Né carne né pesce

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fishmeatUso questa affermazione un po’ provocatoria per parlare degli atleti delle squadre militari i quali si trovano ad avere due padroni. Da una parte c’è il “capo” vero e formale e cioè lo Stato, datore di lavoro con regolare contratto e dall’altra c’è la Fidal che a sua volta condiziona e produce regolamenti ad hoc rivolti agli atleti militari. A questo intricato sistema di gestione degli atleti che di fatto sono i nostri atleti migliori, va aggiunto un sostanziale disinteresse della dirigenza Fidal a discutere di questo doppio status che al contrario è un problema da affrontare e risolvere. Date queste evidenze ho voluto fare quattro chiacchiere all’interno di alcuni Gruppi Militari. Ecco cosa ne è emerso.

Da quanto recepito nei diversi contatti con i Gruppi Sportivi “in divisa” (non ho sentito tutti, devo essere sincero) traspare un evidente deterioramento dei già precari rapporti con i vertici Fidal. Alcuni Gruppi Militari non hanno digerito infatti la discrepanza tra un Arese che aveva più volte enunciato in occasioni pubbliche, di voler costituire un tavolo per chiarire le posizioni “tra uomini di buona volontà” e un comportamento che nei fatti non ha portato nemmeno ad un incontro preliminare.
In realtà sono 4 anni che le Società “militari” attendono un cenno concreto di disponibilità. Proposito ribadito anche in sede assembleare e da ultimo annunciato in un’occasione precedentemente ai Mondiali di Berlino.
L’interpretazione più benevola che si possa dare di un tale atteggiamento – che, come rilevato, non sembra corretto neanche sul piano squisitamente istituzionale – è quella di considerarlo abbastanza miope e chiaramente controproducente, trattandosi di rapporti tra la federazione e la parte più rilevante del movimento atletico nazionale, quella che in ogni caso impegna le risorse più corpose.

Entrando nel vivo dei problemi e posto che ognuno è libero di avere le sue opinioni, un dato oggettivo che emerge e dal quale non si può prescindere è che questi atleti hanno un datore di lavoro che è lo Stato. Da ciò ne deriva che diritti e doveri del loro status sono definiti dal contratto di lavoro sottoscritto.
Vale quindi la pena farsi qualche domanda. La prima: è accettabile che una Federazione sportiva come la Fidal voglia disciplinare l’utilizzo del personale statale emettendo regolamenti in contrasto con le norme relativamente al contratto di lavoro degli atleti militari? Tanto per fare un esempio: è giusto obbligare una società militare a cedere (gratis) i suoi atleti e relative prestazioni ad un’altra società per le gare di club più importanti?
Seconda domanda: anche volendo pensare che le scelte della Fidal abbiano un senso, perchè la federazione non accetta di incontrare le squadre militari per trovare un accordo che rispetti le esigenze di entrambe le parti? E per finire, conoscete altre federazioni sportive che impongono obblighi simili ai propri atleti tesserati per i Gruppi Sportivi Militari?

Infine uno sguardo al futuro. La Fidal nel fine settimana prossimo ha organizzato gli “Stati Generali”, una sorta di congresso di tuttologia che con un solo weekend pretende di parlare, confrontarsi e progettare l’atletica del futuro. Ci ritornerò presto con un articolo dedicato ma per il momento mi preme sottolineare che all’interno di questo happening tuttologico, non è presente l’argomento dei club militari. Brutto segnale, magari coerente col passato federale di ignorare “le militari” ma brutto segnale!
E in relazione a questo brutto segnale mi chiedo: che succederebbe se i club militari decidessero di prendere una qualche iniziativa per evidenziare il problema che la Fidal fa finta di non vedere? Personalmente valuto molto stupido mettersi in guerra con chi la guerra la fa di mestiere…meglio parlare finché si è in tempo.

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