Campionati del Mondo: i protagonisti del passato – Parte 3 dal 2001 al 2007

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Termina con la terza parte e la contestuale partenza dei mondiali 2009 questa bella carrellata di Gustavo Pallicca sui protagonisti dei mondiali passati. Oggi è la volta delle edizioni dal 2001 al 2007.

Edmonton 2001

Nel corso dei campionati non si registrò alcun primato del mondo.
Gli Stati Uniti dominarono ancora una volta il medagliere all’alto delle 19 medaglie conquistate (9/5/5), appaiati dalla Russia (6/7/6).
Gli italiani tornarono a casa con quattro medaglie. Un oro (Fiona May), un argento (Fabrizio Mori) e due bronzi (Betty Perrone e Stefano Baldini).
Due fatti di doping turbarono l’ambiente azzurro. Il primo caso escluse dal mondiale Andrea Longo (nandrolone), mentre il secondo vide protagonista il toscano Roberto Barbi (Epo) controllato dopo la gara di maratona conclusa al 60° posto.
Terzo titolo consecutivo sui 100 metri per Maurice Greene, primatista del mondo (9.79) della specialità, con un probante 9.82 (vento – 0.2 m/s). I 200 furono appannaggio del greco Kedéris (o Kenteris) Konstadinos (20.04). Con quello che succederà tre anni dopo, proprio ad Atene, c’è molto da riflettere a posteriori su questo risultato.
Allen Johnson (13.04) pareggiò il conto con Greg Foster, vincendo anche lui il suo terzo mondiale dei 110 ostacoli, proprio nel momento in cui nessuno lo aspettava a questo insperato successo.
Terzo titolo anche per El Guerrouj sui 1500 che, se non altro, servì a lenire la grande delusione patita a Sydney quando il keniano Ngeny soffiò al marocchino l’oro proprio nel finale di gara.
Solito dominio dei keniani nelle gare di fondo con le vittorie di Richard Limo (5000) e Charles Kamathi (10.000).
L’etiope Gezahegne Abere, nonostante l’oro olimpico conquistato a Sydney, non godeva dei favori del pronostico nella gara di maratona. Invece Abere si era ben allenato e vinse il mondiale (2:12.42) con uno sprint insolito per il tipo di competizione, sul keniano Simon Biwot (2:12.43). Terzo in questa competizione il nostro Stefano Baldini (2:13.18), che sembrò aver dimenticato il ritiro nella prova olimpica australiana.
Nella Coppa del Mondo di maratona gli azzurri: Baldini (3°), Di Cecco (17°), Leone (11°) e Barbi (60° poi squalificato), si classificarono al terzo posto dopo Etiopia e Giappone.
La finale dei 400 ostacoli fu una delle più belle e valide dell’intero programma. Quattro atleti scesero sotto i 48.00. Su tutti prevalse il dominicano Felix Sanchez, un atleta cresciuto negli Usa, presentatosi con un 47.95 di tutto rispetto.
A Edmonton Felix ha saputo battere il nostro Fabrizio Mori (47.49 contro 47.54), autore di una gara spettacolare conclusa con il miglioramento delll’ennesimo primato italiano, terza prestazione di sempre in Europa.
Il cubano Ivan Pedroso portò a cinque, consecutivi, i titoli mondiali del lungo, con un salto di m. 8.40 ottenuto alla quinta prova a riprova di una superiorità che lo collocava fra i più grandi specialisti di ogni tempo.
Ritorno alla vittoria mondiale anche per Jonathan Edwards, al suo secondo titolo con l’ottima misura di m. 17.92.
A proposito di “ripetitivi” come non ricordare i tre titoli di John Godina (alla pari con lo svizzero Günthor), i tre del giavellottista Jan Zelezny (92.80), ma soprattutto i cinque del tedesco Lars Riedel nel lancio del disco (69.72).
Avara di risultati per noi la marcia maschile. Nella 20 km vinta dal russo Roman Rasskazov, Alessandro Gandellini fu solo 12°, mentre nella 50 km, che fece registrare il nuovo successo di Robert Korzeniowski, il nostro Marco Giungi fu solo ottavo.
Nella 4×100 gli Stati Uniti non schierano Maurice Greene. Vinsero lo stesso (Grimes, B. Williams, Mitchell e Montgomery) in 37.96 sul Sudafrica (38.47), con i nostri usciti in semifinale.
In campo femminile Marion Jones conquistò due ori (200 e 4×100), perse per un soffio quella dei 100 che le fu “scippata” (nel senso di strappata) da una scatenata Zanna Pintusevich-Block. Un’altra delle atlete croce e delizia degli statistici sempre in allarme per i suoi cambiamenti di…cognome!
Sorvoliamo, ma senza dimenticarli, i successi della senegalese Amy Mbackè Thiam (400 in 49.86), prima vittoria di una africana nella specialità e primo titolo mondiale per il paese caro al nuovo presidente della IAAF Lamine Diack, il secondo titolo di Maria Lurdes Mutola, dominatrice indiscussa degli 800 metri, il ripiegamento di Gabriela Szabo sui 1500, vinti in 4:00.57, per sottrarsi al dominio delle russe e delle keniane sulle distanze più lunghe (Yegorova prima nei 5000 e Derartu Tulu sui 10.000). Come ignorare però il gran tempo (12.42) con il quale Anjanette Kirkland (Usa) ha fatto suo il titolo dei 100 ostacoli, e il secondo oro mondiale della marocchina Nezha Bidouane sulle barriere dei 400 (53.34)?
Fiona May veniva da una stagione incerta, costellata di risultati modesti. La preparazione svolta un mese e mezzo prima dei mondiali l’aveva invece rigenerata e l’anglo-fiorentina si è presentata caricatissima all’appuntamento di Edmonton, decisa a vendicare la sconfitta patita a Siviglia nel 1999. Già in qualificazione (1° del Gruppo A con m. 6.80) si era visto che in pedana c’era una Fiona decisa a puntare all’oro.
In finale, al terzo salto, Fiona toccò la sabbia a m. 7.02 (+2.6 m/s) e balzò al comando della classifica provvisoria. Tremò solo al quarto tentativo della Kotova, quando la ragazza russa, sospinta da un vento di + 3.6 m/s, approdò a m. 7.01. Solo alcuni millimetri di sabbia dietro alla nostra portacolori. Terza l’ispano-cubana Montalvo con m. 6.88. Vendetta compiuta per la rancorosa Fiona!
Era la quarta medaglia conquistata da Fiona May ad un mondiale (due ori Goteborg e Edmonton, un argento a Siviglia e un bronzo ad Atene ’97), un altro trofeo da aggiungere ai due argenti olimpici (Atlanta ’96 e Sydney ’00).
La russa Olimpiada Ivanova, squalificata per doping dopo Atene ’97 nella gara in pista dove era giunta seconda dietro ad Annarita Sidoti, era tornata alle gare nel 1999, ma aveva disertato, misteriosamente, i Giochi di Sydney.
Ad Edmonton sulla 20 km la russa fece gara di testa (1:27.48), mentre alle sue spalle battagliarono a lungo la bielorussa Tsybulskaya e la nostra Betty Perrone, che si era lasciata coraggiosamente alle spalle la delusione per la incredibile, quanto ingiusta, squalifica patita in Australia l’anno prima e poche centinaia di metri dall’oro olimpico.
Mentre la Tsybulskaya si aggiudicava il secondo posto dietro alla Ivanova, Betty e l’altra russa, Natalia Fedoskina, si disputarono allo sprint il terzo posto. Ma Natalia era stata protagonista di un rush finale che non aveva convinto i giudici tanto da indurli a squalificare l’atleta e quindi il bronzo andò alla Perrone (1:28.56), mentre al quarto posto si classificò Erica Alfridi (1:29.48). Il tutto a confermare ancora una volta che la marcia rappresentava una inesauribile fonte di medaglie azzurre.


Parigi Saint-Denis 2003

Nessun primato venne dalla pista e dalle pedane. Due invece i record mondiali (che io continuerei a chiamare “migliori prestazioni” per motivi facilmente intuibili), vennero dalla due gare di marcia su strada. Nella 20 km l’equadoregno Jefferson Pérez coprì la distanza in 1:17.21, mentre nella gara dei 50 km il polacco Robert Korzeniowski portò il limite a 3:36.03.
Stati Uniti e Russia (questa con una forte e rinnovata squadra femminile), fecero incetta di medaglie (20 contro 19). Gli ori degli americani furono però 10 contro 6 dei russi.
Il bottino degli italiani fu uno dei più magri di tutta la storia dei mondiali (a parte l’anno che bucammo clamorosamente il medagliere): 3 medaglie (un oro e due bronzi) che ci relegarono al 12° posto. La Coppa del Mondo di maratona continuò a vederci primeggiare (2° posto di squadra).
Il presidente Gianni Gola, o chi per esso, in un editoriale apparso sulla rivista federale si avventurò in una ardita disquisizione statistica, cercando scuse e giustificazioni per la nostra brutta figura, appellandosi più che altro ai mali degli altri piuttosto che alla nostra critica situazione interna.
E’ pur vero che alcune delle nostre punte questa volta ci “tradirono” (May solo 9°, Perrone ritirata, Longo 5°), ma è anche vero che l’oro di Giuseppe Gibilisco (“il più strabiliante dell’atletica italiana”), giunse inaspettato e quindi va annoverato fra le sorprese (positive questa volta) del nostro bilancio, una specie di “sopravvenienza attiva” per chi mastica di contabilità.
Stefano Baldini si era ormai stabilmente sistemato nel novero dei protagonisti delle gare di lunga lena e la sua predilezione per la maratona si accentuò ancor di più. Giunse così il terzo posto (2h09.14) a questo mondiale dietro al marocchino Jaouad Gharib (2h08.31) ed allo spagnolo Julio Rey (2h08.38).
Il secondo bronzo venne dal settore femminile ad opera di Magdelin Martinez . La cubana, bresciana di adozione, non fu capace di inserirsi nel duello per il titolo che rimase una questione fra Tatiana Lebedeva (1° con m 15.18) e la camerunese Francois Mango – Etone (2° con 15.05), ma riuscì a respingere l’assalto al bronzo della tenace Anna Pyatykh, saltando m. 14.90, stabilendo così il nuovo primato italiano della specialità. In questa gara ottimo sesto posto per la goriziana Barbara Lah giunta ad un sorprendente m 14.38.
Deludenti questa volta le gare di sprint, almeno quelle al maschile, con il successo nella gara regina (100 metri) di un atleta delle isole Saint Kitts and Nevis, Kim Collins, con il peggiore tempo di tutte le edizioni dei mondiali (10.07), uguale solo a quello ottenuto dal giovane Lewis ad Helsinki ’83.
La gara dei 100 metri di Parigi verrà ricordata anche per la “pagliacciata” che ha visto protagonista in negativo, non tanto lo statunitense Jon Drummond, autore di una protesta fin troppo plateale avversa alla sua squalifica, quanto la “nuova regola” che disciplina la falsa partenza. Se i soloni della IAAF avevano “inventato” la nuova regola per snellire le operazioni di partenza, si sono ritrovati con il programma ritardato di quasi 20 minuti a causa delle diatribe sorte. Un vero fallimento! Tutte cose previste (dal sottoscritto) e prevedibili, ma quando mai la voce del campo è riuscita a salire fino agli scranni più alti delle gerarchie federali?
Le cose andarono meglio nel settore femminile. Ma il successo sui 100 (10.85) della graziosa Kelly White (Usa), bissato anche con la vittoria sui 200 (22.05) fu subito oscurato dal sospetto del doping in quanto nelle sue urine (prelevate dopo la finale dei 100) venne trovato uno psicostimolante, La IAAF tergiversò molto. Ammise che il prodotto era uno stimolante, ma non era compreso nella lista delle sostante proibite!
Ennesimo titolo per Allen Johnson sui 110 ostacoli (13.12). Ma i giovani incalzavano: fra questi il cinese Xiang Liu, giunto al bronzo.
Feliz Sanchez era da luglio 2001 che non conosceva sconfitte. Normale quindi che si laureasse campione del mondo dei 400 ostacoli (47.25) per la seconda volta consecutiva.
Nessuno poteva pensare che l’erede di Sergey Bubka potesse essere un italiano. Invece insperata e per noi molto ben gradita fu la vittoria di Giuseppe Gibilisco nell’asta parigina del 2003, Il siciliano aveva portato il primato italiano a m. 5.82 all’Olimpico di Roma; a Parigi salì fino a m 5.90. Sarà il suo picco più alto. Verranno tempi molto difficili per il nostro atleta che non riuscì più a ripetersi su quei livelli, fatta eccezione per il bronzo olimpico del 2004.

I Mondiali di Parigi consacrarono definitivamente il nuovo personaggio dell’atletica femmine, nella bionda (non poteva essere altrimenti…) svedese Carolina Klüft, un’atleta che in campo scaricava una energia di simpatia irresistibile e un agonismo coinvolgente.
La ventenne di Växjö è stata la terza donna della storia ad aver abbattuto il muro dei 7000 punti (7001) nella prova dell’eptathlon, il cui primato mondiale è però ancora saldamente nelle mani di Jackie Joyner-Kersee (p. 7291 risalente ai Giochi di Seul del 1988).
Gli altri risultati sono tutti ancora impressi nella nostra memoria. Basta un piccolo sforzo per richiamarli e riviverli.


Helsinki 2005

Tre furono i primati mondiali migliorati: tutti ad opera di atlete. La russa Yelena Isinbayeva, dominatrice dell’asta femminile degli ultimi anni, infranse per la seconda volta (la prima era stata a Londra il 22 luglio), la barriera dei 5 metri proprio in occasione della finale della specialità, abbinando ad un titolo mondiale un primato prestigioso.
La cubana Osleydis Menendez non poteva scegliere platea migliore per migliorare il suo primato del giavellotto portando il limite da 71.54 a 71.70). L’Olympic Stadium, tempio della specialità, le rese onori speciali, quelli riservati alle più grandi interpreti della specialità regina per il popolo finnico. La tedesca Christina Obergfoell le fu degna rivale con un lancio di m. 70.03, sufficiente a rimuovere dal trono delle primatiste europee la norvegese Trine Solberg.
La prima delle primatiste era stata la russa Olimpiada Ivanova in apertura di manifestazione. La ragazza degli Urali vinse il titolo della 20 km in 1h25.41, nuova migliore prestazione mondiale, incassando la bella cifra di 132.000 euro per il doppio exploit.
L’Italia tornò a casa con le pive nel sacco. Il solo che si salvò fu Alex Schwazer, un giovane marciatore di Vipiteno tesserato per i Carabinieri. Il ventenne marciatore, quasi sconosciuto alla vigilia, impegnato nella 50 km, seppe realizzare una di quelle imprese che sanno del miracoloso, conquistando un inaspettato bronzo, salvando così l’Italia dalla ignominia di non vedere il suo nome segnato nella classifica per nazione.
Fu l’unico a salvarsi di una delle più deludenti spedizioni azzurre della storia. Per citare qualcuno dobbiamo scrutare dal quinto posto (Gibilisco, Bani, Ciotti Nicola) in giù; poi solo delusioni (Baldini, Brugnetti)
Meglio sorvolare quindi su un mondiale flagellato dalla pioggia, con gli Stati Uniti tornati alle antiche tradizioni che li volevano dominatori a livello di squadra.
Gli Usa infatti furono capaci di vincere 25 medaglie (14/8/3), lasciando l’eterna rivale, Russia, a 20 (7/8/5).
A livello individuale furono i mondiali di Justin Gatlin (fu vera gloria?), vincitore dei 100 e dei 200 metri; in quest’ultima gara ben quattro atleti statunitensi si presentarono per primi sulla linea di arrivo (Gatlin, Spearmon, Capel e Gay). Un altro americano, Jeremy Wariner, lanciò la sua sfida al primato di Michael Johnson, suo attuale mentore e guida, sui 400 metri, rilanciando la razza bianca in una specialità dove ultimamente si era fatta valere solo grazie all’inglese Roger Black e al tedesco Thomas Schönlebe.


Osaka 2007

Nessun primato del mondo ma neppure alcun risultato di positività riscontrato al termine degli innumerevoli controlli antidoping effettuati. Molti invece gli acuti da parte dei protagonisti di questa undicesima edizione della manifestazione ideata e realizzata da Primo Nebiolo agli inizi degli anni ’80.

Tyson Gay, lo statunitense dagli occhi a palla, è stato sicuramente uno dei tenori che hanno espresso il più potente “do di petto”, realizzato attraverso la conquista di tutti e tre gli ori della velocità. La doppietta nelle prove dei 100 e 200 metri era già riuscita in precedenza ai suoi connazionali Maurice Greene e Jusin Gatlin. Il tempo di 9.85 ottenuto con vento contrario di 0.5 m/s scatenò le congetture degli storici e degli statistici che utilizzarono i correttivi previsti dal fisiologo Jesus Dapena e dal matematico Nicholas Linthome in fatto di influenza di vento e altura nelle gare di atletica. Nei 200, vinti da Tyson in 19.76, al secondo posto (19.91) tornò ad affacciarsi, direi quasi timidamente, l’uomo che l’anno seguente ai Giochi di Pechino sbalordirà il mondo intero, sconvolgendo le graduatorie, e non solo quelle, della storia della velocità: il giamaicano Usain Bolt

Anche il secondo dei tenori espressi dal palcoscenico di Osaka è, sia pure solo dal 2004, un altro americano di etnica keniota: Bernard Langat, autore di una storica doppietta (1500 e 5000 metri) in una grande rassegna mondiale, riuscita a soli due atleti: al finlandese Paavo Nurmi (Giochi del 1924) e, ottanta anni dopo, al marocchino Hicham El Guerrouj (Giochi del 2004). Da tener presente che Langat aveva già vinto il bronzo dei 1500 ai Giochi di Syndey quando indossava e colori del Kenia.

Un altro americano, Jeremy Wariner, era atteso ad un altro storico risultato: quello del primato dei 400 metri piani saldamente in mano al suo amico Michael Johnson (43.18 nel 1999). Ma Jeremy riuscì solo a collocarsi al terzo posto di sempre nella classifica della specialità andando a vincere il titolo con il tempo di 43.45, producendosi in uno straordinario 20.92 nei primi 200 metri che sicuramente compromise la seconda parte della gara.

La Cina ottenne il suo unico oro con il suo uomo di punta, l’ostacolista veloce Liu Xiang (12.95), già curvo sotto il pesante fardello di responsabilità che lo avrebbe accompagnato (insieme a guai fisici) verso la grande delusione di Pechino dell’anno dopo. L’elenco dei protagonisti di Osaka, degni di citazione particolare, sarebbe molto lungo. Ci affidiamo quindi alla memoria ancora di viva delle loro imprese, limitandoci a citarli con il solo nome e la prestazione.

Ecco quindi sbucare fuori dalle immagini ancora vive il piccolo e sgraziato keniano Kirwa Yego (800 metri in 1:47.09), il grande Kenenisa Bekele (10.000 in 27:05.90), i tre protagonisti di una eccellente gara di salto in alto – tutti a m. 2.35 – Thomas (Bah), Rybakov (Rus) e il cipriota Iannou, il perpetuarsi della tradizione nazionale finlandese nel lancio di Pitkamaki, superiore ai 90 metri (90.33) e la grande lotta fra i “titani” delle prove multiple il ceco Sebrle (8.676) e il giamaicano Smith (8.644). Gli Stati Uniti tornano i dominatori delle staffette. A Pechino un anno dopo non sarà così. Il quartetto veloce (Patton, Spearmon, Gay, Dixon) si impone in 37.78 a una Giamaica (Anderson, Bolt, Carter, Powell), seconda in 37.89, ma già orientata a rivendicare a Pechino la sconfitta con l’aggiunta di lauti interessi.

In campo femminile l’americana Allyson Felix vincendo i 200 (21.81) è riuscita a infrangere la supremazia della giamaicana Campbell, dominatrice dei 100 metri, portando poi al successo anche la staffetta veloce proprio davanti alle caraibiche e contribuendo anche al successo della staffetta del miglio. Inutile aggiungere che la Lebedeva (triplo), la Isinbayeva (asta), la Defar, la Dibaba e la Volkova erano attese al successo, puntualmente arrivato. Nessun dubbio (questi verranno in seguito) per la croata Vlasic, dominatrice del salto in alto nelle ultime stagioni, che si impose con un perentorio 2 metri e cinque.

Per i nostri colori uno dei bottini più magri nella storia di tutta la manifestazione. Nessun titolo, ma solo tre medaglie al collo dei nostri atleti. Per la terza volta gli azzurri non conquistavano l’oro (in precedenza: Stoccarda ’93 e Helsinki ’05). Quella di metallo più prezioso (argento) è andata al collo di Antonietta Di Martino giunta nuovamente ad eguagliare il primato italiano con un salto a m. 2.03 a pari merito con la russa Chicherova, alle spalle Vlasic. Tutto questo a coronamento una stagione densa di ottime prestazioni anche se la malasorte per la nostra grande-piccola saltatrice è stata sempre in agguato anche a poche settimane dai campionati.

Argento anche per Andrew Howe autore di una gara di lungo di straordinaria drammaticità, nel corso della quale sembrava che il miracolo (non tanto come fatto tecnico ma come evento inpronosticabile) potesse avverarsi. Succede che al suo ultimo salto di finale Howe si trovi al primo posto della classifica con la misura di m. 8.47, nuovo primato italiano. Ma deve ancora saltare il panamense Irving Saladino, il numero uno della specialità. A dimostrazione che la classe non è acqua il “prode” Saladino si esibisce in un salto di rara elasticità e semplicità atterrando a m. 8.57, lasciando Andrew amareggiato ma consapevole di aver realizzato ugualmente una grande impresa.

Altrettanto consapevole non è stato Alex Schwazer, la nostra grande certezza della marcia. Il ragazzo infatti al termine della gara di marcia sui 50 km, si è reso conto di non aver interpretato nel modo giusto la gara e che il terzo posto gli stava molto stretto. Ma anche per lui basteranno pochi mesi di ridargli (Pechino 2008), le certezze che sembrava aver gettato via a Osaka insieme al berrettino bianco. Per gli altri azzurri, come al solito, alti e bassi. Nel complesso si sono notati segni di risveglio in alcuni settori. Risvegli che in alcuni casi troveranno conferma un anno dopo a Pechino.

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