SCHWAZER SI RITIRA, MARCIA AMARA PER L’ITALIA

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Il momento del ritiro (screenshot tv)Naufragano nella mattina di Berlino gran parte delle speranze di medaglia dell’Italia ai mondiali: Schwazer si ritira, l’oro va al russo Kirdyapkin.

Doveva essere il giorno del riscatto, quello in cui finalmente anche l’Italia avrebbe potuto festeggiare dopo aver visto gli altri farlo per una settimana. Non è andata così, e dalla marcia, tante volte nostro serbatoio di medaglie, è arrivata l’ennesima controprestazione di questo mondiale finora amarissimo. Sconfitta che fa ancora più male perché a fallire è proprio Alex Schwazer, la punta di diamante della nostra spedizione, ma soprattutto colui che ci aveva abituato a non tradire mai quando contava.

A questo punto solo un’impresa di Gibilisco nell’asta o di Ciotti nell’alto, favorita dal basso livello delle loro specialità, potrebbero evitare all’Italia di chiudere con un umiliante zero nel medagliere.

Il clima freddo e la pioggia leggera che avevano salutato gli atleti alla loro partenza, stamattina poco dopo le nove, sembravano già un brutto presagio per la gara di Alex, tanto più sapendo quanto egli preferisca le giornate più calde quali quella indimenticabile di Pechino.

Le condizioni avverse non spaventano gli australiani Adams e Tallent e i russi Nizhegorodov e Kirdyapkin, che come previsto si mettono fin dai primi chilometri di gara ad alzare pesantemente il ritmo, aiutati a tratti dal francese Diniz. Nessuna sorpresa in questo, lo stesso Schwazer pochi giorni prima aveva dichiarato “mi aspetto che tentino di staccarmi prima del trentesimo chilometro, altrimenti sanno che se mi portano fin lì vinco”.

L’altoatesino, “vittima” designata di questa alleanza, non sembra soffrire minimamente il forcing avversario: prima si stacca leggermente mantenendo però una certa fluidità di marcia, poi intorno al km 15 approfitta di un rallentamento del gruppo di testa per accelerare e riportarsi sui primi in un amen. Sembra il preludio all’ennesima giornata trionfale, è solo l’inizio della fine. Il dramma (sportivo, ci mancherebbe) si consuma attorno al ventesimo chilometro, quando la gara è iniziata da circa un’ora e mezza: all’ennesima accelerata di Adams, Schwazer si stacca. Stavolta però non è come pochi minuti prima: la sua andatura è estremamente affaticata, il suo volto assai sofferente: per la prima volta da Osaka in poi non dà la solita sensazione di assoluta padronanza della situazione. L’azzurro perde gradualmente ma inesorabilmente contatto dai primi, il distacco aumenta sempre più fino a giungere ad una quarantina di secondi, gli atleti che l’hanno superato sono ormai una decina. Intorno al venticinquesimo chilometro, arriva il ritiro a gettare nello sconforto tutti coloro che stavano tifando a Berlino e davanti la tv.

Nel mentre la gara entra nel vivo: Diniz, anche a causa di due ammonizioni, è il primo a lasciare il gruppo di testa, seguito poco dopo da Kirdyapkin (ma per quest’ultimo la sorte sarà ben diversa). L’attacco australiano prosegue, e attorno al trentesimo chilometro cede anche Nizhegordov, o meglio deve urgentemente fermarsi in una toilette pubblica. Il curioso “incidente” gli costa una trentina di secondi, ma non risolve i suoi problemi: poco dopo per lui giungerà il ritiro.

Nel frattempo l’altro russo ha immediatamente superato il momento di crisi, e si lancia all’inseguimento dei due battistrada, superando prima Adams poi Tallent ed involandosi verso la vittoria. I due australiani calano nettamente, tanto da finire entrambi fuori dal podio (settimo e sesto), superati anche dal norvegese Nymark e dallo spagnolo Garcia, che a 40 anni conquista una leggendaria medaglia di bronzo, oltre che dal polacco Sudol e dall’eroe di casa (e per questo visto con un occhio di riguardo dai giudici) Hohne. A consolare l’Italia non basta la discreta prova di Marco de Luca, ottavo dopo una gara decisamente regolare.

Nel frattempo a gara ancora in corso Schwazer coraggiosamente si presenta davanti ai microfoni RAI a spiegare la disfatta, raccontando dei problemi di stomaco che lo affliggono da quando è giunto a Berlino. Effettivamente non è stato l’unica vittima del suo intestino, vedi il russo Nizhegordov, ma è veramente tanta la frustrazione dell’atleta azzurro, che si era presentato all’appuntamento assolutamente carico e sicuro di sé e delle sue possibilità. Forse troppo, analizzando a posteriori, e sulle sue spalle può anche aver pesato la responsabilità di “salvare” la spedizione azzurra e la scarsa abitudine all’essere in difficoltà nel corso di una gara. Senza contare, come da lui stesso dichiarato, la sua enorme voglia di dimostrare al mondo di non aver passato il dopo-Pechino a festeggiare. In effetti l’impresa di affiancare il successo mondiale a quello a cinque cerchi nella storia è riuscita solo al grande Korzeniowski.

Per il resto è sembrato anche molto critico con sé stesso nel giudicare la sua sconfitta, con dichiarazioni quali “non mi sono mai vergognato tanto in vita mia”, oppure “a questo punto mi sarebbe convenuto allenarmi di meno e vivere di più”. Poco dopo però, passata in parte l’amarezza e rincuorato anche da un ottimo Baldini, è sembrato più pronto a reagire e a gettarsi alle spalle anche questa delusione, come aveva già fatto dopo gli Europei 2006.

Almeno questo è quello che spera l’intera atletica italiana, che nel momento peggiore della sua storia ha un disperato bisogno del suo atleta più affidabile, a cui si può tranquillamente perdonare una singola giornata storta.

foto: screenshot tv

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