A cinquanta anni dalla vittoria di Roma.

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Livio Berruti una vita tracciata su una curva è una linea.

Quando si corre, per un breve attimo ci sì stacca da terra, quindi, anche se per poco, è possibile volare, così tra il vento che accarezza la pelle è anche possibile sognare.

Gianni Brera lo chiamava l’abatino per quella sua eleganza senza tempo, la sua vittoria ai Giochi Olimpici di Roma era per Brera la vittoria italiana più bella del Novecento.

Quel filmato visto ancora oggi è capace di donare grandi emozioni, mai un velocista italiano era stato in una finale Olimpica; che poi la vincesse con il record del mondo questo superò ogni più sfrenata fantasia. Questo creò quello che il giornalista Claudio Gregori descrive come il mito che porta alla paura per il bello quello che solo la Sindrome di Stendhal può descrivere in pieno.

In quella fatidica Olimpiade, Berruti, vinse la semifinale e due ore dopo, quando tutti si aspettavano che si sciogliesse come neve al Sole, torno a vincere con 20″5 lo stesso tempo della semifinale dove aveva battuto tre deglii atleti più veloci al mondo. Dopo la semifinale nemmeno lui avrebbe scommesso una lira sulle sue possibilità, in fondo aveva dato troppo, aveva stabilito il record del mondo cosa altro poteva fare, era il 3 Settembre del 1960, quando a poche ore dal primato della semifinale Berruti sì replicò, se il maestro Paganini non ripete, Berruti lo fa, scrivendo il suo nome nella storia, con un volo di colombi ad annunciarlo negli ultimi cento metri di gara!

Tra i presenti a una conferenza tenuta a Modena, con una cravatta in cui è riportato il sistema periodico degli elementi, insieme al giornalista Claudio Gregori che ha scritto un libro su di lui, Berruti è un fiume in piena che travolge con la sua sagacia e la sua esperienza e prova a raccontarsi:

Nella vita volevo fare il chimico, come sport volevo praticare il tennis, invece ha lavorato nel mondo dell’informazione ed ho finito per fare atletica, quando correvo usavo gli occhiali perché miope, e senza volere introdussi una moda che poi i pubblicitari avrebbero pagato fior di milioni.

A quei tempi si era dei veri dilettanti ci si allenava senza che gli sponsor ti ricoprissero di soldi, basti pensare che tra la semifinale e la finale di Roma usai due tipi di scarpe differenti, quelle della semifinale erano quelle dello sponsor, mentre in finale usai un paio di scarpe diverse, bianche, all’arrivo il rappresentante dello sponsor corse da me per chiedermi perché non avesvo usato le altre scarpe, io gli risposi per una questione di estetica, e lui mi rispose che avevo perso un sacco di soldi! Memorabili gli scherzi organizzati dall’amico-rivale, Sergio Ottolina, epocale quello del finto matrimonio di Berruti, organizzato perfettamente con inviti, prenotazioni e regali che Berruti impiego circa un mese a restituire. Altro scherzo memorabile che dimostra il grado di amicizia e di semplicità con cui veniva affrontata la vita e lo sport in quell’epoca, è quello, sempre organizzato da Ottolina, della prova del nuovo paracadute “Il Pirlon” che sarebbe andata in scena a Formia, al campo scuola dove gli atleti si allenavano. Tra i manifesti e i volantini che invitavano la popolazione a intervenire all’esperimento, Ottolina organizzo uno dei suoi Machiavellici scherzi. La mattina del lancio i cittadini di Formia non avvezzi alle parole del nord si lasciarono ingannare, e presenziarono all’evento insieme a carabinieri amministratori cittadini e potere ecclesiastico. Nel campo sportivo era tracciato un cerchio con la carta igienica al centro c’era la scaletta dei cronometristi. La folla ansiosa aspettava quando il rumore di un aeroplano aumento la suggestione, tutti iniziarono a dire ecco adesso si lanciano! A quel punto spunto Ottolina con una tuta aderente molto appariscente e con un ombrello in mano sali sulla scaletta e si lancio dalla torre sotto gli occhi esterrefatti di coloro che erano presenti. Non so se Ottolina sia mai stato più veloce di me, ma quel giorno fece una delle sue più belle gare, per sfuggire alla folla inferocita che voleva vendicarsi dello scherzo subito!

Lo sport aiuta a superare i propri limiti abitua ad essere noi stessi senza recitare come succede a molti. Ma deve essere fatto al di fuori della sfera d’influenza dei genitori, perchè i figli non devono sentirsi sotto esame dai genitori, mio padre ad esempio una volta scrisse alla Fidal per impedirmi di correre, meno male che i dirigenti non lo ascoltarono. In questi ultimi anni mi sono sentito vittima sacrificale del giornalista Gregori, Claudio ha scavato nella mia vita scoprendo cose che nemmeno io sapevo tutto questo riportato nel suo libro, Livio Berruti Il romanzo di un campione e del suo tempo.

I ricordi di quell’Olimpiade.

Roma fu la sede più naturale per le Olimpiadi, nel villaggio Olimpico si entrava e usciva senza problemi, e si respirava quell’aria di olimpismo senza fronzoli. Nel 1960 ben dieci paesi africani conquistarono la loro indipendenza, a Roma il senegalese Abdoulaye Seye, conquisto per la Francia il bronzo nei 200 metri, anche se il suo paese aveva ottenuto l’indipendenza poche settimane prima. In quei giorni tutto era tutto cosi semplice e naturale a differenza delle altre Olimpiadi.

Le altre Olimpiadi

Nel 1968 a Città del Messico ci fu il massacro di Piazza di Tlatelolco, il mondo si divise ma i Giochi andarono avanti.  Bob Beamon sali sul podio Olimpico con un fantastico record del mondo nel salto in lungo, questo dopo la sua riammissione nella nazionale statunitense per essere stato squalificato per il suo rifiuto a gareggiare contro un College che praticava la segregazione razziale.  Nei duecento metri Tommie Smith sollevo sul podio il pugno in aria, dopo aver siglato il nuovo record del mondo, primo uomo a scendere sotto i 20 secondi, precedendo l’australiano Peter Norman e il suo compagno di college John Carlos. Smith dichiarò: «Oggi ho vinto. Ha vinto un americano. Se avessi perso, avrebbe perso un negro»,

Dal 1972 i Giochi Olimpici diventarono blindati, il massacro di Monaco ne modifico il loro percorso naturale.

Come era la sua atletica?

Era un’atletica fatta con gioia e sorriso senza venature economiche, fatta di solidarietà e amicizia.

Una cosa che non le piace dello sport odierno?

Sì enfatizza troppo l’aspetto drammatico della gara cosi si disumanizza la prova, la competizione deve essere una festa una gioia la capacità di vedere i propri limiti senza dover per forza conquistare la prima pagina dei giornali. Gli sponsor hanno bisogno di campioni ma gli atleti perdono la capacità di essere loro stessi e diventano degli oggetti nelle mani degli sponsor.

Il mondo dell’atleta non deve essere condizionato, specie dalla politica anche perché non si capisce dove finisce il suo ruolo e dove comincia la manipolazione, solo il giornalista ha questo compito (discriminante) tra capire la prestazione del campione e l’influsso della politica, il primo può essere facile preda di chi vuole manipolare l’atleta, che sotto pressione, di solito è fragilissimo.

Gli aspetti positivi?

Che lo sport ai giorni nostri è più seguito in maniera talmente estrema che lo spettatore riesce a indagare fino nei pensieri più reconditi dell’atleta creando un rapporto più diretto con il campione.

Molti spesso fanno il paragone tra lei è Pietro Mennea che differenza c’era tra lei e questo altro grande campione dello sprint italiano?

La differenza era sostanzialmente nel modo di vivere lo sport, Mennea lo affrontava con forza e rabbia, mentre per me lo sport era gioia felicità, mai quelli della mia generazione ci saremmo sognati di farlo diversamente.

Della sua gara dei Giochi Olimpici che ricordi ha?

Il fatto di aver gareggiato in un ambiente ricco di calore e colore stabilendo quel risultato.

Sì aspettava di passare alla storia?

Assolutamente no, forse è stato anche la mia fortuna, io sono arrivato alle Olimpiadi che non ero tra i favoriti, e questo mi ha permesso di vivere quell’esperienza con molta più tranquillità.

Ci può parlare dei sentimenti tra lei e Wilma Rudolph in quei giorni di Roma?

Ho avuto una grande ammirazione per lei, molto intensa, dovuta anche perché lei comunicava tramite i suoi occhi. Lei trasmetteva una grande gioia e voglia di vivere, ed io ne ero ammaliato, anche se la cosa è stata molto platonica, giravamo mano nella mano nel villaggio Olimpico, ma come io amo ricordare, scherzando, andai in bianco con una nera, infatti quando poi mi decisi a fare il passo, lei era già partita, il suo allenatore per risparmiare quelle poche lire che costava il soggiorno nel villaggio Olimpico la rispedì a casa.

A fine conferenza Berruti si ferma a salutare tutti senza rifiutarsi a nessuno, in fondo è come conoscerlo da sempre. Entrato nell’immaginario collettivo di un’Italia che sapeva sognare ne è divenuto un icona ed un esempio. Un personaggio che ha amato lo sport in maniera cosi profonda che solo le parole di Wilma Rudolph possono tentare di descrivere “Quando corro ho il senso della libertà, di correre nel vento. Non dimentico quando  bambina, non potevo muovermi. Cosi mi sento una farfalla…….. Tornerò a volare anch’io.

Foto intervista di Gino Esposito per Atleticanet.

 


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