedesche della DDR (41.95), costrette a rinunciare alla Drechsler.
Scontato invece il successo di queste ultime nella 4×400 (Neubauer, Emmelmann, Muller e Busch) in 3:18.63 sull’Unione Sovietica.
Degli italiani medagliati (Panetta, Damilano, Bordin, Andrei) abbiamo già detto: due ori, due argenti e un bronzo (il secondo bronzo fu quello di Evangelisti, giustamente restituito da Giovanni).
Pierfrancesco Pavoni, nonostante problemi fisici vari riuscì a conquistare la finale in entrambe le gare di velocità; anche la staffetta veloce (Madonia, Gorla, Catalano e Pavoni) raggiunse la finale, ma ottenne solo un settimo posto.
Per il resto anonime prestazioni. Anche le ragazze, orfane di Sara Simeoni, ebbero scarse possibilità di mettersi in luce.


Tokio 1991

Furono migliorati tre primati mondiali (100, lungo e staffetta 4×100), tutti nel settore maschile e tutti recanti l’impronta di Carl Lewis ormai avviato a diventare il più grande atleta di tutti i tempi. Carl infatti vinse l’oro nei 100 e condusse al successo la staffetta statunitense, mentre nel lungo si classificò al secondo posto dopo una storico duello con Mike Powell, l’uomo che ventitre anni dopo l’impresa di Città del Messico, subentrò a Bob Beamon quale primatista della specialità.

Gli Stati Uniti vinsero 26 medaglie di cui 10 d’oro (9 con i maschi e 1 solo con le donne), seguiti dall’Unione Sovietica con 9 ori (di cui 6 provenienti dal settore femminile). Particolarmente festeggiata la conquista del titolo mondiale del decathlon ad opera di Dan O’Brien. Infatti, nonostante la favorevole tradizione olimpica (su sedici edizioni dei Giochi gli statunitensi si erano aggiudicati dieci titoli olimpici del decathlon, fra i quali quello si Stoccolma del 1912 restituito a Jim Thorpe), gli Usa non avevano ancora vinto il mondiale della specialità (Thompson nel 1983 e Voss nel 1987).

Mentre il Kenia fece incetta di titoli nelle corse (800, 5000, 10000 e 3000 siepi) riservate ai maschi, grosse delusioni attesero paesi che avevano fatto la storia dell’atletica quali la Germania, presentatasi per la prima volta con la squadra unificata dopo la caduta del muro di Berlino avvenuta nel novembre del 1989, alla quale andò un solo titolo (disco), la Finlandia (giavellotto) e la Gran Bretagna, sorprendentemente prima nella 4×400 davanti ai favoritissimi Stati Uniti. Bene si comportarono invece le tedesche con quattro titoli mondiali (100, 200, alto e eptathlon).
Gli azzurri conquistarono una sola medaglia d’oro nella 20 chilometri di marcia con Maurizio Damilano, in una gara che vide altri due italiani classificarsi fra i primi dieci (De Benedictis quarto e Arena settimo).
Ma vediamo le prestazioni dei singoli.
Il 12 giugno 1989, sotto giuramento, Ben Johnson aveva ammesso al procuratore canadese Robert Armstrong che aveva fatto uso di stanazololo fin dagli anni 1981 e 1982. Ben confessò di aver assunto sostanze dopanti anche prima dei Campionati di Roma ’87 e dei Giochi Olimpici di Seul.

Il consiglio della IAAF, riunitosi dal 4 al 6 settembre 1989 applicò per la prima volta il principio della retroattività di un provvedimento disciplinare per un reo confesso di doping e quindi cancellò il nome di Ben Johnson da tutti i risultati conseguiti dall’atleta. Dal 1 gennaio 1990 Ben Johnson non detenne più alcun record e fra questi quello dei 100 metri che passò così a Carl Lewis che a Seul aveva corso la distanza in 9.92.
La finale dei 100 a Tokio fu la più grande disputata sulla distanza fino a quel momento. Vennero stabilite le prime 4 performances di sempre da parte di atleti diversi e stabiliti il primato del mondo, l’europeo, il centro africano e l’africano.
Con il tempo di 9.92 Linford Christie non salì sul podio!
Vinse Carl Lewis al termine di una gara viziata in partenza da una falsa “millimetrica” (0.090) di Dennis Mitchell non rilevata da un distratto (non portava la cuffia) starter giapponese. Il tempo di 9.86 da lui conseguito frantumava la barriera dei 9.90. e trascinava anche il secondo classificato Leroy Burrell, sotto quel limite fino a poco tempo fa ritenuto difficilmente valicabile.
Nella finale dei 10.000 metri si verificò il dramma di Salvatore Antibo con la manifestazione, al quarto chilometro di gara, del “piccolo male”, una malattia risalente con tutta probabilità ad un trauma conseguente ad un incidente stradale patito in tenera età. Un male che riduce in uno stato di trance (perdita improvvisa di coscienza).

Il trentatreenne Greg Foster, che a Seul con due placche di metallo e dodici chiodi nel braccio sinistro a riparare i danni di una rovinosa caduta a un mese dai trias, si era fermato alla semifinale, lasciò l’impronta della sua zampata sulla specialità andando a vincere, al pari di Lewis e Bubka, il suo terzo titolo mondiale. Lo statunitense Charles Austin “approfittò” dell’infortunio patito alla caviglia da Javier Sotomayor per salire fino a m. 2.38 dove era collocato il titolo mondiale dell’alto, una enormità per lui che era alto solo 1 metro e 83 centimetri. Al secondo posto si classificò il cubano primatista del mondo (2.44 a San Juan il 29 luglio 1989) con m. 2.36.
Ci volle un terzo tentativo a 5.95 per dare a Sergey Bubka la certezza di aver conquistato il suo terzo titolo mondiale. Il dubbio era ingenerato dalle sue cattive condizioni fisiche, causate da un malanno al tallone sinistro che lo tormentava da mesi

Ma adesso attenzione! Sono scesi in pedana i finalisti della gara di salto in lungo.
Carl Lewis veniva da una serie di 65 vittorie consecutive iniziata a Detroit il 13 marzo 1981 (m. 8.48). L’ultima perla di questa serie l’8.64 ottenuto a New York il 15.6.91. Dieci anni di successi. Il miglior risultato della straordinaria progressione l’8.79 ottenuto a Indianapolis il 19.6.1983.
Nonostante fosse già stato designato dalla storia come il più grande saltatore in lungo di tutti i tempi, il primato della specialità era strettamente in pugno a Robert “Bob”Beamon che lo aveva stabilito con la misura di 8.90 ai 2.248 metri di altitudine di Città del Messico (+2.0 m/s) al termine della brevissima gara olimpica (due soli salti e poi 4 “passo”) che l’americano aveva “ucciso” al primo tentativo.
Carl conosceva benissimo il suo avversario più pericoloso, lo psicologo californiano Mike Powell.
Powell era reduce da un probante 8.73 ottenuto al Sestriere sia pure con vento favorevole (+2.6 m/s).
I due atleti si erano incontrati quindici volte. La prima volta a Los Angeles il 15 maggio del 1983. Lewis aveva vinto con un balzo straordinario a 8.56 mentre Powell si era fermato a 7.60. Carl non aveva mai perso. Solo il 15 giugno a New York Powell gli si era avvicinato a un centimetro (8.64 contro 8.63).
Lewis non sapeva ancora che la sedicesima volta gli sarebbe stata fatale. I dati statistici erano tutti dalla sua parte. Lewis infatti deteneva 17 delle 30 migliori prestazioni di tutti i tempi e negli ultimi dieci anni per ben otto volte era finito al primo posto della lista stagionale.
Alla finale parteciparono 13 concorrenti. Tutti quelli che avevano saltato almeno m. 8.01 in qualificazione; il primatista europeo Robert Emmiyan, argento a Roma ’87, rimase fuori dalla finale pur avendo saltato otto metri.
Noi concentreremo la nostra cronaca sui due principali attori. Quando iniziò la finale era una notte di luna piena con minacciose nubi temporalesche, la temperatura segnava 27° mentre l’umidità era salita all’83%.
I turni di salto vedevano Powell saltare per settimo e Lewis per undicesimo.
Il primo salto di Powell fu deludente, solo m. 7.85 (+0.2), mentre invece Lewis sembrò aver già “ucciso” la gara atterrando a m. 8.68 (+0.0).
Al secondo tentativo Powell fu più attento e realizzò un 8.54 (+0.4) di ottima fattura. Nullo millimetrico invece per Lewis che a tutti parve migliore del primo salto.
Al terzo tentativo Powell saltò m. 8.29 (+0.9), mentre Lewis grazie a un vento di +2.3 m/s volò a m. 8.83, migliorando in tal modo il suo primato personale.
Un nullo molto contestato da Powell (valutato 8.76), ma giustamente sanzionato, caratterizzò il quarto turno di salti, che vide Lewis, sospinto da una brezza di +2.9 m/s, veleggiare a m. 8.91; un centimetro più dello storico primato di Beamon.
Chiunque al posto di Powell si sarebbe abbattuto dinanzi a tanta bravura e valentia. Invece Powell trasse da questa situazione la determinazione di battere il primo in quel momento in classifica: cioè Lewis.
Al quinto tentativo, sotto gli occhi di un Lewis in ansia, Powell affrontò il salto aiutato da un trascurabile vento favorevole di 0.3. Staccò a 3 centimetri dalla plastilina e si produsse in una parabola molto alta che lo portò ad atterrare a m. 8.95. Bob Beamon era cancellato!
Mike Powell si scatenò allora in una corsa sfrenata verso le tribune sollevando i pugni al cielo.
Intanto il trentacinquenne Larry Myricks realizzava un 8.42 conquistando il bronzo.
Lewis dette prova di tutta la sua grandezza ottenendo al quinto tentativo la misura di m. 8.87 (+ 0.2 m/s), terza miglior prestazione di tutti i tempi.
L’ultimo salto di Powell fu nullo, mentre Lewis saltò m. 8.84 (+1.7 m/s), la quinta miglior misura di sempre.
Sui cinque salti validi Lewis aveva ottenuto una media di m. 8.83, che saliva a 8.86 sugli ultimi quattro.
Lo statistico Don Potts osservò che Powell superando Beamon, aveva favorito Jesse Owens nella conservazione della longevità del suo primato di salto in lungo. Owens infatti detenne il primato per 25 anni e due mesi, mentre Beamon solo 22 anni e 10 mesi!
Carl Lewis riuscì a mascherare bene la sua delusione, rilasciando questa dichiarazione: “Sono cose che succedono. Il lungo e i 100 metri sono state le più grandi gare di tutti i tempi, e io ho avuto la fortuna di essere stato protagonista di entrambe”.
Il racconto di questa fantastica finale, una pagina straordinaria della storia atletica, ci ha costretto a rubare spazio agli altri protagonisti di quel mondiale.

Maurizio Damilano (1:19.37 sui 20 km) approfittò di una ingenuità in pista del sovietico Mikhail Shchennikov (1:19.46) per andare a vincere una gara che lo aveva sempre visto fra i protagonisti.
Ancora un primato del mondo per gli Stati Uniti nella staffetta 4×100. Il quartetto composto da Cason. Burrell, Mitchell e Lewis ha coperto la distanza in 37.50, davanti alla Francia (37.87). Quinta l’Italia in 38.52.
Nomi nuovi alla ribalta fra le donne dell’atletica mondiale. Regina della velocità è la bionda tedesca Katrin Krabbe, fisico da modella, che in entrambe le prove di sprint, circostanza molto singolare, regolò nell’ordine Torrence, Ottey e Privalova.
Nel giro di pista la Guadalupa offrì alla Francia un’atleta dal fisico eccezionale destinata ad aprire una stagione di successi clamorosi: Marie-José Perec. La ragazza vinse in 49.13 battendo la grintosa tedesca Grit Breuer (49.42), prenotando l’oro olimpico di Barcellona.
Dominio russo nella marcia sui 10 km e vittoria di Alina Ivanova (41.27) con Ileana Salvador e Annarita Sidoti rispettivamente settima e nona. Senza dubbio una grande edizione dei campionati del mondo, illuminata da due grandi eventi (100 e lungo) che rimangono descritti a caratteri cubitali nella storia della nostra atletica.


Stoccarda 1993

I Campionati Mondiali di Stoccarda, i quarti della storia, si rivelarono, come presagito da Nebiolo, in un vero successo sia sotto il profilo dell’immagine che sotto l’aspetto tecnico. Il pubblico accorso al Gottlieb-Daimler-Stadion (il vecchio ma rimodernato Neckarstadion teatro nel 1986 della storica tripletta azzurra sui 10.000 del campionato europeo), poté così godere di uno spettacolo indimenticabile.
1689 atleti di 187 paesi presero parte alla manifestazione. Venti nazioni ebbero atleti campioni del mondo e trentasei quelli che videro loro concorrenti andare a medaglia.

Quattro furono i primati mondiali stabiliti durante la manifestazione: due in campo maschile e due in quello femminile, oltre ad uno eguagliato.
L’inglese Colin Jackson portò a 12.91 il record dei 110 metri a ostacoli, limando un centesimo al tempo ottenuto da Roger Kingdom a Zurigo nel 1989.
La formidabile staffetta del miglio degli Stati Uniti (Valmon 44.43, Watts 43.59, Reynolds 43.36 e Michael Johnson 42.91) , la stessa che aveva trionfato ai Giochi di Barcellona con la sola differenza di Reynolds al posto di Steve Lewis, fece segnare un eccezionale 2:54.29, limite ancora oggi imbattuto. Il quartetto veloce degli Stati Uniti (Drummond, Cason, Mitchell e Burrell) eguagliò invece il primato stabilito dagli americani a Barcellona l’anno prima.

Fra le donne i nuovi limiti mondiali furono quelli ottenuti dalla britannica Sally Gunnell (52.74) nei 400 ostacoli e dalla russa Anna Biryukova nel triplo, specialità che fece il suo esordio al mondiale, prima donna a superare i 15 metri (15.09).
Diciannove furono i primati dei campionati migliorati; il numero più alto delle quattro edizioni disputate fino ad allora.
Sergey Bubka vinse il suo quarto titolo mondiale nell’asta con la misura di m. 6.00, la prima ottenuta in una grande manifestazione all’aperto. Terzo titolo anche per il pesista svizzero Guentour, mentre fra gli uomini Morceli, Kiptanui, Powell, Riedel e O’Brien giunsero al secondo successo nelle rispettive specialità.
Fra le donne la sola cinese Huang Zhihong seppe riconfermare il titolo di Tokio ’91, mentre tornarono al successo due atlete che in passato si erano già laureate campionesse del mondo: Heike Drechsler (lungo) e Jackie Joyner (eptathlon).
L’Italia non conquistò alcuna medaglia d’oro: era la prima volta che succedeva in un mondiale! Solo tre argenti e un bronzo costituirono il bottino degli azzurri.

Il sorprendente siciliano Giuseppe D’Urso seppe inserirsi nel novero dei migliori mezzofondisti del mondo e cogliere un insperato secondo posto negli 800 metri. Altri due argenti vennero dalla marcia con Giovanni De Benedictis, secondo nella 20 km, e con Ileana Salvador (10 km), giunta alle spalle della finlandese Essayah.  Il toscano di Fucecchio Alessandro Lambruschini seppe rompere il fronte dello strapotere keniano andando a conquistare il bronzo nella durissima prova dei 3000 siepi. Da segnalare le ottime prove di Betty Perrone, quarta nella prova di marcia, e il sesto posto di Antonella Bevilacqua nell’alto.

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