Berlino 2009, la resa dei conti

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giamaicaniBerlinoUn Mondiale da ricordare, per quanto avvincente e ricco di avvenimenti, con un grande protagonista: Usain Bolt. Il giamaicano, così come a Pechino un anno prima, è riuscito a calamitare l’attenzione di tutto il mondo sulle sue imprese da record, trasformando per una settimana Berlino in un grande villaggio giamaicano. Ma i campionati hanno offerto tanto altro ancora, per una delle edizioni più avvincenti qualitativamente e meglio riuscite.


Usain Bolt, non può che essere lui l’uomo simbolo di questi Campionati del mondo. Era già il fenomeno annunciato e ha mantenuto le attese, prima sui 100 e poi sui 200, grazie a prestazioni straordinarie ed al suo atteggiamento scherzoso e ironico. Bolt è riuscito stavolta anche a trasformare l’attesa di tensione di una finale di 100 metri in un party tra amici, gesticolando e sghignazzando con i vicini di corsia. Daniel Bailey, Asafa Powell, Marc Burns, tutti hanno contribuito a costruire un preludio di finale originale all’insegna della goliardia, con lo stesso Tyson Gay ad assecondare la voglia di giocare del più veloce. Bolt non solo ha annichilito l’americano sui 100, ma ha anche dimostrato di saper andar forte senza avversari che lo stimolino, regalando il record sui 200 metri, corsi praticamente in solitaria. E l’Olympiastadion da subito si è tinto di giallo-nero-verde, ossia dei colori di Giamaica, indossati e sventolati da tanti simpatizzanti della piccola isola caraibica.

Per tutto il periodo di gare la capitale tedesca ha fatto da sfondo alle vittorie giamaicane, ben sette e tutte nella velocità, annientando per il secondo anno consecutivo l’impero statunitense. Tyson Gay & co. poco hanno potuto dinanzi alle pantere giamaicane, incassando una sconfitta ancora più cocente poichè la seconda in serie in quello che è sempre stato il reame del team a stelle e strisce.

A guardare il medagliere è mancato poco che la Giamaica non arrivasse addirittura al ribaltone, staccata solo di 3 ori dagli States e superando persino una superpotenza come la Russia. Già, la Russia, anch’essa crollata di netto rispetto al passato, perdendo medaglie quasi scontate come quelle Di Gulnara Galkina nelle siepi o della stessa Yelena Isinbayeva nel salto con l’asta. Per quest’ultima tutti eran pronti all’incoronazione di regina dei Mondiali al fianco di Bolt, ma la zarina ha deluso commettendo un errore di valutazione del suo stato di forma.

Se Stati Uniti e Russia hanno pagato più del dovuto, diversi altri Paesi hanno fatto compagnia alla Giamaica con compagini in netta crescita. La squadra della Polonia ad esempio ha colto ben 8 medaglie mettendosi più volte in evidenza con i suoi atleti e regalando peraltro il record mondiale di Anita Wlodarczyk. Un record arrivato al penultimo giorno e dedicato alla connazionale e compagna di specialità Kamila Skolimowska, morta improvvisamente in allenamento qualche mese fa e ricordata anche nel book di presentazione della squadra. A ben figurare ci si è messa anche la squadra di casa: la Germania sembra si sia abbondantemente ripresa dal periodo di flessione di qualche tempo fa. Entrambe le squadre hanno dunque le carte in regola per presentarsi il prossimo anno da protagoniste anche agli Europei di Barcellona.

Dal punto di vista individuale al fianco al nome di Bolt ha brillato quello di un altro grandissimo, Kenenisa Bekele. L’etiope ha centrato l’accoppiata 5000 e 10000 in un anno per nulla facile, caratterizzato da infortuni e da una condizione di forma approssimativa fino a tutto giugno. Il campione etiope ha saputo programmare al meglio il suo recupero, arrivando a Berlino performante come sempre. La seconda parte dei 10000 corsa in 13’05 e spiccioli è un capolavoro assoluto, proprio solo di un fenomeno del mezzofondo come lui. Meno bene, anzi direi piuttosto male è andata all’etiope Meseret Defar, attesa a due ori sulle stesse distanze del connazionale ed invece infilata per due volte dalle furie keniane proprio sul finale di gara, con il risultato di conquistare un solo bronzo.

Tra tante, una vittoria rimane particolarmente impressa, quella del dolorante Steve Hooker nell’asta: l’australiano, menomato da un infortunio all’adduttore, ha centellinato le energie per far sua la gara con soli due salti e ci è riuscito alla grande, scrivendo alcune delle pagine più belle ed emozionanti di questo Mondiale, complimenti davvero.

Pagine di un certo clamore le ha scritte la sudafricana Caster Semenya, giovanissima venuta dal nulla e vincitrice degli 800. Le si contesta di essere un uomo, di presentare tratti troppo mascolini. Vedremo come andrà a finire una faccenda che è esplosa a Berlino e continua a tenere banco in tutto il mondo.

Ma questo è stato anche il mondiale delle debacle di altri grossi nomi, vedi Robles e Saladino, a far compagnia alla già citata Isinbayeva. Per grandi atleti delusi, altri che invece hanno colto successi importanti, a cominciare da Sanya Richards nei 400, finalmente ad un oro in carriera dopo tante delusioni.

Conferme sono poi arrivate da Allyson Felix, Kerron Clement, Valerie Vili e perchè no Blanka Vlasic, tornata a sorridere, anzi a piangere di gioia dopo un anno tribolato e cosparso di cocenti sconfitte. La Vlasic è anche l’occasione per parlare di un pubblico che non sarà stato sempre numeroso, ma che ha sempre dato segnali di buona competenza e grande sportività. Proprio la croata è stata applaudita ed incoraggiata anche quando si stava giocando la vittoria con la beniamina di Germania Ariane Friedrich, comportamento davvero esemplare per i tanti supporter tedeschi in tribuna.

Da elogiare è anche la presenza di pubblico durante la gara di Decathlon, seguita dall’inizio alla fine, partecipando con grande impeto ad ogni prova. Questa gente di atletica ne capisce eccome, sa cogliere i momenti di difficoltà degli atleti e le grandi prestazioni prima ancora che lo speaker lo sottolinei, insomma abbiamo tutto da imparare da un popolo con una grande cultura in fatto di atletica leggera.

Questa di Berlino è stata infine la prima edizione di Campionati a non salutare l’arrivo delle gare su strada all’interno dello stadio. Percorso tutto all’esterno con arrivo posto in coincidenza della Porta di Brandeburgo. Una scelta televisiva discutibile che ha dato i suoi frutti in termini di spettacolarità per il telespettatore, ma che ha penalizzato un pò chi invece era sul posto e magari doveva anche lavorare, spesso in balia della folla a districarsi in spazi non proprio agevoli. Qualche atleta si è anche lamentato di non aver potuto ricevere il calore del pubblico dell’Olympiastadion, non è la stessa cosa essere accolti al traguardo da qualche migliaio di persone rispetto ai 70000 di uno stadio intero. Ognuno ha le sue ragioni, fatto sta che questa sembra essere l’unica sbavatura di un’organizzazione esemplare e molto attenta ad ogni dettaglio.

Ottima la scelta delle musiche allo stadio ed il tempismo con il quale venivano coperti i tempi morti, lodevole lo spiegamento di volontari e addetti per semplificare la vita all’interno dello stadio. Semmai qualche critica è arrivata per il prezzo dei biglietti, in alcuni casi giudicato eccessivo.
Comunque si è trattato davvero di un bel Mondiale, se non fosse arrivata la nota stonata delle zero medaglie italiane. Arrivederci Berlino, al lavoro Italia!

 

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