In ricordo di Primo Nebiolo

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_NebioloMentre a Roma in queste ore si sta svolgendo la commemorazione di Primo Nebiolo in occasione dei 10 anni dalla scomparsa che cadrà il 7 di questo mese, il nostro storico Gustavo Pallicca ci porta a conoscere la forza del genio di questo indimenticato dirigente che con la sua opera cambiò per sempre l’atletica leggera mondiale.

Qualcuno ha detto che Primo Nebiolo toccò il culmine del suo successo dirigenziale il 5 agosto del 1980, quando nel romano Stadio Olimpico si trovarono a gareggiare, fianco a fianco, i reduci dalle Olimpiadi di Mosca e la schiera di coloro che erano stati costretti (le decisioni furono dei governi e non certo degli atleti o delle federazioni) a disertare i XXII Giochi Olimpici, dando vita al primo vero boicottaggio della rassegna olimpica, in precedenza solo sfiorata da ridotte defezioni (come entità partecipativa) avvenute a Melbourne (1956) e a Montreal (1976).

Il meeting internazionale di Roma, denominato Golden Gala, figurava da tempo nel calendario internazionale, ma i fatti di Mosca facevano prevedere un insuccesso clamoroso di partecipazione unita alla preoccupazione per la scelta di una data troppo estiva che avrebbe tenuto lontano dall’Olimpico i vacanzieri romani.
Primo Nebiolo, il dinamico dirigente torinese, era divenuto presidente della F.I.D.A.L. nel dicembre del 1969 succedendo al capitano Giosuè Poli del quale era stato vice dal momento della sua riconferma alla guida del governo dell’atletica italiana (maggio 1969).
Nebiolo era entrato nel governo Poli sulla spinta di un movimento di opinione e di azione, chiamato Rinnovamento, che si riprometteva di rifondare l’atletica italiana. Del movimento facevano parte personaggi destinati a frequentare per molti anni a venire la scena della nostra atletica: Giuseppe Mastropasqua, Dante Merlo, Alfredo Berra, Gianni Romeo, Luciano Barra, Sandro Calvesi, Bruno Bonomelli, Ruggero Alcanterini e molti altri.
Ai primi di agosto di quel 1980 Nebiolo era a Mosca e si accingeva a presenziare alla cerimonia di chiusura dei Giochi (3 agosto).
L’atletica italiana si era comportata molto bene ai Giochi. Due medaglie d’oro e una di bronzo in campo maschile (Mennea, Damilano e la 4×400) e una in campo femminile (Simeoni) costituivano un bottino eccellente e quindi Nebiolo si accingeva a presentarsi senza timori riverenziali alla conferenza stampa di chiusura.
Prima però partecipò, insieme ad altri presidenti di federazione, presso il Club nautico dell’Università di Mosca ad un incontro con i massimi dirigenti dell’atletica sovietica, guidati da Leonid Khomenkov, vicepresidente della I.A.A.F.
Fu proprio da un testa a testa con Khomenkov che Primo Nebiolo uscì con una notizia che, annunciata in conferenza stampa, in un attimo fece il giro del mondo, aprendo fenditure di disgelo nell’iceberg creato anche nello sport dalla così detta “guerra fredda”.
Al Golden Gala era stata prevista la presenza degli atleti sovietici che avrebbero così affrontato i colleghi europei e statunitensi e comunque tutti coloro che avevano boicottato i Giochi non tanto in un sorta di rivincita quanto in un affratellamento che solo lo sport era capace di dare. Il successo della manifestazione romana fu eccezionale. Nonostante la data infausta ben sessantamila spettatori affollarono le tribune dell’Olimpico impegnando oltremodo il servizio d’ordine. Notevoli anche i risultati sotto il profilo strettamente tecnico e conferme vittoriose per i nostri Mennea e Simeoni.

Ho voluto iniziare il ricordo di Primo Nebiolo nel decennale della sua scomparsa, proprio da questo episodio della sua straordinaria carriera dirigenziale che a mio avviso evidenzia l’intraprendenza, la lungimiranza e soprattutto la forza diplomatica dell’uomo che ha saputo raggiungere la più alta carica nel mondo dell’atletica leggera ed un posto di tutto prestigio in quello del movimento olimpico.
Una scalata dirigenziale iniziata nel 1948, quando a soli 25 anni venne eletto presidente del Cus Torino, passata attraverso la presidenza della F.I.D.A.L. (dal 1969 al 1989), della F.I.S.U. (Federazione Internazionale Sport Universitari dal 1961 al 1999) e della I.A.A.F. (dal 1981 al 1999), per tacere le altre cariche, onorifiche e non, nell’ambito CO.N.I. e C.I.O. Molto si è scritto su Primo Nebiolo, prima e dopo la sua scomparsa, inattesa e quindi più dolorosa. Oggi non voglio riportare dati e aspetti della sua vita che appartengono già alla storia e quindi a noi tutti, ma, nel limite del possibile, sottolineare e mettere in evidenza alcuni aspetti peculiari e particolari della sua personalità che molti hanno criticato (a volte a ragione), ma che è stata determinante per scrivere nel libro della nostra atletica pagine indimenticabili grazie alle imprese di personaggi cresciuti nel periodo aureo in cui ha regnato lui: “Re Nebiolo”.

Chi scrive ha avuto la fortuna di vivere a tutto tondo quel periodo che va dai Campionati Europei romani del 1974 ai Campionati del Mondo, pure romani, del 1987 e ringrazia Primo per aver ideato e proposto agli appassionati italiani tanti spettacoli di grande atletica animati dai più prestigiosi protagonisti di quegli anni.
L’atletica di Nebiolo venne, e viene tuttora, ricordata con l’appellativo di “atletica spettacolo”. I suoi detrattori gli imputarono di aver privilegiato quel tipo di atletica a quella di base, fucina di futuri campioni. Costoro non avevano, in alcuni casi, tutti i torti. Ma sul piatto della bilancia che valuta i pro e i contro c’è da dire che la spinta che venne dalle migliaia di persone che popolarono gli spalti degli stadi di atletica, richiamate dalla gesta di grandi protagonisti (figli di quella atletica), la si ritrovava nel sempre maggior numero di adepti che poi nel tempo è andata gradualmente riducendosi in numeri e qualità, indirizzando le masse verso competizioni stradaiole che gratificano solo gli stessi partecipanti e che nessun contributo portano alla diffusione dell’atletica fra i giovani.

Chi non ricorda i fasti dell’Olimpico romano, le code ai botteghini di Siena, Firenze e Viareggio in occasione degli omonimi meeting? E che dire degli spalti gremiti della napoleonica Arena Civica di Milano?
Tempi lontani che solo le foto dell’epoca ci permettono di far sbarrare gli occhi dei più giovani, abituati alle squallide, deserte gradinate dei giorni nostri. Ma Nebiolo veniva dalla gavetta. Dopo la parentesi della guerra che lo vide arruolato nei movimenti partigiani piemontesi, si avvicinò all’atletica innamorandosi della specialità del salto in lungo, dove per altro non ebbe modo di eccellere tanto che i sette metri rimasero per lui una chimera.

Arturo Maffei, il grande saltatore italiano degli anni ’30, mi raccontò di un episodio, l’unico nel quale ebbe modo di vedere in azione l’atleta Nebiolo; dopo lo avrebbe sempre visto in giacca e cravatta, con i capelli che ormai erano solo un ricordo, aggirarsi impettito sui campi a premiare o dispensare consigli ai suoi atleti. Maffei concluse nel 1941 la sua straordinaria carriera di atleta ricca di primati, di successi ma anche di recriminazioni come quando a Berlino, nei Giochi Olimpici di Berlino del 1936, nella grande gara di salto in lungo, scontro fra Owens e Long, perse il bronzo per un solo centimetro. Dieci anni dopo Maffei, tornato al calcio nel ruolo di tecnico, si trovava in Sardegna, allenatore della squadra dell’Iglesias.
Nel giugno di quell’anno, a campionato ormai concluso, Arturo venne contattato dai dirigenti dell’ Assi Giglio Rosso di Firenze, l’unica società per la quale in carriera aveva gareggiato e per la quale aveva conservato il tesseramento come atleta, che erano in difficoltà per il completamento della squadra che doveva disputare la finale del campionato di società.
Il grande Bruno Betti, responsabile della compagine fiorentina, chiese all’amico Arturo (avevano partecipato entrambi alla spedizione olimpica di Berlino) di tornare a indossare le scarpette chiodate e di coprire il “buco” del lungo a Torino, sede del campionato di società.
Fu così che dieci anni dopo, Maffei il 24 giugno, quasi quarantaduenne, tornò in pedana nello Stadio Comunale (l’ex Stadio Mussolini), impianto che lo aveva visto in passato tante volte protagonista.
L’unico atleta che Maffei conosceva era Gino Pederzani, bolognese di 35 anni, che era stata suo compagno di nazionale negli ultimi incontri della sua carriera.
L’età degli altri concorrenti andava dai 19 anni del milanese Mario Naj Oleari ai 28 di Primo Nebiolo, un torinese del Gruppo Sportivo Lancia, che Arturo, ancora crinito, prese, paternamente ma con ironia toscana, a dileggiare per la ormai evidente precoce calvizie.
La gara fu vinta da G.Piero Druetto del G.S. Gancia con la misura di m. 6.82. Nebiolo (Lancia Torino) si classificò all’ottavo posto con m. 6.37, ma non se la sentì di sfottere il “vecchio” Arturo che giunse undicesimo con m. 6.21.
I due si rividero molti anni addietro nel 1972 a Viareggio in occasione del primo meeting alla vigilia dei Giochi di Monaco di Baviera.
Ricordo ancora adesso l’affettuoso abbraccio fra il vecchio campione e il presidente della federazione e la commozione con la quale venne ricordato quell’unico loro incontro in pedana di tanti anni addietro.

Primo Nebiolo è stato un presidente sempre molto vicino ai suoi atleti, premuroso e attento a ogni aspetto che potesse ridurne il potenziale agonistico. Ricordo che nel 1979 alla vigilia della finale di Coppa Europa in programma a Torino, chiamò a Formia dove la nazionale italiana era radunata, i quattro starter convocati per quell’evento importante (io ero uno di loro) e volle che trascorressimo la vigilia insieme ai velocisti azzurri guidati dal grande Pietro Mennea per familiarizzare con loro e provare e riprovare i tempi di partenza. Poi ci trasferimmo in aereo a Torino insieme alla squadra.

Come definire in breve sintesi questo grande dirigente? Qualcuno ha usato il termine impegnativo di “genio”. Come dargli torto se solo pensiamo alle molte e importanti innovazioni portate ai palinsesti dell’atletica mondiale? Sua l’idea di istituire i campionati del mondo di atletica leggera (1983) per colmare il vuoto di quattro anni fra un’olimpiade e l’altra. Sua l’idea di lanciare un circuito di grandi meeting che poi si è andato modificando nel tempo da quel Gran Prix IAAF Mobil alla Golden League dei giorni nostri. Tutte iniziative che hanno portato sponsor all’atletica e le sponsorizzazioni si sa portano denaro. Denaro che Nebiolo, con grande mossa politica ha tramutato in premi per gli atleti ma ha anche destinato alla realizzazione di impianti nei Paesi meno sviluppati, accattivandosene la simpatia e la riconoscenza in modo da avere buon gioco quando, con mossa altrettanto abile, scardinò il potere dalle mani delle nazioni storicamente e potenzialmente più forti per tramutarlo nella formula “one country…one vote” che sconvolse gli equilibri dell’atletica mondiale.

Ma Nebiolo, mediocre lunghista, non ha potuto esibirsi neppure come staffettista e non certo per demerito suo. Infatti il suo testimone, in quanto a genialità e inventiva, non ha trovato ancora oggi una mano salda che abbia saputo afferrarlo e condurlo vittorioso al traguardo.

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