Lettera aperta di Jacques Riparelli

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Jaques-Riparelli_by_MarcoTogniRiceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta del velocista azzurro Jacques Riparelli che esterna il suo punto di vista in relazione ai metodi di convocazione in nazionale per i prossimi mondiali indoor.


di Jacques Riparelli

Esprimo pubblicamente il mio stato d’animo sulla questione della mia mancata convocazione ai prossimi campionati del mondo indoor. Voglio spiegare con tutta l’oggettività che mi è possibile il motivo per cui ho subito un’inaccettabile ingiustizia, a mia personale opinione.

 

Ad inizio stagione sapevo che dovevo fare il minimo e diventare campione italiano per partecipare ai mondiali. Ad una settimana dai campionati nazionali assoluti vengo a sapere che devo dare “prova d’efficienza fisica”; prova d’efficienza che non è stata richiesta a tutti, in quanto ci sono stati dei convocati che non hanno preso parte ai campionati italiani e prova d’efficienza che non è stata superata da tutti, in quanto ci sono stati dei convocati che hanno avuto controprestazioni ai campionati italiani (senza contare il fatto che un’atleta convocata ha dato netto segno di pessima “efficienza fisica” in una gara spuria post campionati italiani, questo non conta?). Le regole servono, appunto, per mettere tutti nelle stesse condizioni e garantire un trattamento equo una volta che andranno prese delle decisioni.

 

E’ evidente una totale mancanza di chiarezza, in quanto non si sa fino in fondo quali siano i criteri per essere convocati, ed una imbarazzante disparità di trattamento per i motivi detti sopra. E’ banale arrivare alla conclusione che il problema di fondo sono quelle zone d’ombra dei regolamenti che sono sfruttate per prendere decisioni completamente arbitrarie; la frase: “[…] la convocazione […] resta sempre e comunque subordinata ad autonoma ed insindacabile valutazione […] del Settore Tecnico.” eclissa di fatto tutte le regole precedenti. Regolamenti strutturati e chiari proteggerebbero gli atleti da questi soprusi e ci permetterebbero di presentare ricorso, ad un ente super partes, in situazioni come la mia.

L’anno scorso siamo entrati nel comico e ridicolo quando sui 60 metri cinque atleti avevano il minimo per gli europei di Torino e con una regola erano stati designati i campionati nazionali come trials di selezione. Regola prontamente violata due settimane dopo esser stata approvata, evidenziando la sconvolgente mancanza di lungimiranza e la straordinaria incoerenza di chi l’ha scritta. Roberto, terzo piazzato ai trials venne escluso dagli europei!
Credo che la forma e i formalismi siano tanto importanti quanto la sostanza, in un contesto che tocca il lavoro delle persone, i loro interessi economici e una programmazione sportiva strutturata, specie in un ambiente, quello sportivo, che ha tra l’altro obiettivi pedagogici.

 

Questi cosiddetti criteri di selezione hanno poi evidenziato, nella fattispecie, un probabile disinteresse nei confronti degli atleti: durante i recenti campionati nazionali indoor, un’atleta che si era già guadagnata la partecipazione ai mondiali, soffriva di un lieve risentimento muscolare, fastidio che probabilmente le sarebbe passato ora dei mondiali. Lei è stata di fatto obbligata a gareggiare, si è infortunata e l’Italia ha un’atleta in meno ai mondiali, c’è un nome per questo: martirio! Anna ha tutto il mio rispetto e ammirazione perché anche io nei suoi panni avrei lottato coi denti per tenere stretto ciò che mi sono guadagnato, anche rischiando uno strappo di 25cm! Un altro atleta, dal canto suo, ha avuto l’influenza la settimana prima degli italiani, a cui è stato chiamato per dare prova d’efficienza; in una gara di mezzofondo, che si è rivelata tattica, si è piazzato secondo. A influenza passata e ad una gara a ritmo più veloce, per esempio ai mondiali, avrebbe probabilmente fatto il personale, dato che aveva finalizzato quelle gara: Lukas è stato lasciato a casa! Non voglio parlare degli atleti nelle nostre stesse condizioni, o perfino peggiori, i quali sono stati convocati, perché sono convinto che sia meglio portare ai mondiali un atleta in più piuttosto che quattro, meritevoli, in meno.

 

Ricordo che a 14 anni al calcio preferii l’atletica leggera. Uno dei motivi della mia scelta era che ritenevo la regina degli sport emblema della meritocrazia ed in qualche modo della giustizia: il cronometro e il metro sono gli insindacabili giudici della tua prestazione. Pensavo che non avrei mai più fatto panchina ingiustamente, ma a 26 anni e alla terza ingiustizia subita, mi accorgo amaramente che da ragazzino, che sognava gesta olimpiche e mondiali, mi sbagliavo.

Non ho idea delle conseguenze delle mie parole e del fatto di essermi esposto personalmente, probabilmente sarà l’inizio di una spirale a mio sfavore, ma chi mi conosce sa che ho un ottimo rapporto con tutti perché mi piace essere sereno nell’ambiente in cui lavoro; sono fiducioso (poco) e spero in un barlume di buonsenso. Spero inoltre che in molti, perché in molti siamo, alzeranno la voce quando subiranno un’ingiustizia, alla fine siamo noi atleti i buoi di questo carro; i siti “amici degli atleti” esistono e possono essere un buon canale di comunicazione. Con queste mie parole non voglio dire di convocare tutti indistintamente alle grandi manifestazioni, ma spero in regole certe e precise, coerenza e uniformità di giudizio; la mancanza di questi è un elemento che disegna quello che è sotto gli occhi di tutti, ma che non tutti vedono, specie gli artefici.

 

foto di Marco Togni

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