Ultima giornata dei Mondiali di Berlino

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

logo_berlinoE’ andato in scena all’Olympia Stadion di Berlino l’atto conclusivo dei XXII Campionati mondiali di Atletica. La giornata di gare (nessun azzurro, purtroppo) inizia alle ore 11.15 con la partenza della maratona femminile. L’assenza, più o meno prevista, delle big Mikitenko, Ndereba e Radcliffe amplia considerevolmente il novero delle pretendenti al podio.

L’andatura regolare sul piede di 3:30 al km (1h13:39 alla mezza) consente ad un gruppone di oltre venti unità di transitare al 25 km in 1h27:31; qui entra in scena la poco nota 29enne russa Nailiya Yulamanova (2h26:30 il suo pb peraltro ottenuto quest’anno a Rotterdam) che impone un ritmo forsennato (33:33 i successivi 10 km!) e fa la selezione. Le resistono solo in tre: Yoshimi Ozaki (JPN, 2h23:30 pb 2008), Bai Xue (ventenne cinese, 2h23:27 pb 2008, ma già 31:28.88 sui 10000m a 16 anni!) e Aselefech Mergia, l’etiope meno esperta, alla sua seconda maratona dopo l’esordio in 2h25:02 questa primavera a Parigi. Al rifornimento del 35km la russa accusa problemi addominali e cede vistosamente terreno (chiuderà all’ottavo posto in 2h27:08). Prima Mergia e poi Ozaki tentano l’azione risolutiva che riesce invece alla Bai all’altezza del 41 km: allungo deciso e vittoria con l’ottimo tempo di 2h25:13. Ozaki (2h25:) e Mergia (2h25:) la seguono sul podio contenendo il ritorno di Chiunxiu Zhou (2h26:) e Xiaolin Zhu (2h27) che completano il trionfo cinese nella Coppa del Mondo per Nazioni. Sesta – e prima delle europee – la portoghese Marisa Barrios (2h26:50).

Nel pomeriggio si passa a pista e pedane. Si comincia con i 5000m uomini, ai quali Kenenisa Bekele avrebbe forse rinunciato dopo la vittoria sui 10000m, per tornare a concentrarsi sulla rincorsa al jackpot (venerdì riparte la Golden League da Zurigo). Ma tant’è, la ragion di stato (medagliere assai misero per l’Etiopia finora)… E allora via, il primatista del mondo e campione olimpico non si sottrae al suo dovere e controlla la gara fin dai primi giri. Il ritmo è blando e i 3 kenyani, che a turno rilevano l’etiope al comando, poco fanno per incrementarlo. Così, con Bekele al comando, si arriva alla campana dell’ultimo giro in 13:23 con ancora un gruppo di dodici atleti teoricamente in lotta per le medaglie. Il campionissimo etiope se la suona e se la canta, gli altri a guardare, impotenti davanti alla sua micidiale progressione. Gli resta in scia l’ombra scomoda di Bernard Lagat, che a inizio rettilineo lo affianca e sembra superarlo per concedersi un clamoroso bis. Sembra. Perchè Bekele, quando lo dai per perso, reagisce e va a prendersi quel titolo di campione del mondo dei 5000m che ancora gli mancava. Non male i suoi ultimi 200 sul filo dei 26 secondi… Il tempo finale (13:17.09) poco importa. Significativo invece che alle sue spalle sorridano due kenyani battenti altre bandiere (Lagat USA 13:17.33 e James Kwalia C’Kurui QAT 13:17.78). Quelli “veri” devono accontentarsi del 5° posto di Kipchoge, superato nel finale anche dall’ugandese Kipsiro.

Nei 1500m femminili l’etiope Gelete Burka, una delle favorite delle vigilia, ha controllato la gara fin dal primo giro (1:06.66 – 2:15.13) per poi lanciare l’ultimo in forte progressione (3:17.37 ai 1200) affiancata dall’ex connazionale Maryam Jamal (ora rappresentante del Bahrain). A 250 metri dal traguardo Natalia Rodriguez, nell’insano tentativo di superarla all’interno, la spingeva provocandone la caduta. Con un grande recupero dell’assetto di corsa, la spagnola trova inaspettate energie per lo sprint vincente ai danni di Jamal (4:03.74) e Dobriskey (GBR 4:03.75), ma conscia del pasticcio provocato, non esulta. Bello poi il suo gesto consolatorio nei confronti della sconfortata etiope. Inevitabile la successiva squalifica per la spagnola, già vittima delle nuove regole sperimentate quest’anno a Lieira (Campionato Europeo per Nazioni). Il bronzo va all’americana Shannon Rowbury (4:04.18), che aveva beneficiato in batteria di uno dei tanti ripescaggi a seguito di caduta. A proposito, a vedere tanta magnanimità dei giudici, sarà sicuramente cresciuto il rimpianto per quanto accadde a Monaco 1972 nei ricordi di Jim Ryun e Rick Wohlhuter…

L’anno scorso a Pechino, quando la telecamera inquadrò Mbulaeni Mulaudzi alla partenza della sua semifinale sugli 800m, il bravo Martin Gillingham (Eurosport) disse: “His best years perhaps behind him”. Frenato da diversi infortuni e giunto in finale con l’ultimo tempo utile per il ripescaggio, Mulaudzi ha voluto smentire tutti con una gara condotta sempre davanti, su ritmi lenti (53.44 – 1:19.80) ma con una progressione intelligente che ha ucciso le ambizioni di doppietta di Kamal (3° in 1:45.35, a spalla col sempre piazzato kenyano Yego).

Brittney Reese si è laureata campionessa del mondo elevando a 7,10 la sua m.p.m. stagionale. Il suo stile è molto semplice ma evidentemente efficace. Argento per l’evergreen Tatyana Lebedeva (6,97) e bronzo per la sorprendente turca Karin Mey Melis che con 6,80 relega la portoghese Gomes al ruolo di eterna delusa.

Nel giavellotto, il norvegese Andreas Thorkildsen era considerato l’uomo degli anni pari, per aver conquistato l’oro ai Giochi 2004 e 2008 ed ai Campionati Europei 2006. Ribaltato questo cliché con una splendida gara (89,59 il suo lancio vincente, ma anche 88,95) il neo campione ha preceduto un redivivo Guillermo Martinez (Cuba, 86,41) e lo sconosciuto giapponese Yukifumi Murakami (82,97). Male i baltici (Vasilievskis 4° con 82,37) ed i finlandesi (Pitkamaki 5° con 81,90).

Il giro di pista resta (per ora…) l’ultimo caposaldo dell’atletica americana, 5 delle 9 medaglie d’oro vengono dai 400 piani e/o con ostacoli. Normale quindi il dominio delle staffette USA nella 4×400, con le ragazze Dunn, Felix, Demus e Richards brave a chiudere in 3:17.83 (6° tempo di sempre), mentre la Giamaica precede la Russia con un poco significativo 3:21.15. Tecnicamente meno importante il 2:57.86 col quale si sono imposti Taylor, Wariner, Clement e Merritt, davanti a Gran Bretagna (3:00.53) e Australia (3:00.90).

Abbiamo vissuto nove giornate di gare intense ed interessanti, favorite da ottime condizioni meteo, alla presenza di un pubblico talvolta numericamente inferiore alle attese, ma sempre attento e competente, che si è esaltato soprattutto per le imprese degli atleti di casa. E’ stata un’atletica resa più che mai leggera dalle straordinarie volate di Usain Bolt; restano tuttavia alcuni interrogativi che proponiamo alla riflessione di tutti gli appassionati e, si spera, degli addetti ai lavori.

Un numero sempre crescente di atleti di vertice fatica a reggere lo stress psicofisico che il trittico Mondiali – Olimpiadi – Mondiali propone ogni quadriennio (e al quarto anno ci sono comunque i Campionati Europei…). Diversi medagliati di Osaka e Pechino erano qui assenti o hanno gareggiato in condizioni fisiche precarie. Di questo una dirigenza IAAF più attenta alle esigenze degli atleti (e meno alla pecunia) dovrebbe tener conto.

Gli Stati Uniti continuano a perdere peso nello storico ruolo di leader del movimento. Quasi umiliati nello sprint (e non solo per il fenomeno Bolt), soppiantati dalla Giamaica nella scuola prima ancora che nei risultati, non possono più permettersi l’affascinante “dentro o fuori” dei Trials, se non a costo di rinunce pesantissime. Emblematica al riguardo la situazione proposta dagli ostacoli alti: tra i primi 13 della graduatoria mondiale solo due non sono americani, l’infortunato primatista Robles ed il neo campione del mondo Brathwaite… Analoga situazione in campo femminile, con 3 americane nei primi 6, ma zero medaglie, mentre la capolista Lolo Jones era impegnata nella mix zone coi microfoni di Eurosport.

Concludiamo col nostro Paese, per la prima volta assente dal medagliere di un Campionato del Mondo. Il movimento, si sa, è asfittico, la base di reclutamento inadeguata a proporre con continuità atleti di livello mondiale. La domanda per la Fidal è: quei pochi che abbiamo vengono gestiti al meglio? Esistono seri dubbi al riguardo. Certo, altri sanno fare peggio, come il Kenya, assolutamente incapace di gestire i propri giovani talenti che spesso trovano poi gloria coi colori di altre nazioni. Meglio dare un’occhiata a quanto avviene in Polonia (ben 8 medaglie!), per esempio, e cercare di imparare qualcosa. Prestazioni come 5,80 nell’asta, 78,09 nel martello e 2,02 nell’alto femminile, non erano fuori dalla portata dei nostri atleti. Era però necessario dare il 101% nell’occasione più importante dell’anno. Come hanno saputo fare i polacchi, appunto.

Qui i risultati completi dell’ultima giornata: http://berlin.iaaf.org/results/racedate=08-23-2009/bydate.html

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *