L’Italietta mondiale

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italiettaL’Italia torna da Berlino a mani vuote, l’onta delle zero medaglie è ora realtà. Qualche sprazzo di luce si è visto, ma non si può sorvolare sulle condizioni precarie di diverse prime linee, segno che qualcosa da noi non sta funzionando. Il punto tecnico sul Mondiale italiano.

Che l’atletica intercontinentale sia un palcoscenico difficile più di altri sport non siamo i primi a scoprirlo, ma essere sbattuti con tanta forza al suolo dopo i voli pindarici di quest’inverno agli Euroindoor di Torino fa male e non poco. Vedere la Nazionale tornare a casa senza medaglia alcuna è un’immagine desolante, che rattrista e riporta sulla terra a pochi mesi dal bel bottino di medaglie rimediato nella kermesse continentale coperta. Si sa, un Mondiale non è un Europeo indoor, qui le forze in campo sono nettamente più poderose, ma finire senza piazzamenti sul podio allontana ancora di più il nostro movimento dai fasti di un passato ormai remoto.

L’Italia non sa più vincere, non sforna più campioni, o è solo una coincidenza di eventi? Forse entrambe le cose, e senza scendere negli aspetti politici stavolta non è bastata neanche la santa marcia a salvare il carrozzone. Tutto era iniziato con una delle spedizioni più contenute mai partite alla volta di un Mondiale, per concentrare il più possibile le forze della nostra atletica.

Proprio la marcia doveva essere il settore più competitivo ed in effetti sulle strade di Berlino alcuni marciatori azzurri male non sono andati. Ottimo inizio con il quarto posto di Rubino, al termine di una gara autoritaria, poi piazzamento dignitoso per De Luca nella 50 km. A tradire sono stati i marciatori più attesi, ossia gli ori olimpici Ivano Brugnetti e Alex Schwazer, fuori gara anzitempo per motivi diversi, ed Elisa Rigaudo solo nona dopo il bronzo dello scorso anno. Non me la sento di far loro una colpa, incredibili macinatori di chilometri che già tanto hanno dato alla maglia azzurra, si sa che ripetersi ai vertici in questo tipo di discipline è cosa rara e più difficile che altrove. Però il fallimento di tutti e tre sulle rispettive distanze è innegabile, con l’altoatesino parso l’ombra del trattore di un anno fa a Pechino. Una contro prestazione per la quale vale la pena riflettere per un campione forse non adeguatamente protetto dall’assalto mediatico successivo al suo oro olimpico.

Brava è stata ancora una volta Antonietta Di Martino, ai piedi del podio in una gara di alto tutt’altro che semplice. La campana ha confermato di essere tra le migliori al mondo delle ultime stagioni, e per finire sul podio avrebbe dovuto saltare ai limiti delle sue capacità.

Ottima prova poi l’ha data Elisa Cusma negli 800, autrice praticamente di due finali, prima con una gara di semifinale coraggiosa e autoritaria, poi con la finale vera e propria, seguendo il gruppo tirato dalla sudafricana Semenya. Alla fine ne è arrivato un sesto posto con personale stagionale e l’unico rammarico di vedere la britannica Jenny Meadows, ampiamente alla sua portata nel corso della stagione, centrare il bronzo, segno che quel podio non era poi cosa impossibile. Lei lo sa bene e da questo derivano le parole di delusione nelle interviste a caldo, insomma il solito concentrato di grinta.

Hanno fatto il loro dovere capitan Nicola Vizzoni e Clarissa Claretti, entrambi in finale di martello, al contrario di una Salis da sufficienza risicata, mentre decisamente buono è stato il comportamento di Matteo Galvan sui 400, approdato in semifinale con il nuovo personale.

Nel salto con l’asta ha fatto piacere rivedere Giuseppe Gibilisco voglioso di saltare e finalmente in condizioni dignitose sia fisiche che mentali. La cura del nuovo coach Gennady Potapovich ha fatto effetto, il passaggio in finale del siciliano è evento che non accadeva da diverso tempo. Il 5.65 saltato nella finale ed un tentativo a 5,80 per nulla velleitario fanno pensare che il campione sia sulla buona strada per avvicinare i livelli prestigiosi di 5-6 anni fa. Gibilisco non ha perso tra l’altro l’occasione per togliersi qualche sassolino, con parole taglienti nei confronti di chi ancora è seduto su poltrone che contano e gli ha voltato le spalle nei momenti bui della sua carriera.

Buon Mondiale anche per Silvia Weissteiner, autrice di una bella gara sui 5000, corsa raschiando il fondo del barile per concludere in un confortante settimo posto finale. Impresa da evidenziare in un settore che presenta sempre meno spazi. Ne sanno qualcosa Daniela Reina, Christian Obrist, Lukas Rifeser e Daniele Meucci, poco più che comparse nelle rispettive gare. Non che i ragazzi non abbiano mancato di impegno, ma qualcosa in più ci poteva stare per quanto con certi fenomeni mondiali in giro ci sia poco da fare. Piuttosto attendiamo l’esordio di Meucci in maratona, disciplina stavolta desolatamente priva di rappresentanti azzurri, dopo il forfait in extremis di Ruggero Pertile.

Una nota dolente e sempre più eloquente, l’assenza di un successore di Stefano Baldini e la mediocrità di un settore che fino a poco tempo fa era prestigiosa scuola fanno pensare parecchio. Possibile che la maratona italiana non sforni più nessuno capace di competere in un Mondiale? Certo mancava Anna Incerti, la migliore rappresentante azzurra tiratasi fuori per scelte proprie, ma quale altro nome vi viene in mente che fosse in grado di lottare per una medaglia?

Gare deludenti sono arrivate sia da Chiara Rosa nel peso che da Elena Romagnolo nei 3000 siepi, entrambe lontane dalle loro prestazioni e fuori subito sin dai turni di qualificazione. Stessa cosa dicasi per i saltatori del triplo, tutti ampiamente al di sotto delle loro possibilità. Da distinguere in quest’ultimo caso Fabrizio Donato, coraggiosamente a Berlino senza neppure aver gareggiato dall’oro europeo indoor di marzo, bloccato dal famoso infortunio pettorale. Male invece sia il talento Daniele Greco, praticamente in viaggio premio, e Schembri, purtroppo parso distante dalle condizioni che gli fecero superare ampiamente i 17 metri qualche settimana addietro. Discreto Giulio Ciotti capace di conquistare una finale di alto, sia pur senza varcare mai la barriera dei 2,30 che invece fu la porta d’ingresso per entrare nell’aereo in direzione Berlino. Tutto sommato positiva anche l’avventura di Anna Giordano Bruno, esclusa per un soffio dalla finale di asta, confermando che le misure da record italiano non sono un caso.

Luci e ombre le hanno riservate i velocisti: piuttosto insipide le prestazioni individuali, ottimi i riscontri in 4×100. Non è arrivato il record italiano ma la squadra ha convinto, così come le scelte, criticate da alcuni, di Filippo Di Mulo. Inserire Roberto Donati in prima frazione ha premiato il tecnico siciliano, che ancora una volta ha dato dimostrazione di saper vedere oltre e di riscuotere apprezzamenti importanti dal gruppo. Il sesto posto della finale soddisfa, anche perchè il podio era davvero lontano. Assieme al giovane rappresentante dell’Esercito, Simone Collio, Fabio Cerutti e Emanuele Di Gregorio hanno confezionato due buone gare, difficile aspettarsi qualcosa di meglio.

Situazione diversa per la 4×400 femminile, lontana dagli obiettivi prefissati e con una Grenot incapace di spiccare il volo in un Mondiale che non le ha regalato grandi soddisfazioni. La cubana di Roma non ha entusiasmato neanche nella gara individuale e l’impressione è che il picco di forma sia stato tarato non al meglio dal suo staff. Da un’altra azzurra di origine caraibica è arrivata l’ennesima prestazione incolore: Magdelin Martinez è stata incapace di atterrare oltre 13,87, misura davvero mediocre.

Ma le delusioni peggiori di questa trasferta azzurra sono arrivate addirittura prima della partenza per Berlino: le disdette di due punti di forza come Andrew Howe e Claudio Licciardello suonavano già come campanello di allarme per una gestione tecnica che ha mostrato più di qualche crepa. Così è capitato che mentre il sudafricano Godfrey Mokoena, rivale più volte battuto da Howe in carriera, vinceva l’argento con 8,47 all’Olympiastadion, l’azzurro se lo doveva guardare davanti alla tv. Mettetela come volete ma il dato di fatto è che l’Italia sta perdendo un campione, uno che due anni fa si stava giocando l’oro mondiale ad Osaka. Quei tempi sembrano lontani anni luce, di chi la responsabilità? Probabilmente questo di Andrew Howe è l’esempio più lampante della confusione gestionale e dell’incapacità di amministrare del nostro settore tecnico federale, che a giudicare dai fatti sono anche aumentate dopo le ultime elezioni.

Lo stesso forfait di Licciardello fa pensare. Appena qualche mese fa il quattrocentista siciliano era il trascinatore della squadra agli Europei indoor. Da quei giorni gloriosi di inizio marzo poi di Licciardello si è persa ogni traccia, non più una gara con il tendine d’Achille a far sempre più male. Possibile che la situazione non si potesse raddrizzare per tempo? Per certi versi sembra una storia fotocopia di quanto accaduto a Barberi la stagione scorsa, anch’egli scomparso ed ora ombra di se stesso. Speriamo che per Licciardello il peggio sia passato, anche lui è un patrimonio fondamentale per la nostra atletica, non possiamo permetterci di perderlo per strada.

Infine, mi dispiace, ma nella squadra azzurra in questi Mondiali non mi sembra sia trapelata unione nè tanto meno concertazione di obiettivi e risultati da raggiungere. Ogni settore sembra andare per suo conto, manca umiltà di apertura verso le scuole di altre nazioni e persiste un certo ristagno di idee e metodi, conseguenza del fatto che anche all’interno dei nostri confini si parla poco e si preferisce trincerarsi dentro il proprio campo di allenamento.

Al di là delle zero medaglie conquistate il dato tecnico più desolante a mio parere è il seguente: solo Matteo Galvan e De Luca hanno migliorato il proprio personale, mettiamoci anche Rubino che l’ha sfiorato, troppo poco lo stesso per pensare ad una spedizione positiva. Molti atleti sono arrivati a Berlino in condizione di forma approssimativa, praticamente già con la consapevolezza di non potersi migliorare. Un Mondiale non può essere affrontato in questo modo. Il prossimo anno l’appuntamento più importante sarà quello degli Europei a Barcellona, l’occasione giusta per correggere certi errori e riprendere quota sulla spinta dei nostri migliori atleti. Riflettete tutti dirigenti dell’atletica italiana ed agite con intelligenza prima che sia davvero troppo tardi.

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