ROMA 1960 : I CENTO METRI DI ARMIN HARY

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La gara più attesa del programma di atletica leggera dei giochi della XVII Olimpiade era sicuramente la corsa dei 100 metri piani uomini. L’attesa, divenuta negli ultimi giorni quasi spasmodica, era dovuta principalmente al duello, che si preannunciava di grande interesse storico-agonistico, fra il tedesco Armin Hary e la triade (tanti erano gli atleti ammessi per regolamento ad ogni singola specialità) degli scattisti statunitensi, forti, oltre che del loro valore atletico intrinseco, anche di una tradizione a loro favorevole, in forza di una serie di successi maturati negli anni precedenti l’evento olimpico romano.

Infatti su tredici olimpiadi (in effetti sedici se consideriamo anche quelle del 1916, 1940 e 1944 non disputate a causa di eventi bellici ma ugualmente cronologicamente conteggiate) gli statunitensi si erano imposti in dieci edizioni dei Giochi lasciando ad un sudafricano (Walker, 1908), ad un inglese (Abrahams, 1924) e a un canadese (Williams, 1928) il privilegio di interrompere una supremazia iniziata nel 1896 ad Atene con Thomas Burke e conclusasi con Bob Morrow nel 1956 a Melbourne. Addirittura in due olimpiadi gli statunitensi  avevano occupato tutti e tre i gradini del podio (St. Louis, 1904 e Stoccolma, 1912). Adesso quando agli americani si presentava la opportunità di continuare la striscia a loro favorevole iniziata a Los Angeles nel 1932, all’orizzonte della specialità era apparso  con tutto il suo formidabile bagaglio psico-fisico e tecnico quello che sarebbe diventato per molti, ingiustamente,  il prototipo del “ladro di partenze”: il tedesco Armin Hary, atleta che risultò invece essere un grande talento umano, in possesso di requisiti fuori del comune.

Hary era nato a Quierschied, nella regione della Saar, il 22 marzo 1937, figlio di un minatore che  in gioventù era stato un lottatore piuttosto famoso. Dopo le prime esperienze da calciatore prima ( Armin giocò ala sinistra in una squadretta locale), e da ginnasta poi, Hary a 16 anni  si avvicinò all’atletica e fece la sua prima apparizione sulla pista di Aschen correndo i 100 metri in 11.9. La prima vera occasione per assurgere a rinomanza nazionale la ottenne però dal decathlon, specialità nella quale totalizzò 5.376 punti, primato della Saar, che gli consentì, a fine stagione, di figurare fra i primi quindici specialisti del suo paese. Fra le discipline del decathlon Hary eccelleva, neppure a dirlo, nella prova dei 100 metri, e fu quindi a questa dove fu indirizzato dal suo allenatore a cominciare dalla stagione 1957.

HaryArmin Hary, già ventenne, ottenne ad Oberhausen in una gara nazionale, un 10.4 che gli permise di accedere per la prima volta nelle graduatorie stagionali mondiali. Fece anche il suo esordio nella squadra nazionale tedesca senza destare però grande impressione, mentre ai Campionati della Repubblica Federale Tedesca giunse secondo in 10.5 dietro a Manfred Germar che si aggiudicò il titolo in 10.3. Le imprese dell’anno successivo furono quelle che lo rivelarono al mondo sportivo. Egli lasciò innanzi tutto il club di Saaebrucken per trasferirsi a quello molto più importante del Bayern di Leverkusen. Insieme al posto nella squadra di atletica i dirigenti della Bayer, colosso della chimica mondiale, offrirono al giovane Armin anche un posto di meccanico di precisione in una delle aziende del loro gruppo. L’ingresso nella squadra del Bayern coincise con l’incontro con quello che sarà per anni il suo coach, Bertl Sumser, che analizzò a fondo le caratteristiche psicofisiche e tecniche del giovane Hary che già all’epoca presentavano aspetti estremamente interessanti. Il  tedesco, ormai più che una promessa, corse in sette occasioni i 100 metri  in 10.3 ed in 10.2 in altre  tre occasioni. Sicuramente in queste ultime circostanze i cronometristi furono benevoli nei suoi confronti in quanto ottenne le prestazioni finendo secondo dietro al vecchio Heinz  Futterer, che non valeva più quei tempi, ed a Germar.

In quella stagione vennero effettuati dal prof. Herbert Reindell, per conto della clinica dell’Università di Friburgo, alcuni test su atleti tedeschi di diverse categorie e specialità. Si venne così a scoprire che il fisico di Hary aveva la capacità di sopportare allenamenti atletici di intensità largamente superiore a quella che potevano svolgere gli altri atleti: questo per il fatto che il cuore di Hary non era ancora completamente sviluppato e quindi non sottoposto fino a quel momento a logoranti sedute di training. Sumser nell’inverno 1957-58 lavorò intensamente con Hary, sottoponendolo a nuovi esercizi con i pesi, a lunghe sedute di cross-country e a molta ginnastica. Il risultato fu quello di presentare un Hary più forte, più  agile e veloce, ed ancor più reattivo agli sforzi improvvisi.

La sua prima consacrazione a campione, e a “ladro di partenze”, Hary la ottenne a Stoccolma nell’agosto 1958 durante la disputa dei VI Campionati Europei. Il tedesco vinse la sesta batteria in 10.7 regolando il russo Yuriy Konovalov e il francese Constantin Lissenko. Nella seconda semifinale fu preceduto dall’inglese Peter Radford che corse in 10.5 contro il 10.6 di Armin. Nelle altre semifinali Manfred Germar e Jocelyn Delecour impressionarono maggiormente e si presentarono con Radford come i favoriti per l’assegnazione del titolo continentale. Hary però sconvolse tutti i pronostici e si aggiudicò gara e titolo correndo in 10.3 (10.35), lasciando il secondo ed il terzo posto a Germar e Radford, entrambi cronometrati in 10.4.

Che Hary avesse preceduto d’un soffio lo sparo dello starter, lo svedese Erik Elmasater, medaglia d’argento sui 3.000 siepi alle Olimpiadi di Londra 1948, apparve subito evidente alla maggior parte dei presenti e i tecnici chiesero la foto della partenza, dall’esame della quale si ebbe la conferma dell’avvio anticipato. La foto, apparsa in seguito sulle riviste specializzate, ci mostra chiaramente che Hary è in netto anticipo sugli avversari nello stacco delle mani dal terreno al momento dello sparo. Hary si difese attribuendo la sua partenza-blitz all’uso di un nuovo blocco di partenza ad inclinazione variabile, che gli avrebbe consentito uno stacco più rapido al momento dello start. La tesi della partenza anticipata di Hary fu confortata dal principio tecnico, comune alla maggior parte degli scattisti germanici, secondo il quale essi normalmente tentavano di intuire e quindi di “indovinare” lo sparo dello starter, acquistando, con uno scatto più tempestivo, un iniziale margine di vantaggio sugli avversari, più abituati ad avere qualche centesimo di riflessione in più.

Dopo la gara di Stoccolma – Hary in quell’edizione degli Europei vinse anche il titolo della staffetta 4×100 correndo con Mahlendorf, Futterer e Germar in 40.29 – l’atleta cominciò ad essere perseguitato per quella che in fondo era la sua qualità precipua, la velocità nello scatto, così eccezionale da lasciare sempre il dubbio sulla legittimità della sua partenza. Ma l’affermazione di Hary a Stoccolma non fu ottenuta solo per merito della sua rapidità in partenza, peraltro favorita da un fisico armonioso (1.82 x 72 kg) e ben muscolato che gli consentiva di prodursi in una straordinaria accelerazione, bensì anche dalla evidente falsa partenza, lasciata impunita dallo starter. Intervennero anche elementi tecnici innovativi a contribuire a quel successo, fattori che forse furono sottovalutati dalla stampa, specialmente quella specializzata, più propensa a fantasticare sul “fertig-bum” del tedesco che non ad esaminare gli aspetti prettamente tecnici di quella importante fase della gara.

Non poteva essere certo ignorato il grande lavoro svolto dal coach Bertl Sumser, che contribuì non poco a realizzare quella che universalmente era conosciuta come la “Hary start”, facendo trainare al suo allievo oggetti pesanti e sviluppando quindi in lui quella forza esplosiva che gli permetteva di essere subito in vantaggio sui suoi avversari fin dal primo balzo dopo la partenza. Si parlò anche di stile “alla Hary”, come a suo tempo (1936) si era parlato dello stile “alla Owens”. Si trattò quindi di vera e propria novità stilistica quella che Sumser impose al giovane Hary,  che anche i tecnici americani sottovalutarono, rimediando una delle più dure batoste nella storia dello sprint statunitense.

L’allenatore tedesco, senza disconoscere le grandi qualità naturali del suo allievo, affermò più volte che la crescita di Armin sotto le sue cure era stata graduale (dal 10.9 dei 18 anni al 10.7 dell’anno dopo) e frutto di grossi sacrifici da parte dell’atleta che si era reso disponibile a sottoporsi ad un duro lavoro. La tecnica di Sumser si fondava su alcuni concetti base, in parte ripresi dallo stile di partenza di Ira Murchison che però era stata adattata alle peculiari caratteristiche tecniche del tedesco:

– distanza tra i blocchi anteriori e linea di partenza circa 58-60 cm., distanza di quelli  posteriori circa 84 cm.
– massima accelerazione in partenza, ritardando il più possibile la ricerca della corsa rialzata;
– ricerca della rapidità d’azione, accorciando la falcata;
– continuo avanzamento dei piedi e non più corsa “calciante”. Immediato richiamo in avanti della gamba subito dopo la spinta;
– avanzamento massimo, al momento dell’appoggio, del piede  rispetto al ginocchio.

Quella studiata dal binomio Sumser – Hary era una tecnica che venne considerata progenitrice della cosi detta “rocket sprint start”, che tanto doveva impressionare i tecnici ai Giochi del 1968. Il neurologo Herbert Reindell che aveva sottoposto Hary ed altri atleti tedeschi ad accurati esami, affermò, a proposito del velocista tedesco, che i tempi di reazione dell’atleta erano quattro volte più rapidi di quelli di un uomo medio. Reindell infatti effettuò dei test sulla partenza di Hary riprendendola con una macchina fotografica dotata di un otturatore ad alta velocità. I risultati dimostrarono inconfutabilmente che Hary aveva un tempo di reazione allo sparo di gran lunga più rapido di quello degli altri velocisti. Le ricerche effettuate avevano stabilito che il tempo medio di reazione di una persona normale si aggirava intorno ai 15 centesimi di secondo, mentre quello del miglior sprinter tedesco degli ultimi anni, Heinz Futterer, che era considerato uno dei più rapidi partenti europei, veniva valutato sugli  8 centesimi.

I test del prof. Reindell dimostrarono che il tempo di reazione di Hary era di uno stupefacente 3 centesimi; quindi si poté affermare che Hary partiva sì prima degli altri, ma non prima del colpo di pistola. Alcuni scienziati dubitarono che ci fosse qualcuno al mondo che potesse reagire allo sparo così velocemente e conclusero che il ragazzo doveva avere un sesto senso per intuire lo sparo. Si parlò anche di una sensibilità “pilifera”, ma chiaramente si era alla ricerca di una giustificazione che permettesse di avvalorare un gesto atletico che solo l’intervento di adeguati mezzi tecnici (startkontrolle) avrebbe potuto attendibilmente giudicare. Se a questo si aggiunge che Hary era in grado di lanciarsi nel pieno della velocità dopo appena sette o otto metri (quando gli atleti facevano il loro primo passo dopo il via, Hary ne aveva già fatti due o tre), si comprende come l’atleta, il giorno che avesse saputo che lo starter era di quelli veloci, cioè che non lasciava spazio fra il “pronti” ed il colpo di pistola, avrebbe potuto effettuare una partenza sincrona con il “via”, bruciando, per così dire in maniera regolare, il tempo allo starter.

Ed è proprio quello che successe il 6 settembre del 1958 a Friedrichshafen, località sul lago di Costanza, in un meeting internazionale organizzato dalla VfB Friedrichshafen. Hary corse i 100 metri due volte, praticamente senza una concorrenza degna di questo nome. Una prima volta il tedesco corse in 10.3 rallentando vistosamente negli ultimi 10 metri. Hary chiese di poter correre una seconda volta i 100 metri e sorprendentemente venne accontentato dagli organizzatori. Questa volta l’impegno fu totale ed Hary chiuse la prova in un fantastico 10.0 (vento + 0.20) battendo i connazionali Eduard Fenenberg e Karl-Heinz Naujoks. Dei sei cronometristi in servizio (tre ufficiali e tre di riserva): uno fece fermare il suo strumento sul 9.9, tre segnarono 10.0 e due registrarono 10.1. Emersero subito perplessità sulla straordinaria prestazione, ma questa volta il sospetto della partenza anticipata ma non rilevata dallo starter, fu solo accennato. La Federazione tedesca ebbe tuttavia grossi dubbi nel convalidare questo risultato per il fatto che Hary aveva preso parte ad una prova non prevista dal programma. Il presidente federale, Dott. Max Danz, chiese allora che venisse controllata la regolarità della pista trattandosi di un impianto fuori dal giro delle grandi manifestazioni tedesche. Gli accertamenti rivelarono che la corsia della pista di Friedrichshafen nella quale aveva gareggiato Hary, aveva una pendenza, in favore di corsa, di 10,9 centimetri, quasi un centimetro in più dei 10 ammessi dal regolamento internazionale;  la richiesta di omologazione del primato del mondo non venne quindi inviata alla IAAF con sollievo di tutti: giudici, cronometristi e dirigenti tedeschi.

Il 1959 fu un anno negativo per Hary.
Il 30 maggio a Leverkusen corse le 100 yards in 9.4 tempo che costituiva il nuovo record europeo, in comproprietà con l’inglese Peter Radford che lo aveva stabilito a Wolverhampton  poche ore prima, in una gara nella quale era stato battuto dal nigeriano James Omagbemi. Sui 100 metri non ottenne un tempo migliore di 10.3 e venne sconfitto a Duisburg nell’ incontro delle Sei Nazioni (10.5 contro 10.6) disputatosi il 18 luglio, anche dal nostro Livio Berruti e dal francese Jocelyn Delecour. Doppio smacco per i tedeschi (primatisti del mondo in carica) che cedettero agli azzurri anche nella staffetta 4×100 grazie a una straordinaria rimonta di Berruti su Hary nonostante che il tedesco avesse cambiato con due metri di vantaggio sull’italiano. Hary patì molto la sconfitta tanto da rinunciare ai campionati nazionali. Entrò in contrasto anche con la sua società, il Bayern Leverkusen, che lo squalificò per un mese e si inimicò  i responsabili della nazionale che non videro di buon occhio la sua decisione di andare a trascorrere un periodo di allenamento a San José, su invito del college californiano, sotto la guida di preparatori locali.

Ma Hary ormai aveva deciso e partì per gli Stati Uniti insieme al saltatore con l’asta danese Henk Visser. La fama del suo brutto carattere lo aveva però preceduto e non gli agevolò certo l’approccio con i club americani, all’epoca piuttosto restii ad aprire le porte agli stranieri se non per motivi di studio. Hary comunque non era andato negli Usa a cercare una facile laurea, come malignò qualcuno, ma per allenarsi seriamente e trovare nuovi stimoli. Egli soggiornò presso il San Jose College, la vecchia Università di Ray Norton che sarà suo avversario a Roma, dove se non altro imparò ad allenarsi con continuità e con quella tenacia che a volte gli era venuta a mancare in Germania.

Nel 1960, in parte deluso dalla trasferta negli Stati Uniti, ma arricchito da preziose nozioni  tecniche assunte dagli allenatori che aveva frequentato nel corso del suo soggiorno, Hary ritornò in patria. Lasciò il posto di meccanico di precisione presso l’ industria ottica di Leverkusen dove aveva lavorato fino ad allora e si impiegò come venditore di apparecchi radio e televisioni presso i magazzini Kaufhof di Francoforte. Si tesserò per una nuova società; entrò a far parte della sezione atletica dello F.S.V. Frankfurt Football Club e iniziò la preparazione per i Giochi di Roma sotto la guida dell’allenatore Haefele che aveva già seguito Heinz Futterer, il campione europeo del 1950. In tutta la stagione non conobbe sconfitte. Particolarmente significativo per lui il 20.5 ottenuto il 1° giugno a Mannheim sui 200 metri con semicurva, distanza che non prediligeva e che corse in rare occasioni.

Anche per Hary, come per alcuni atleti del passato, arrivò il “day of day”. Il 21 giugno 1960 era in programma a Zurigo, sulla pista del Letzigrund, una delle prime ad aver sostituito il fondo in cenere con un materiale coerente chiamato “rottgrand”, una riunione internazionale denominata “Meeting di Olimpia”, praticamente una preolimpica ad inviti organizzata dallo Zurich Athletic Club. Per la velocità  erano stati invitati Germar, Berruti, Seye, Sardi, Piquemal, Lauer, Futterer ed altri velocisti tedeschi e locali. Hary non era stato invitato in quanto i responsabili della squadra tedesca avevano comunicato la sua indisponibilità a partecipare ai meeting, al fine di preservarne le energie in vista delle Olimpiadi. L’ indisposizione di alcuni degli atleti invitati, fra i quali Germar, Futterer e Berruti, e le pressioni esercitate dagli organizzatori che volevano al via il campione europeo dei 100 metri, convinsero i tecnici tedeschi a chiamare, sia pure all’ultimo momento, il loro più forte velocista. Hary ebbe la notizia dell’ invito solo otto ore prima dell’inizio delle gare. Sorse il problema di trovare un posto sull’aereo per Zurigo i cui posti erano tutti occupati. La cessione ad un passeggero di due biglietti per la finale del campionato tedesco di calcio, a quell’ora praticamente introvabili ma non per alcuni amici di Hary, fece recedere questi dal viaggio in Svizzera a favore del velocista tedesco.

Alle 18.30 del 21 giugno Hary venne prelevato dall’aeroporto internazionale di Zurigo ed alle 19.15 fece il suo ingresso sul terreno del Letzigrund. Le serie dei 100 metri erano in programma alle 19.45 e quella che vedeva impegnato Hary era l’ultima. Mentre completava il suo riscaldamento Hary ebbe modo di assistere alla partenza delle prime serie e si rese conto che lo starter, lo svizzero Walter Tischler, sostituto dello starter ufficiale Albert Kern,  infortunato ma presente al Letzigrund con le grucce, lasciava intercorrere pochissimo tempo fra il “pronti” e lo sparo. Con questa importante  notizia acquisita sul campo, Hary si schierò alla partenza della sua serie avendo come avversari: il franco-senegalese Abdoulaye Seye, i francesi  Claude Piquemal (alcune cronache indicano però in Meunier  l’atleta francese che avrebbe partecipato a questa gara) e Paul Genevay, lo svizzero Heinz Müller, l’italiano Pasquale Giannone ed il connazionale Jurgen Schlüttler dell’ASV di Colonia.

I 12.000 spettatori erano in trepida attesa. Un attimo, uno sparo e Hary, partito in quarta corsia, era già avanti all’allineamento dei concorrenti, e spingeva come una furia. Il suo vantaggio crebbe a vista d’occhio e il tedesco chiuse la gara con un margine enorme nei confronti del pur quotato Seye. Un giornalista  francese munito di cronometro controllò il tempo di Seye: 10.4, ma allora, si disse, secondo quella prima indicazione, Hary, considerato il vantaggio che aveva su Seye, doveva aver fatto registrare un tempo favoloso, forse addirittura un 9.9 ! La giuria era perplessa ed anche i cronometristi sembrarono esitare nell’assegnazione dei tempi. Il pubblico, rumoreggiò in quanto aveva chiaramente notato che qualcosa non aveva funzionato alla partenza. Si era visto il sig. Walter Tischler agitarsi, ma il suo secondo colpo, che sarebbe stato sacrosanto tanto l’avvio di Hary era stato anticipato rispetto agli altri, non era arrivato. Venne intanto comunicato un ordine di arrivo provvisorio: primo Hary in 10.0 (ma si seppe poi che i tre cronometristi avevano preso questi tempi: 9.9-9.95-10.0 ed il crono extra addirittura 9.8), secondo fu Seye in 10.3/10.53, terzo Piquemal  (Meunier ?) in 10.4/10.72, quarto Schlüttler, 10.5/10.77, quinto Giannone, 10.6, sesto Genevay, 10.6 e settimo Müller, anch’egli 10.6. La rilevazione automatica del tempo di Hary fu: 10.16. A questo annuncio il pubblico manifestò il suo disappunto a tal punto che il Giudice arbitro Willy Weibel, un ex velocista che aveva partecipato ai Giochi di Parigi del 1924, fece comunicare che erano in corso accertamenti sulla regolarità della gara. Weibel convocò a sé lo starter e anche i concorrenti. Hary candidamente ammise di essere partito prima dello sparo, ma di aver atteso invano il segnale di richiamo. Non avendolo inteso dopo i primi metri della gara, aveva spinto a fondo ed era andato all’arrivo. A questo punto, secondo lui, visto come si erano messe le cose, l’unica soluzione era quella di ripetere la gara. Il sig. Tischler, ammise di aver rilevato la falsa partenza, ma di non aver avuto i riflessi pronti ad azionare la seconda pistola che teneva nella mano di sinistra per sparare il colpo di richiamo.

Queste dichiarazioni indussero Willy Weibel a comunicare l’annullamento della prova e la ripetizione della medesima alle ore 20.20. Seye, Genevay e Giannone, impegnati anche sui 200 metri (Seye vincerà la seconda serie in 20.7 eguagliando il record europeo e stabilendo quello nazionale francese), rinunciarono a correre di nuovo e pertanto alla partenza per la ripetizione della gara, si presentarono solamente: Schlüttler,  che corse in seconda corsia, e Müller, che occupò la terza ed Hary al quale venne assegnata la quarta. Walter Tischler si fece da parte e venne sostituito da Albert Kern, che depose per un attimo le grucce ed entrò in servizio; Kern era lo starter che proprio su quella stessa pista il 7 luglio 1959 aveva avviato la gara dei 110 ad ostacoli, al termine della quale Martin Lauer aveva stabilito il nuovo primato mondiale con il tempo di 13.2. Anche quella gara si era portata dietro il sospetto di essere stata caratterizzata da una partenza veloce. Infatti ben cinque dei sette concorrenti partecipanti a quella prova migliorarono i loro primati personali, senza considerare che lo stesso Lauer prima di allora non aveva mai fatto meglio di 13.6! Lo starter infatti sparò quasi contemporaneamente al “pronti”; Lauer lo sapeva, tanto che ne informò persino gli altri concorrenti, tra cui l’italiano Giorgio Mazza, e “indovinò” la partenza che gli dette il primato del mondo.

Lo starter in questione era quello al quale il compianto Prof. Calvesi aveva attribuito il nomignolo di: “Zaccaria: pronti, via !” proprio per la rapidità di esecuzione nella fase più delicata dello start. La partenza di questa nuova prova avvenne con un avvio regolare, anche se i più attenti osservatori notarono che l’intervallo fra il “fertig” ed il “gun” era stato ancora molto breve. Müller contrastò Hary per una decina di metri, ma poi il tedesco si involò. Schlüttler non fu mai in gara. Hary fu un portento di potenza, coordinazione ed agilità. Volò verso il traguardo con una progressione impressionante e con uno stile che incantò il pubblico. Questi ebbe subito la sensazione che qualcosa di clamoroso era avvenuto. Lauer si avvicinò al recinto dei cronometristi, poi si slanciò verso Hary, lo abbracciò e lo indicò alla folla che lo applaudì freneticamente. Una rapida consultazione dei cronometri e poi lo speaker scandì il risultato: primo Hary in 10.0, (tempi dei tre cronometristi: 10.0-10.0 e 10.1) nuovo record del mondo, secondo Müller, 10.3/10.62 (record svizzero eguagliato), terzo Schlüttler, 10.4/10.71, con il suo nuovo primato personale. Il vento venne rilevato in favore di 0.90 m/s. mentre l’apparecchiatura di cronometraggio Longines, registrò il tempo automatico di 10.25.

A proposito del tempo assegnato ad Hary ecco le considerazioni espresse dal giornalista specializzato Giorgio Bonacina: “Vero o falso il 10” netti di Hary, il primo 10.0 ufficiale nella storia dei 100 metri ? Vero. Se anche Hary rubò per la seconda volta in partenza – il che non sarà mai dimostrabile, mentre era arcinota la sua inaudita velocità di reazione allo sparo – in realtà egli impiegò meno di 10.0 per coprire il segmento di 100 metri che collegava la partenza all’arrivo.
Due cose dimostrano questo: 1) il distacco inferto a Müller, assai più cospicuo del divario naturale tra un 10.0 e un 10.3; 2) il responso del cronometro elettrico (10.16: Bonacina si riferisce chiaramente alla prova annullata, nda), equivalente in pratica a un 9.9 rilevato a mano.

Spieghiamoci meglio. Il cronometro elettrico appesantisce sensibilmente i tempi perché si mette in moto nel momento in cui scatta il grilletto della pistola, cioè prima che gli atleti possano percepire il colpo. Secondo un’équipe di attenti ricercatori di Giessen la differenza media tra il cronometraggio elettrico e quello manuale è di 27/100 di secondo, mentre per la IAAF è di 24/100. Come si vede, assegnando ad Hary 10.0 e non 9.9, i cronometristi di Zurigo furono tutt’altro che prodighi verso di lui, la sera del 21 luglio 1960.

Il 10.0 di Zurigo rimase però per sempre il solo 10.0 ufficiale della carriera di Armin Hary. Non una volta egli corse in 10.1.”

Armin Hary comunque era l’uomo che aveva ottenuto il primo 10.0 della storia dei 100 metri, prestazione che era stata caratterizzata da tre componenti: atleta veloce, pista veloce, sparo veloce ! Era anche il primo europeo ad aver dato al vecchio continente il primato assoluto dei 100 metri senza comproprietà. In passato il record mondiale dei 100 metri era sempre stato solamente eguagliato da un europeo: così era successo per l’olandese Christiaan Berger (10.3 il 26 agosto 1934 ad Amsterdam), per il “naturalizzato” inglese Emmanuel Mc Donald Bailey (10.2 il 25 agosto 1951 a Belgrado) e per il tedesco Heinz Futterer (10.2 il 31 ottobre 1954 a Yokohama).

Ma la serata di Zurigo non fu  propizia solo ad Hary. Due ostacolisti italiani Giorgio Mazza e Salvatore Morale migliorarono il primato nazionale dei 110 e 400 ostacoli rispettivamente con i tempi di: 14.0 e 50.9. Dopo la prova di Zurigo Hary corse il 29 giugno a Francoforte i 100 in 10.2 ed i 200 metri in 20.9, eguagliando il “personale” ottenuto nel settembre del 1958, ma rimase vittima di una contrattura muscolare che lo costrinse ad alcuni giorni di riposo. Riprese gli allenamenti verso il 10 luglio e rientrò alle gare in occasione dei campionati nazionali della Germania Occidentale che si svolsero il 23 e 24 luglio durante i quali vinse i 100 metri in 10.2 ed i 200 correndo ancora in 20.9, battendo un Germar ormai in fase calante.

Hary si presentò così come il favorito numero uno per la conquista della medaglia d’oro ai Giochi di Roma. Lo stesso presidente della Federazione americana di atletica leggera, Daniel J. Ferris, i cui atleti avevano vinto dal 1932 in poi tutte le medaglie d’oro dello sprint, confermò questo pronostico che tutto il mondo condivideva. Il giornale sovietico “Komsomolskaja Pravda” sentenziò che non ci potevano essere dubbi sul record di Hary in quanto ottenuto da uno dei più grandi velocisti del mondo. Molte cose sono state dette sul brutto carattere del tedesco e sulla sua grande presunzione che lo portò perfino a snobbare il grande Jesse Owens, con il quale poi a Roma posò a lungo in foto spiritose che li ritrassero insieme in posizione di partenza. Non risparmiò mai nessuno e denigrò perfino in più occasioni i suoi compagni di squadra, fra i quali nientemeno che Germar, allora il più famoso velocista  tedesco.

Hary_cambio_scarpeAnche la stampa non gli fu certo amica e venne spesso sottoposto a violente critiche da parte dei giornalisti che tuttavia, prendendo spunto dalla famosa partenza di Hary non persero occasione per eccitare la fantasia degli appassionati sfornando in continuazione aneddoti e particolari, veri o presunti, sulle straordinarie doti del velocista tedesco in fase di avvio. Ma quanto messo in atto da Hary a Roma durante la finale dei 100 metri  non aveva niente di fantasioso; ma l’operazione fu sicuramente studiata a tavolino dal velocista tedesco e dal suo manager al fine di procurarsi vantaggi da una doppia sponsorizzazione. Il tedesco durante la finale indossò scarpette chiodate prodotte dalla Puma, con il classico contrassegno blu anziché nero, ma quando si presentò sul podio per la premiazione ai suoi piedi figuravano scarpette bianche con le tre fasce blu, cioè scarpe costruite dalla Adidas! Ci furono ovviamente fiere proteste da parte delle due case produttrici, entrambe tedesche, che minacciarono richieste di danni; ma poi la federazione mise tutto a tacere.

Pensate poi che il 17 settembre, quindi pochi giorni dopo il successo ai Giochi di Roma, a Vienna accorsero in 100.000 per applaudirlo in un meeting organizzato quasi appositamente per lui e gli altri tedeschi reduci dai Giochi. La delusione degli spettatori si tramutò in sonori fischi quando lo speaker annunciò che Hary non sarebbe sceso in pista. Gli organizzatori asserirono di aver avuto l’adesione del campione olimpico che poi si sarebbe rimangiato la parola. La federazione tedesca venne in aiuto del campione asserendo di non avergli dato l’autorizzazione a gareggiare a causa dei molteplici impegni.

Solo la vittoria olimpica consacrò definitivamente il velocista tedesco fra i grandi della velocità. Quella di Hary ad alto livello sarà comunque una carriera breve, circoscritta praticamente a tre soli anni, dal 1958 al 1960. Una contusione al ginocchio destro, riportata in un incidente automobilistico il 26 novembre del 1960 lo costrinse prima ad un fermo di oltre un anno e mezzo e poi al definitivo abbandono delle piste, decisione sulla quale influì sicuramente anche la sospensione che gli fu comminata dai suoi dirigenti per aver accettato un rimborso per spese non sostenute e per aver ricevuto un compenso di 4.000 marchi per un articolo ritenuto diffamatorio dalla federazione tedesca. La Lega d’Assia gli comminò una squalifica per tutto il 1961, ma la federazione tedesca ridusse il provvedimento a quattro mesi. Intervenne nella questione anche il CIO, ed uno dei suoi massimi esponenti, Otto Mayer arrivò addirittura ad ipotizzare il ritiro ad Hary della medaglia conquistata a Roma, e la sua esclusione definitiva dalle prossime Olimpiadi.

Hary comunque subito dopo i Giochi cercò di mettere a frutto la sua medaglia d’oro. Scrisse un libro, “10.0 (Armin Hary)” pubblicato nel 1961 dalla Copress Verlag, e tentò anche la via del cinema e del giornalismo. Fu anche presentatore in televisione di quelle che oggi vengono chiamate “telepromozioni” per conto di una ditta di apparecchiature microfoniche. Nel 1966 sposò la ventunenne Christine Bagusat, con la quale era fidanzato da alcuni anni, figlia di un facoltoso industriale tedesco, ed andò a vivere nel castello di famiglia di Possenhofen in Baviera. Si dice che ai tempi dei Giochi romani la coppia fosse in crisi e la causa di ciò ricadesse sul comportamento di Armin, sensibile al richiamo del gentil sesso.

Ebbene sembra che Hary il giorno della finale, poco prima di lasciare il Villaggio Olimpico, avesse ricevuto un telefonata molto Hary_oggiminacciosa da parte del padre di Christine, il quale lo aveva redarguito molto severamente per il suo atteggiamento. Nel 1980 Hary venne arrestato dalla polizia insieme all’amico Karl-Heinz Bald, per aver truffato, nel contesto di complicate operazioni immobiliari, la Società dei Condomini della Chiesa Cattolica per una somma quantificata in un milione di marchi, e di aver inoltre arrecato danni alla Arcidiocesi di Monaco di Baviera per parecchi milioni di marchi. Nel 1981 giunse notizia di una sua condanna a due anni di reclusione inflittagli dal Tribunale di Monaco.  Ma questo nulla ha a che fare con la sua figura e carriera di atleta.

Veniamo quindi alla gara olimpica di Roma, quella che assicurerà a Hary gloria sempiterna. Cominciamo dal descrivere come gli avversari di Hary si erano preparati all’evento. L’approssimarsi dell’evento olimpico cominciò a stimolare i velocisti di tutto il mondo che nel 1959 fecero registrare nteressanti risultati. Iniziò Ray Norton il 18 aprile, sulla pista di casa del San Jose State College, eguagliando il primato mondiale dei 100 metri in un meeting universitario, aiutato anche dal vento rilevato in 1.30 m/s, e quindi nei limiti consentiti dalla norma. Nella circostanza Norton venne cronometrato anche alle 55 yards in 5.6 ed alle 100 yards in 9.4. A distanza di pochi giorni, l’ 8 maggio a Fresno Norton corse ancora le 100 yards in 9.3 (con un cronometro fermo a 9.2), lo stesso tempo che era stato ottenuto ad Abilene tre giorni prima (5/5) dal texano Bill Woodhouse, compagno di staffetta di Morrow nella squadra di college, tempo che ebbe il riconoscimento ufficiale della IAAF. Proprio Woodhouse fu fra i protagonisti di una delle più veloci gare mai corse al mondo sulle 100 yards. La gara si svolse a Modesto, California il 30 maggio nel corso delle California Relays.Vinse la prova in 9.3, con vento a + 0.70 m/s, un atleta negro dell’Oregon, Roscoe Cook, una vera e propria meteora nel firmamento dello sprint americano. Dietro di lui si classificarono nell’ordine, con lo stesso tempo di 9.4, Ray Norton, Sid Garton e Bob Poynter. Morrow con il tempo di 9.5 fu solo quinto e Woodhouse sesto. Di Cook in seguito non si ebbero più notizie, per lo meno di quelle relative ad imprese di un certo rilievo. Murchison e Morrow continuarono a comportarsi molto bene correndo ancora i 100 in 10.2, ma a causa di una delicata operazione il primo dovette stare lontano dalle gare per un anno circa.

Il 1959 fu anno importante per la velocità europea, e per quella italiana (finalmente !) in particolare. Livio Berruti mise in evidenza le sue grandi doti di duecentista vincendo il 7 giugno una gara all’Arena di Milano sulla distanza con semicurva in quanto la pista dell’impianto era di 500 metri. Il tempo di 20.7 venne omologato come primato italiano (il record precedente era il 21.1 dello stesso Berruti ottenuto a Firenze il 18 aprile 1959), ma successivamente  venne cancellato dall’albo dei primati nel momento in cui la IAAF introdusse la norma con la quale si disponeva che potevano essere riconosciuti come records solo i risultati ottenuti su pista di 400 metri. Berruti aveva ormai rotto il ghiaccio. Il torinese pochi giorni dopo la gara di Milano corse i 200 in 20.9 per ben due volte (Varsavia,14/6 e Duisburg, 19/7, dove batté il negro franco-senegalese Abdoulaye Seye, che sarà suo avversario a Roma), ed in 20.8 a Malmo il 7 agosto quando si prese la rivincita su Ray Norton, in tournée europea pre-olimpica; Norton, sempre in Svezia, lo aveva superato pochi giorni prima (20.7 contro 21.1); ovviamente i tempi di Berruti costituivano i nuovi primati italiani della specialità. Ormai era chiaro che il nostro Livio si esprimeva meglio sulla doppia distanza che non sui 100 metri dove, fra l’altro, gli faceva difetto un certo impaccio in partenza.

Tuttavia nel 1960  Livio fece cose egregie anche sui 100 metri ma nei disegni di Peppino Russo, il suo tecnico, si era ormai fatto strada il convincimento che il suo rendimento massimo sarebbe stato sui 200 metri. L’anno olimpico era ormai alle porte e tutti i velocisti si preparavano con grande impegno alla grande rassegna romana. Il primo a mettersi in evidenza fu l’americano Norton che il 19 marzo a Berkeley eguagliò il mondiale dei 200 metri con curva completa correndo in 20.6, con vento contrario di 1.60 m/s. Il 2 aprile, sempre a San Jose sulla pista del locale college, Norton corse ancora le 100 yards in 9.3, e sulle 220 yards in rettilineo ottenne il personale di 20.1, ad un solo decimo dal primato di Sime. A fine aprile Norton corse ancora i 200 metri in 20.6 nelle Penn Relays allo stadio Franklin di Filadelfia. Il 10 giugno a Houston nel Texas Charles Tidwell, un negro dal fisico proporzionatissimo assai somigliante ad Owens, eguagliò il record dei 100 metri correndo in 10.1 in una gara nella quale i battuti rispondevano ai nomi di Stonewall Johnson, Dave Sime e William Woodhouse. La prestazione di Tidwell, per motivi non precisati dalle fonti ufficiali, non venne omologata dalla IAAF. Nella stessa manifestazione Tidwell si aggiudicò anche la gara dei 200 metri in 20.8, davanti a Stonewall Johnson e Dave Sime, entrambi cronometrati in  20.9. Tidwell si impose una settimana dopo nei campionati della NCAA a Berkeley vincendo il titolo dei 100 in 10.2 e quello dei 200 in 20.8.
Agli Olympic Trials di luglio che si svolsero a Palo Alto, cittadina della California sugli impianti della Stanford University, Tidwell purtroppo si infortunò durante la disputa della finale dei 100 metri e con il suo ritiro dalla gara dovette dire addio al sogno olimpico. Lo sfortunato atleta abbandonò poco dopo anche lo sport attivo ed anche lui andò ad annoverarsi nel numero dei tanti atleti inespressi che abbiamo incontrato nel nostro viaggio attraverso la storia della velocità. Nel 1970 Charlie Tidwell, che era nato il 30 marzo del 1937, morì vittima dell’eroina. Norton tornò a trionfare ai Campionati AAU di Bakerfield (24-25/6) vincendo 100 e 200 con tempi però decisamente mediocri. Pochi giorni prima, il 21 giugno il mondo sportivo fu scosso dalla notizia che per la prima volta nella storia un uomo aveva corso i 100 metri in 10.0; quell’uomo era il tedesco Armin Hary. Dell’impresa di Hary e delle sue caratteristiche di atleta abbiamo già ampiamente parlato.

Ai Trials Ray Norton, si aggiudicò i 100 metri in 10.4 davanti allo sconosciuto Frank Budd, a Dave Sime e Paul Winder, classificati terzi a pari merito e tutti con lo stesso tempo del vincitore. Norton si ripeté sui 200 metri con curva completa correndo la finale in 20.5, impattando il tempo ottenuto dal connazionale Stonewall Johnson poche ore prima in batteria (20.5/20.75). Le due prestazioni eguagliavano il primato del mondo della distanza che a Wolverhampton il 28 maggio l’inglese Peter Radford, insegnante presso la Walsall School, aveva portato a 20.5 nel corso dei campionati della Contea dello Staffordshire. Stonewall Johnson in finale però non si ripeté e dovette accontentarsi del secondo posto in 20.8 dietro a Ray Norton. A Roma questo atleta approdò alla finale dei 200 metri, ma fu solo quinto in 20.8 riuscendo però a precedere il connazionale Norton. Il destino purtroppo si accanì contro di Johnson  in maniera veramente crudele. Cessata dopo i Giochi di Roma l’attività atletica, Stonewall era passato al football ingaggiato dalla squadra di Kansas City. Nel 1963 in una partita pre-campionato Stone fu vittima di un mortale incidente di gioco nel quale riportò la rottura dell’osso del collo. Ai Trials al terzo posto dietro Johnson si classificò Lester Carney, che a Roma sarà l’unico ad insidiare fino all’ultimo metro la medaglia d’oro di Berruti. Bobby Morrow gareggiò ai Tryals solo nella gara dei 200 metri, dove però non andò oltre il quarto posto e quindi dovette rinunciare alla sua seconda Olimpiade.

Dave Sime era stato tranquillo per tutta la stagione. Dopo essersi aggiudicato il posto nella squadra per Roma con il terzo posto nei 100 metri ai Trials di Palo Alto, si scatenò ed il 12 agosto a Wanut Station, nel corso di una preolimpica, corse i 100 metri in 10.1 battendo Stonewall Johnson e Bob Morrow (10.2), Paul Winder (10.3) e Lester Carney (10.4). Morrow dimostrò in quella gara di essere tornato in grande forma proprio mentre Norton, che aveva cominciato a gareggiare alla grande in marzo, era chiaramente fuori condizione. Ormai i giochi erano fatti e la formazione non si toccò! Morrow, il texano di Abilene intervistato dopo la gara di Palo Alto disse che se i Trials si fossero disputati due settimane dopo la data di effettivo svolgimento, egli sarebbe stato nelle condizioni ottimali di quattro anni prima quando vinse i Giochi di Melbourne. Ill quadro dei pretendenti all’alloro olimpico dei 100 metri di Roma non è ancora completo.

La sera di venerdì 15 luglio sulla pista del Griffiths Stadium di Saskatoon, piccolo centro dello Stato di Saskatchewan, Harry Jerome, un mulatto canadese di diciannove anni, che già aveva battuto Norton sulle 100 yards ottenendo un ottimo 9.4, corse i 100 metri in 10.0 (due cronometri a 10.0 ed uno a 10.1) nel corso degli Canadian Olympic Trials, eguagliando il record di Hary ottenuto neppure un mese prima. Gli storici asseriscono che tutto si svolse secondo le regole nel corso della gara del primato di Jerome. La pista risultò essere di m. 100,005, di due pollici superiore alla distanza canonica ed il vento nella norma . A proposito di questo elemento sembra però che non fosse presente sul campo l’anemometro e che la certificazione del vento di 1.8 m/s a favore venne fornita dal locale osservatorio meteorologico. Venne misurata a titolo precauzionale anche la pista, che risultò di due pollici (50 mm.) superiore ai 100 metri. Il giorno dopo la sua impresa Jerome vinse anche i 200 metri e quindi a Roma venne iscritto ad entrambe le gare di velocità.

La richiesta di convalida del primato, inviata alla IAAF dalla Federazione canadese fu sicuramente ben documentata, poiché la IAAF stessa nel corso della riunione della Commissione dei primati tenutasi a Roma il 26 agosto 1960, omologò, insieme al primato di Hary, anche quello di Jerome. Jerome fu considerato dai tecnici uno dei più grandi stilisti dell’ultima generazione degli sprinter. La sua azione plastica e felina lo faceva avvicinare al grande Owens, del quale ricordava la scioltezza di corsa e la facilità di azione. Fu anche sprinter longevo tanto è vero che partecipò a tre Olimpiadi raggiungendo, fatto insolito per quei tempi, per due volte la finale dei 100 metri, nel 1964 e nel 1968.

Ma vediamo allora che cosa era successo in Europa. Livio Berruti cominciò subito alla grande portando finalmente il record italiano dei 100 metri a livelli mondiali. Il 26 maggio sulla pista del Campo Coni di Basso Acquar (Verona), nel corso della disputa del IV Trofeo De Gasperi, manifestazione organizzata dall’ U.S. Libertas Radice, Berruti corse in 10.2 migliorando il  primato italiano che già gli apparteneva ed eguagliando il limite europeo di Germar del 1957. Il giorno della gara le condizioni atmosferiche erano ideali e non c’era assolutamente vento, anche se, secondo le cronache, sembra che non fosse presente l’anemometro, la qual cosa fece temere per la omologazione del record. Due dei tre cronometristi registrarono il 10.2 del record ed il terzo addirittura 10.1; un quarto cronometrista di riserva rilevò anche lui il tempo di 10.2. La gara si risolse in un assolo del nostro campione in quanto il secondo classificato Meneguzzi di Treviso ottenne solo 10.7. Terzo fu Giorgio Mazza delle Fiamme Oro, destinato a diventare un ottimo protagonista dei 110 ad ostacoli, in 10.8 mentre Pier Giorgio Cazzola, compagno di squadra di Berruti si piazzò solo al quarto posto in 10.9. In quel momento della stagione, oltre Berruti altri sette atleti, tutti americani eccetto il sudafricano Edward Jefferys, avevano ottenuto il tempo di 10.2 sui 100 metri. Berruti non si era però limitato a correre solo i 100 metri, ma aveva anche ottenuti ottimi riscontri cronometrici anche sui 200. L’ 8 maggio corse infatti la doppia distanza a Faenza in 20.8 ed un mese dopo, precisamente il 12 giugno, a Varsavia nel corso del Meeting Kusocinski Memorial, limò un altro decimo al suo record italiano. Ancora un 20.7 a Siena nell’incontro del 10 luglio contro la Yugoslavia ed un 20.9 il 4 di agosto contro la Norvegia, fecero da prologo alla gara olimpica che doveva consegnarli la medaglia d’oro.

La Fidal aveva iscritto Berruti ad entrambe le gare di velocità, ma l’atleta fece subito capire ai tecnici che avrebbe optato per una sola gara, quella dei 200 metri, che il programma collocava dopo lo svolgimento dei 100. Tutto ciò nonostante che Michele Berruti, padre di Livio, fin dal 7 agosto 1956 avesse indirizzato alla Fidal un lettera molto accalorata con la quale si ricordava che lui aveva dato l’autorizzazione affinché il figlio gareggiasse solo ed esclusivamente sui 100 metri e che non avrebbe mai permesso che il ragazzo si cimentasse sui 200 metri, gara che giudicava “eccessivamente dura per il suo fisico e la sua età”. La questione era stata poi discussa a livello federale e favorevolmente risolta. Livio comunque, scrupoloso quanto mai e conscio dell’importanza dell’avvenimento, temeva che l’impegno nella gara sulla distanza breve avrebbe costituito una inutile scarica di energie nervose non ripagate dalle scarse probabilità di vittoria.

Sui 200 metri le possibilità di Berruti erano sicuramente superiori anche perché la prova sulla breve distanza non avrebbe potuto essere negativamente influenzata dalle carenze tecniche  manifestate dal torinese in partenza, che a Verona fortunatamente non avevano influito sul risultato della gara essendosi la stessa disputata in un clima quasi idilliaco, quindi senza le problematiche proprie di una competizione olimpica. La sua decisione, maturata già in luglio, venne ufficialmente confermata il 21 agosto dal Commissario Tecnico Oberweger quando Berruti aveva già raggiunto il ritiro di Rocca di Papa, località vicina a Roma. In una intervista di quel periodo Berruti ebbe a dichiarare: ” I 200 li correrò di certo. I 100 metri, con novanta probabilità su cento, no! E’ una convinzione che ormai mi sono fatto fin dall’inizio della stagione. Preferisco riservarmi per la staffetta. Ma puntare tutto sui 200 metri”. Sulla tecnica che avrebbe usato in gara Livio rispose: “Eviterò assolutamente gli avversari. Cercherò di non rendermi conto della loro presenza. Mi concentrerò per centrare una partenza in distensione. Se i miei primi passi non mi costeranno fatica capirò di essere nella giornata giusta per fare un buon risultato”. Il giudizio di Berruti su Armin Hary non fu molto tenero: “Non lo ritengo capace di vincere i 200 metri, e neppure i 100. Sinceramente non credo molto al suo record. A Zurigo si parte facilmente in anticipo. Se ci fossi stato, anch’io forse avrei perso da Hary, ma avrei corso in 10.1. Sarei partito come Hary, ne più ne meno. Scusatemi, ha fatto 10.3 Müller che vale 10.9 ! I Giochi saranno la prova della verità. Se Hary batte Norton e vince i 100 metri allora mi ricrederò sul record di Zurigo. Hary comunque è un campione. Solo che secondo me non vale 10.0. Ecco tutto. Sui 200 comunque Germar mi fa molta più paura di Hary”.
Livio Berruti fu buon profeta. Egli gareggiò solo sui 200, distanza che come lui aveva previsto fu disertata da Hary che non volle mettere in gioco il prestigioso titolo vinto sui 100, e vinse nel modo che tutti sappiamo eguagliando per ben due volte il primato del mondo. L’unico dei velocisti che doppiò le gare di velocità fu Otis “Ray” Norton, il quale ebbe  il solo merito di entrare in entrambe le finali, nelle quali deluse finendo al sesto posto, lontano dai pronostici della vigilia.

Ma eccoci arrivati al momento di parlare della gara dei 100 metri delle Olimpiadi romane. Alla gara dei 100 metri erano iscritti 65 atleti in rappresentanza di 48 nazioni. Ci furono solo tre defezioni e i partenti furono 62 e le nazioni 46. Erano presenti tutti i migliori velocisti del mondo degli anni 60, con le sole eccezioni delle “vittime” dei trials americani (Charles Tidwell, Bobby Morrow, che non potè difendere, come era nei suoi progetti il titolo olimpico vinto a Melbourne, Willie White e Bill Woodhouse), di Livio Berruti, che aveva optato per la gara dei 200 metri, e del russo Leonid Bartenyev che venne utilizzato solo nella gara di staffetta 4×100. I sessantadue atleti che avevano confermato la loro iscrizione (fra questi il solo che non si presentò alla partenza su il nigeriano James “Jimmy” Omagbemi), vennero divisi in nove batterie. Lo starter chiamato ad avviare le partenze delle varie fasi dei 100 metri uomini era Primo Pedrazzini di Milano, un giudice di comprovata esperienza e di lunga militanza di ben trenta anni nella specialità. Insieme a lui operarono Camillo Sivelli, un avvocato modenese, e Ruggero Maregatti di Milano, l’unico dei tre ad avere un significativo passato da atleta. Primo Pedrazzini avviò anche la gara dei 200 metri. La prima batteria si corse alle ore 9.00 di mercoledì 31 agosto, in condizioni atmosferiche perfette.

Nessun problema per l’agilissimo cubano Figuerola che vinse in un eccellente 10.4, tempo che insieme a quello ottenuto dal venezuelano Esteves nella terza batteria ed i tempi di Radford e Budd della nona batteria, rimarrà la migliore prestazione del primo turno eliminatorio. Il cubano, che impressionò molto per la sua azione di corsa, distanziò nettamente il norvegese Bunaes ed il russo Konovalov. Fu quindi la volta di Hary, impegnato nella seconda batteria con il keniano Antao, il pakistano Khaliq (presente a Berlino in occasione del primato del mondo di Williams e Murchison) e lo svizzero Müller, giunto secondo a Zurigo il giorno del primo 10.0 della storia. Hary, prima di schierarsi alla partenza, si avvicinò allo starter Primo Pedrazzini e gli strinse la mano quasi a suggellare un patto di non belligeranza con il giudice italiano, che si dice avesse trascorso, alla vigilia dei Giochi, notti insonni pensando al momento in cui avrebbe avuto allo start per la prima volta il tedesco, del quale aveva letto e sentito dire cose “agghiaccianti”. Il tedesco partì con molta cautela, quasi a voler tranquillizzare lo starter circa la sua intenzione di non creargli, e crearsi, eccessivi problemi. Hary corse con grande scioltezza e sul traguardo si fece superare da Seraphino Antao, velocista ventisettenne, originario dell’India ma residente in Kenia, che nel 1963 aveva conquistato il titolo di campione dell’impero britannico sulle 100 e 220 yards. Terzo fu lo svizzero Müller, al quale evidentemente portava fortuna correre insieme ad Armin. Ultimo, con un modestissimo 11.2, giunse il pakistano Abdul Khaliq, che fu il primo degli atleti più noti ad essere eliminato. Sorprese il diciannovenne venezuelano Horacio Esteves, futuro primatista mondiale dei 100 metri, che vinse la terza batteria in 10.4 davanti all’antillano Johnson e ad uno svogliato Dave Sime, il cui stile di corsa, andatura  impettita e passo lungo, non piacque ai tecnici. L’americano comunque corse in un buon 10.5 e lasciò il quarto classificato a tre decimi di secondo di distanza. Al settimo posto, e quindi ultimo, in questa batteria giunse Neggousse Roba, un atleta etiope che aveva partecipato, sempre nei 100 metri, anche ai Giochi di Melbourne, finendo egualmente ultimo nella seconda batteria del primo turno. Perchè ci occupiamo di Neggousse Roba, velocista da 11.0 ? Desideriamo ricordarlo in quanto, terminata l’attività agonistica, Roba intraprese la carriera di allenatore ed in questa veste ottenne quella gloria e quella fama che gli era stata negata dalle sue non  eccelse doti di velocista. Neggousse cessò infatti  di gareggiare dopo i Giochi di Roma e cominciò subito ad occuparsi del connazionale Abebe Bikila che guidò alla seconda medaglia d’oro della maratona a Tokio. Fu inoltre preziosa guida e coach di altri due grandi del fondo, Mamo Wolde e Miruts Yifter.

Wolde fu quarto a Tokio sui 10.000 metri ma si rivelò in maniera clamorosa a Città del Messico nel 1968 dove vinse l’oro olimpico nella gara di maratona e fu secondo sui 10.000 vinti dal keniano Neftali Temu. Quattro anni dopo a Monaco Wolde fu medaglia di bronzo nella maratona, mentre  Miruts Yifter  giunse terzo sui 10.000 e vinse l’oro a Mosca nel 1980 sempre nella stessa specialità. Nessun problema per l’altro primatista mondiale, il canadese Jerome, che vinse la quarta batteria davanti al francese Delecour, correndo al risparmio ma senza mettere in mostra le sue abituali straordinarie doti di agilità e scioltezza. Tempo: 10.5 per entrambi. Sorprese in sesta batteria la eliminazione di Mahlendorf ad opera del modesto messicano Plaza che soffiò il terzo posto al tedesco il quale venne accreditato del suo stesso tempo manuale, 10.8, ma diviso da lui da tre centesimi di secondo dal cronometraggio automatico; la batteria  venne vinta da Norton sul russo Kosanov. Tempo 10.7 per entrambi. I tedeschi persero il loro secondo uomo nella ottava batteria. Manfred Germar, sofferente per un mal di denti che lo affliggeva da alcuni giorni, corse in un disastroso 11.0 finendo quinto e pertanto venne eliminato. Ancora due tempi (10.4) fra le prestazioni migliori del primo turno nella nona batteria vinta dall’inglese Radford sull’americano Francis Joseph Budd, detto “Frank”, velocista del Philadelphia Pioneer Club, studente di marketing alla Villanova University, atleta che non sarebbe mai potuto arrivare a partecipare ai Giochi Olimpici senza la “lotteria” dei Trials. Sulla pista romana Budd, che molto bene farà negli anni a venire, seppe confermare la sua miglior prestazione personale che all’epoca era di 10.3.

Durante tutte le batterie spirò un leggerissimo vento contrario alla direzione di corsa dei concorrenti oscillante fra gli 0.14 ed gli 0.46 m/s. I tempi medi di intervento dello starter Primo Pedrazzini, appositamente cronometrati, furono di 22.366 fra il comando “Ai vostri posti” ed il “pronti” e di 1.844 fra il “pronti” e lo sparo. Il giornalista Alfredo Berra, grande conoscitore dell’atletica, così descrisse in sintesi la cronaca delle batterie sul Corriere dello Sport: “La pista si rivela buona per i concorrenti delle nove batterie; i primi tre passano il turno. Gli statunitensi non premono troppo; Norton va in allungo. Budd spinge invece in partenza. E’ velocista di gran potenza di cosce. Sime non convince: diritto, passo lungo e un po’ a vuoto. Eccellenti impressioni forniscono gli esotici Figuerola, Antao (agilissimo), Esteves, Robinson mentre Seye va in souplesse e l’inglese Jones è forte. Mentre Jerome si risparmia (ma sembra un po’ duro), Radford, a grandi manate in basso si distingue nel finale. Clamorose eliminazioni di Germar, svogliato, al livello di un atleta regionale e Mahlendorf, cosicché i tedeschi perdono due dei tre velocisti. Una nota a parte per Hary, che parte con molta cautela, dopo aver stretto la mano allo starter Pedrazzini e si fa battere sul traguardo dall’agile Antao, valido atleta del Kenya. Vento leggermente contrario.”

Alle 16 di quello stesso pomeriggio si corsero le batterie del secondo turno. La giornata era assolata e la temperatura di 29°C ancora soddisfacente per una giornata di fine agosto. Gli atleti migliori non si nascosero più e scoprirono le batterie, manifestando chiaramente le loro intenzioni. Nella prima batteria Horacio Esteves, partito in prima corsia, confermò la buona impressione del mattino e con il tempo di 10.5 regolò il possente bahamense Robinson e l’incerto Ray Norton autore di una pessima partenza. Hary nella seconda batteria si produsse nella sua “blitz-start”, ma partì regolarmente senza lasciare dubbi. Il tedesco corse in un eccellente 10.2, tempo che costituiva il nuovo primato olimpico, regolando l’americano Sime (10.3) che stava chiaramente ritrovando la sua forma migliore ed il polacco Foik (10.4). Fu la batteria più veloce ed Hary, stabilendo il nuovo limite dei Giochi, impressionò il pubblico dell’Olimpico che cominciò a ricredersi dei pregiudizi avanzati sul conto del tedesco. Grande lotta nelle ultime due batterie dei quarti di finale. Nella terza Frak Budd corse ancora in 10.4. Lo stesso tempo del cubano Figuerola che si classificò secondo davanti al britannico Jones (10.5). Quattro uomini sulla stessa linea per l’arrivo della quarta ed ultima batteria del secondo turno. Ci volle il foto-finish per dare una classifica alla più incerta delle gare dei turni eliminatori. La vittoria andò al canadese Jerome, davanti all’inglese Radford ed al keniano Antao: tutti con il tempo di 10.4. Lo stesso tempo venne assegnato anche al quarto classificato: il franco-senegalese Seye, disturbato e forse innervosito da un richiamo dell’assistente al giudice di partenza che gli corresse la posizione delle mani quando stava per essere impartito il comando “pronti”. Seye comunque dovette dire addio alla speranza di proseguire il cammino verso la finale e cominciò a pensare alla gara dei 200 dove ebbe migliore fortuna riuscendo a conquistare la medaglia di bronzo. Il tempo di questa batteria assunse maggior valore tenuto conto che si corse con vento contrario misurato in 2.31 m/s. Ecco anche su questa fase della gara il commento di Alfredo Berra: “Alle sedici la temperatura è ottima e il sole non da fastidio. Nella prima corsa Norton è ultimo in partenza. L’eccellente venezuelano Esteves in prima corsia, calibratissimo nella spinta, non molla di un passo. Norton è terzo a un decimo. Emerge dall’esterno il possente Robinson. Escono Jefferys (il 10.1 sudafricano) e Delecour, sparito dalla lotta dopo metà gara. Nel secondo quarto Hary è sveltissimo al via, senza rubare e domina largamente Sime in 10.2. Foik elimina in 10.4 D. Johnson, Bunaes, Konovalov. E’ stata la corsa più forte. Hary ha battuto il primato olimpico fornendo una grande impressione. Budd impressiona nel terzo “quarto” ma Figuerola di Cuba resiste bene. Mentre Jones guadagna la qualificazione di violenza negli ultimi metri. Nell’ultimo quarto lotta equilibrata con Jerome e Antao che emergono dopo i 50 metri. Radford fatica a rinvenire ma ci riesce malgrado Seye, che non sprinta. A giudicare da queste prestazioni, gli statunitensi hanno fornito una minor impressione di Hary. Sempre bene i “nuovi”: Antao, Figuerola ed Esteves. C’era assenza di vento, se non era contrario”.

I velocisti statunitensi, attesi con grande interesse e curiosità da pubblico e tecnici, non lasciarono grande impressione in questa prima giornata dei 100 metri. A parte Budd,  che era il meno quotato dei tre selezionati, Norton e Sime non convinsero affatto. Se Dave Sime nella batteria del primo turno si era nascosto, limitandosi a raggiungere una tranquilla qualificazione, nel quarto di finale non ebbe scusanti per la sconfitta inflittagli da Hary. Norton invece, nonostante la vittoria nella batteria del primo turno, deluse dimostrando di essere giunto ai Giochi chiaramente fuori forma. Dei tedeschi si salvò solo Armin Hary, mentre meglio fecero gli inglesi che portarono due uomini in semifinale. Il centro-sud America qualificò per le semifinali i nomi di atleti che si affacciavano per la prima volta alla grande ribalta mondiale della velocità, come quelli del cubano Figuerola, che avrà una carriera olimpica molto lunga. Ritroveremo infatti il cubano in finale a Tokio ed in semifinale a Città del Messico. Piacevoli sorprese furono rappresentate dal bahamense Thomas Robinson, anche lui finalista a Tokio quattro anni dopo, e dal  giovanissimo venezuelano Esteves. Anche al termine di questo secondo turno furono resi noti i tempi medi dello starter: 24.900 fra il comando “Ai vostri posti” ed il “pronti” e 1.575 fra il “pronti” ed il via.

Le due attese semifinali si corsero alle 15.40 di giovedì 1° settembre. Il tempo si mantenne bello e gli anemometristi rimasero inoperosi in quanto i loro apparecchi non registrarono  presenza di vento sulla pista dello Stadio Olimpico. Nella prima semifinale si ebbe la grossa sorpresa del ritiro del canadese Harry Jerome, uno dei due primatisti del mondo, dopo appena cinquanta metri dalla partenza per uno stiramento muscolare, incidente sul quale qualche giornalista avanzò dubbi. L’atleta tuttavia fu visto cadere e rotolarsi a terra dolorante. La prova venne vinta dall’inglese Radford, che all’ Olimpiade stava confermando le grosse prestazioni ottenute nel 1960, nel tempo di 10.4; egli ebbe ragione del cubano Figuerola e dell’americano Budd che solo grazie ad uno scatto finale riuscì a prevalere su Foik e Robinson, autore di una ottima partenza,  tutti classificati con il suo stesso tempo di 10.5. David Sime dovette ammainare bandiera ancora una volta contro Hary che corse e vinse in 10.3. In questa seconda semifinale si ebbero le prime schermaglie in partenza. L’americano Sime, preoccupato della fama di Hary, volle mettere alla prova lo starter italiano Pedrazzini, e tentò di anticipare la partenza ma venne prontamente sanzionato. Hary tentò di prendere in contropiede il suo avversario più pericoloso cercando di indovinare la partenza di Pedrazzini che invece lo bloccò con il secondo colpo. Il nervosismo dei due più seri candidati alla vittoria finale, non si trasmise fortunatamente agli altri atleti; fu proprio il giovanissimo Esteves, per nulla intimorito dalla fama di Hary, ad invitare il tedesco alla calma. Questi raccolse evidentemente l’invito in quanto al terzo tentativo partì prudentemente e nei primi metri rimase dietro agli avversari. Poi si distese e dominò la gara. Alle sue spalle Sime e Norton fecero valere la loro miglior classe, riuscendo a qualificarsi a spese di Jones,  eliminato dopo l’esame del foto-finish, di Esteves e di Antao, manifestando tuttavia quelle difficoltà che di lì a poco la finale punirà in maniera inesorabile. I tempi medi dello starter per le due semifinali furono: 22.250 e 1.600. C’ era molta elettricità nello Stadio Olimpico durante le semifinali. Hary fu incitato a gran voce dagli sportivi tedeschi, presenti in grandissimo numero sulla tribune dello stadio e le sue quotazioni per la vittoria finale si impennarono decisamente. I velocisti americani avevano chiaramente dimostrato di non trovarsi in grandissima condizione e l’interruzione della loro lunga tradizione di vittorie olimpiche sembrò inevitabile. Essi si sarebbero dovuti guardare, oltre che da Hary, anche da Radford e Figuerola, atleti che avevano fino allora ben impressionato, ed erano decisi a non fare la figura dei comprimari. Ecco ancora l’intervento giornalistico di Berra su questa fase della gara: “Qui (nda: nelle semifinali) la lotta è ai ferri corti. Si tratta di quelle lotte così emozionanti che non fanno rimpiangere in alcuna maniera le finali, anzi…Partenza simultanea; emerge per un momento il colosso Robinson, ma Figuerola è ancora bravissimo, in perfetta linea di corsa e Radford tira fuori le solite unghie. Jerome è nettamente dietro quando, ai 60 metri, si abbatte al suolo. Incidente muscolare? Un po’ di scena? La legge agonistica non s’interessa alla indagine. Assieme a Radford e Figuerola si qualifica Budd, rinvenuto bene. Radford vince in 10.4. Nella seconda semifinale una partenza falsa di Sime. Poi tocca ad Hary, che si crede giustificato, da Sime. La cosa si fa preoccupante. Esteves con un gesto amichevole indice puntato sulla fronte: “Stai calmo”. Hary è un pò corrucciato. Alla partenza buona rimane indietro, per maggior sicurezza. Poi si distende e domina. Antao, ma soprattutto il solido e fortissimo Esteves, a passi corti e concitatissimi, ma violenti minacciano fino in fondo Sime e Norton che si qualificano di classe ma non certo di superiorità. Poi s’inserisce anche Jones, eliminato dal fotofinish. L’asso tedesco segna 10.3. Hary incitato a gran voce dai tedeschi, presenti in grandissimo numero, si presenta dunque come gran favorito per la finale. Egli, già sicuro oggi, con una partenza non gravata da un fallo precedente dovrebbe vincere sugli americani che non sono in grandissima condizione e che quindi romperebbero una tradizione lunghissima di vittorie olimpiche. Gli americani dovranno inoltre guardarsi da Radford e da Figuerola, tutt’altro che battuti”. Per la finale, ecco il più grande “choc” della velocità quadriennale: il confronto Europa-America e le veridicità dei 10 netti sono in ballo”.

Hary_batte_Sime_e_vince_loroNeppure due ore divisero le ultime due qualificazioni dalla attesissima finale. Quando gli atleti entrarono in pista sorprese l’abbigliamento casual di Hary. Il tedesco infatti, al posto della divisa ufficiale della Germania, indossava un paio di pantaloni di una tuta azzurri e sulla maglia di gara, con appuntato il n. 263, una camicia con collo a “v” a scacchi verdi e grigi che portava fuori dei pantaloni. In testa, al contrario degli americani che portavano berrettini da baseball di varie fogge e colori, il tedesco indossava un cappello chiaro a larghe falde che assomigliava molto a un copricapo in uso presso i cow-boy americani. Un borsone blu da marinaio a tracolla conteneva gli attrezzi per la sistemazione dei blocchi e due paia di scarpette da corsa di marca diversa.

Alle 17.30 precise i sei finalisti: quattro uomini di colore e tre bianchi si schierarono nelle rispettive corsie. Il loro allineamento, partendo dalla corda fu il seguente: Sime, Budd, Norton,  Figuerola,  Radford ed  Hary. Il RTI dell’epoca non prevedeva, come quello in vigore oggi, che gli autori dei migliori tempi nelle semifinali fossero privilegiati con la assegnazione delle corsie centrali; si procedeva per sorteggio in ogni turno di gara. Pertanto i due favoriti, Sime ed Hary, partirono in posizione antitetica, uno in prima l’altro in sesta corsia. Questo schieramento accrebbe le difficoltà di controllo visivo della partenza per lo starter ed infatti le cronache dell’evento riportarono gli interrogativi preoccupati dei giornalisti: “Pedrazzini, vedrà bene ?” Lo starter, assistito da Lucci e Ragni, invitò i concorrenti a prendere il loro posto ed essi si collocarono sui blocchi di partenza. Il fiorentino Vasco Lucci controllò la corretta posizione delle mani dei concorrenti dietro la linea di partenza e poi andò a collocarsi dietro allo schieramento, accucciandosi per non recare disturbo al raggio visivo dello starter. Appena Pedrazzini ebbe pronunciato il “pronti” Sime scattò via come una furia, seguito da Hary, senza attendere il colpo di pistola che lo starter giustamente risparmiò tanto era stata  evidente la falsa partenza. Per richiamare i concorrenti fu quindi sufficiente il comando “al tempo”. Il RTI attribuiva allora allo starter la discrezionalità di sancire o meno la falsa partenza in caso di avvio contemporaneo da parte di due o più atleti. La regola è vigente anche oggi e in gergo, quando la circostanza si presenta, si dice che lo starter “ha tenuto per sè la falsa partenza” nella incertezza di attribuirla ad uno dei concorrenti fra quelli che si sono avviati per primi”. Nulla vieta comunque che la falsa partenza venga attribuita contemporaneamente a più di un atleta. Pedrazzini tuttavia, prudentemente, optò per la non belligeranza e non assegnò la falsa partenza ad alcun concorrente. Figuerola approfittò della interruzione per chiedere un attimo di tregua e per poter sistemare meglio i suoi starting-blocks. Al secondo tentativo Hary partì con apparente regolarità, ma Pedrazzini non ebbe incertezze e fermò la gara assegnando la falsa partenza al tedesco. Lo stadio esplose in una salva di fischi, per lo più provenienti dal pubblico tedesco, diretti allo starter, colpevole secondo loro, di aver punito ingiustamente un innocente Hary.

Ma sentite come Pedrazzini giustificò il suo intervento: “So che dalla tribuna nessuno si è accorto di niente e che in conseguenza tutti hanno creduto nel mio errore. Ma Hary si era mosso dopo che io avevo già dato il “pronti”. L’ho visto perfettamente ed ho capito quale è il suo segreto: Hary, al comando del “pronti” non alza il ginocchio della gamba posteriore, ma lo solleva appena; poi, tra il “pronti” e lo sparo, continua a sollevarlo gradatamente in modo da trovarsi in movimento con la seconda gamba al momento dello sparo. E’ un furbo di tre cotte; ma l’ho bloccato alla perfezione. Così mi sono beccato gli insulti di tutti.” La falsa partenza produsse una enorme pressione psicologica su Hary che era ad un passo dal veder compromesse le sue possibilità di vittoria; sarebbe infatti bastata un’altra sola incertezza in partenza e addio titolo olimpico ! Ma il tedesco dimostrò di avere, oltre i muscoli, anche i nervi d’acciaio. Seppe placare la forte agitazione che lo angosciava e superare lo stato di tensione provocato dalla falsa partenza. Il giornalista Alfredo Berra, profondo conoscitore dello cose di atletica, scrisse: “Sime sguscia senza lo sparo. Hary dietro. Una partenza falsa a Sime (quì il giornalista commette un errore in quanto la falsa non venne assegnata, nda). Poi ritornano sui blocchi. Allo sparo non si notano subito irregolarità, ma lo starter richiamò i concorrenti. Accusa Hary. Una fischiata. Se c’era stata partenza falsa di Hary non era evidente. Forse lo starter ha voluto pareggiare il conto per costringere tutti moralmente a star calmi. Figuerola chiede un pò di tregua. La tensione è estrema. Sono le 17.35. Hary è evidentemente agitatissimo. La terza partenza è la buona (scarsissimo, giustamente il tempo fra il pronti ed il via). Tutti restano un pò sorpresi ed Hary per primo.” Il giornalista nel suo commento giustifica il tempo, che definisce scarsissimo, lasciato da Pedrazzini fra il “pronti” e lo sparo. Così come presentato l’operato dello starter avrebbe potuto anche essere condiviso, ma eticamente era da censurare in quanto sembrava assecondare i tempi che gli imponevano  gli atleti mentre invece doveva accadere il contrario.

La gara comunque finalmente si avviò. Pedrazzini in effetti accorciò tempi di intervallo fra “il pronti” ed il via. I dati rilevati dai cronometristi registrarono un tempo medio di 19.300 fra il primo comando ed il “pronti” e solo 1.500 fra il “pronti” e lo sparo; si era passati, come si può rilevare, dai 22.366/1.844 delle batterie ai 19.300/1.500 della finale proprio ad evidenziare un crescente stato di tensione nello starter, ansioso di “liberarsi” dei concorrenti, anche se alcuni giornalisti americani (fra questi Don Potts di Track & Field News) quantificarono in 1.300 secondi questo intervallo, lontano dalla pausa ottimale di due secondi auspicata dagli starters statunitensi.

Hary in questa circostanza fu ovviamente più prudente ed al via sembrò avviarsi quasi con un leggero ritardo rispetto ai suoi avversari, fra i quali il più lesto fu il cubano Figuerola. Cinque metri furono però sufficienti al tedesco per lanciare la sua corsa ed imporre la sua indiscussa supremazia. Dopo quindici metri il cubano venne raggiunto ed Hary fu quindi nettamente primo con un vantaggio che incrementò fino ai trenta metri, mentre Norton e Budd  erano chiaramente in difficoltà avendo stentato ad avviarsi con la consueta rapidità. A metà corsa iniziò la rimonta dell’inglese Radford che oltre ad Hary aveva davanti a sé, sulla sua sinistra, anche l’americano Sime. Il finale di Sime e Radford fu di una violenza entusiasmante, ma Hary aveva accumulato un vantaggio tale che la grande rimonta dell’americano non riuscì a colmare. Il filo di lana si avvicinava sempre di più, finchè Hary non lo tagliò con la parte alta del petto, a testa dritta, con le braccia aperte all’indietro, spiegate come due ali. In quello stesso istante, dalla parte opposta della pista, Sime nel tentativo di trovare una disperata soluzione alla sua corsa ormai compromessa, si lanciò verso il traguardo abbandonando il contatto con il suolo imitando lo stile di arrivo di Charles Paddock, il suo famoso predecessore. Hary superato il traguardo si piegò sulle ginocchia, barcollò, poi ritrovò l’equilibrio e percorse alcuni metri al passo. Respinse il primo dirigente che gli si slanciò contro ed andò ad appartarsi in un angolo della pista, subito circondato dai compagni di squadra, che commentavano le fasi dell’arrivo sull’esito del quale però ancora non si pronunciava nessuno. Sime intanto, dopo il suo disperato tentativo, era caduto disteso per terra lungo la pista e lì era rimasto quasi attonito, ancora incerto sull’esito della gara. Si era poi rialzato lentamente e si era toccato le graffiature procuratesi nella caduta. L’occhio dei giudici percepì la vittoria di Hary, ma essi non si fidarono e consultarono gli strumenti della Omega. Trascorsero pochi minuti, che ad Hary e Sime dovranno essere sembrati una eternità, poi la voce dell’altoparlante comunicò l’ordine di arrivo e sancì la prima vittoria sui 100 metri in una Olimpiade di un atleta tedesco.

Hary_esulta_dopo_la_vittoriaArmin Hary sorrise ma non si abbandonò a scene di entusiasmo; strinse molte mani ma dette l’impressione di essere terribilmente stanco e stressato dalla tensione che lo aveva attanagliato fino a pochi attimi prima. Il velocista tedesco aveva corso nuovamente in 10.2 eguagliando nuovamente il record olimpico da lui stabilito il giorno prima. Sime fu accreditato dello stesso tempo ma fu chiaramente una ingiustizia. Fra i due infatti vi era quella che in gergo si chiama “luce” e quindi, secondo il regolamento vigente si sarebbe dovuto assegnare il distacco di un decimo. Fece giustizia il cronometraggio automatico registrando in tre centesimi il distacco fra i due contentendi, 10.32 contro 10.35. Al terzo posto si classificò l’inglese Radford (10.3/10.42) che soffiò il bronzo a Figuerola e Budd, entrambi classificati con lo stesso tempo di Radford, ma divisi dai centesimi dell’automatico (10.44 contro 10.46). Sesto a completare la sua deludente Olimpiade l’americano Ray Norton (10.4/10.50). Quando lo starter Pedrazzini uscì dal campo i tedeschi che assiepavano le scalee dell’Olimpico, manifestarono, forse per scaricare anche loro la tensione accumulata durante la gara, la loro disapprovazione per la falsa partenza attribuita ad Hary con una salve di fischi.

Pedrazzini, che aveva alle spalle trenta anni di carriera, si sottopose volentieri alle domande dei giornalisti che erano curiosi di sapere come egli avesse visto la gara: – Prima di tutto devo premettere che prevedendo una gara tiratissima, ho cercato di posizionarmi in un punto che mi permettesse di vedere ogni minimo movimento dei partenti.

–  Chi ha causato la prima falsa partenza ? Pedrazzini nella risposta non ebbe dubbi: –  Hary, corsia n. 6 e Sime, corsia n. 1. Sono scattati contemporaneamente un attimo prima che potessi esplodere il colpo di pistola; quindi a norma del regolamento ho preferito non penalizzare nessuno dei due corridori.

–  Chi ha causato la seconda falsa partenza ? Anche questa volta Pedrazzini non ebbe esitazioni: –  E’ stato Hary e ciò ha confermato la diceria sul famoso scatto anticipato del primatista tedesco.

–  Un compito dunque difficile il suo ? –  Si; ma penso di essere stato imparziale nelle mie decisioni. Con tanti anni di esperienza sulla spalle è difficile non accorgersi dei mezzi che usano gli atleti per guadagnare quel decimo di secondo che può portarli alla vittoria. Però, lo confesso, sono contento che abbia vinto Hary. Parola d’onore.

I commenti dei giornalisti furono unanimi nell’apprezzare il comportamento dello starter.

Ecco che cosa scrisse uno di loro: ” Bravissimo lo starter (Pedrazzini di Milano).

Ha fermato Sime, partito nettamente primo. Ha fermato Hary che era guizzato con una frazione di decimo di secondo in anticipo, e quì lo starter si è dimostrato  degno della durezza della prova che era chiamato a compiere.

Il pubblico, forse quello tedesco, lo ha fischiato. Non ha pensato, quel pubblico ingiusto, che lo starter, fermando Hary partito prima, rendeva ad Hary un servizio incalcolabile. Oggi, se il colpo di richiamo non fosse partito, tutti direbbero che Hary ha rubato la partenza. Con il secondo sparo, anticipato leggermente per evitare altre partenze false, lo starter ha posto Hary nella condizione di dimostrarsi nettamente quale in effetti egli è: il migliore senza discussioni.”

Ma Alfredo Berra (Corriere dello Sport) sintetizzò il comportamento del nostro starter con un commento molto appropriato: “Con Hary lo starter Pedrazzini se l’è cavata con abilità diplomatica che poteva risolversi male se il tedesco non avesse alla fine vinto la gara”.

Il giudizio ci trova perfettamente d’accordo in quanto lo starter non deve essere una fredda macchina di partenza ma deve avere la sensibilità di “interpretare” questa importante fase della gara, sempre s’intende nel pieno rispetto delle regole. Con la vittoria di Roma Hary convinse tutti del suo effettivo valore.

Tutti…….o quasi. Gli esperti si sbizzarrirono nei loro giudizi sulla impresa di Hary.

A noi piace riportare integralmente uno stralcio del commento che Giorgio Bonacina scrisse per  Atletica Leggera il 16 settembre 1960 e che venne  pubblicato nell’ottobre di quell’anno.

“Armin Hary. Ha battuto Sime tre volte, nei quarti, in semifinale ed in finale. La sua grandezza come sprinter è direttamente proporzionale, o quasi, all’immensità della antipatia che suscita attorno a sè come uomo. Però nemmeno a Roma ha dimostrato di aver corso i 100 metri in 10” netti. Gli ho tenuto gli occhi addosso come mai avevo fatto con nessun altro atleta (e sono ventisette anni, proprio oggi 16 settembre, che seguo l’atletica) ed ho potuto constatare ciò che egli ha di veramente eccezionale, e ciò che invece non ha. I suoi riflessi fulminei non si discutono, ma resta il fatto che cerca davvero di rubare in tutti i modi possibili. Se compie una partenza falsa, non la compie per sbaglio: va via sparato, sperando che lo starter gliela dia buona. Sul “pronti” si muove sbilanciandosi in avanti. Ma lasciamo stare: non è il primo, e non sarà l’ultimo, a tentare questo umano furtarello. Sta di fatto che, anche quando lo starter lo costringe a partire regolarmente – ed io voglio pubblicamente congratularmi con Pedrazzini che non gli ha permesso un millesimo di secondo di sgarro – il signor Hary ha un avvio incredibilmente veloce. Egli, più che nella partenza istantanea, è inarrivabile nell’ accelerazione. Confesso di non  aver mai visto un essere umano correre così rapidamente tra i 10 ed i 60 metri. Per inciso noterò che Hary corre con una tale rabbia in corpo, ma anche così stupendamente disteso, da strappare l’ammirazione anche a chi lo detesta.

Alt, però: i suoi numeri finiscono qui. Dopo i 60 metri, Hary è un velocista qualsiasi, poichè non è assolutamente più in grado di accelerare ancora, mentre il Re dello Sprint – come ho detto e ripetuto decine di volte – deve continuare ad accelerare di secondo in secondo sempre di più, fino ai 100, ai 110, ai 120 metri.

Hary non è l’uomo dei 42 chilometri orari (come Ralph Metcalfe, Harold Davis, Melvin Patton, David Sime), bensì è l’uomo dei 39 chilometri orari dopo appena 50, 60 metri dalla partenza, il che è stupefacente in senso relativo, ma non in assoluto.

Nella finale di Roma, c’è stato un momento in cui Hary godeva di due metri di vantaggio su Sime, ma Sime gli ha recuperato un metro ed ottanta in 40 metri, cioè in meno di quattro secondi.

Sime è stato immenso. Equilibrato e freddo quanto il Berruti dei 200 metri, se avesse conservato la straordinaria potenza del 1956 avrebbe senz’altro cominciato con venti metri d’anticipo la marcia di avvicinamento al tedesco, gli sarebbe stato sopra agli ottanta e, sul filo, lo avrebbe inchiodato con lo stesso, netto margine con cui doveva poi inchiodare (platonicamente) Martin Lauer (nella staffetta 4×100, nda).

Di tutti i centisti visti all’Olimpico, il più bello è stato Harry Jerome, il negretto canadese che la IAAF ha voluto riconoscere co-detentore del record di 10″, alla pari con Hary. Non giurerei, come altri hanno giurato, che Jerome abbia finto uno stiramento in semifinale quando si è visto battuto senza appello, comunque ne ho anch’io il sospetto. Jerome, ripeto. ha una corsa stupenda, registrata al millimetro, ma mi è parso (potrei sbagliarmi) poco potente. Comunque, se un vento da un metro e novanta l’ha aiutato, i 10″ può anche averli fatti: è incredibile quanto un uomo possa andare forte quando meno se l’aspetta, purché – come appunto fa Jerome – si affidi alla scioltezza.”

Sono giudizi opinabili. Nello sprint il responso del campo è più determinante di tutti i giudizi che si possono formulare sulle qualità di un velocista che poi soccombe nei confronti diretti con l’avversario.

Anche il vecchio Jesse Owens, che avendo osservato Hary in allenamento negli Stati Uniti, aveva mosso dubbi sul suo primato del mondo affermando che al massimo il tedesco valeva 10.1, si rimangiò il suo affrettato giudizio e disse: “Penso che Hary sia senz’altro il migliore velocista del mondo ed ora che l’ho visto impegnato in una gara ad alto livello credo veramente che abbia fatto 10.0. La sua partenza poi è qualcosa di veramente portentoso !” A proposito della sua partenza Hary ebbe a dire: ” La mia partenza veloce è da attribuirsi unicamente alla rapidità dei miei riflessi. Questo è un fatto ormai assodato, ma più importante per me è il fatto che ho imparato, attraverso il rilassamento, a raggiungere in pochi passi, quindi in anticipo sugli altri, l’ottimale assetto di corsa per sfruttare tutta la mia velocità.”

Una testimonianza preziosa sull’argomento venne dall’inglese Peter Radford, l’uomo che nella finale di Roma era nella corsia vicina a quella di Hary, praticamente spalla a spalla con il tedesco. Egli disse che Hary adottava un sistema di partenza che era perfettamente in linea con le norme regolamentari dell’epoca, ma che si basava molto sulla “vulnerabilità” dello starter.

Ricordiamo che la Regola 162 del RTI in vigore alla vigilia dei Giochi di Roma (aggiornato con le modifiche deliberate dalla IAAF a Melbourne il 4 dicembre 1956), imponeva allo starter di sparare il colpo di pistola “quando tutti i concorrenti erano pronti”.

Ebbene cosa faceva Hary ?

Egli rispondeva al comando “pronti” dello starter, ma raggiungeva la posizione lentamente e solo quando, ovviamente in via presuntiva (ma Hary era un volpone e conosceva bene le abitudini dei sui avversari), tutti gli altri erano ormai fermi sulla posizione di “pronti” si “decideva” a raggiungerla anche lui con la consapevolezza che in quel momento lo starter, esasperato dalla lentezza del movimento ascensionale del tedesco e preoccupato che gli altri atleti si “muovessero” dato il tempo trascorso, avrebbe azionato la pistola e dato in via alla gara. La questione arrivò all’attenzione dell’organismo della IAAF predisposto alle modifiche regolamentari e venne subito presa in esame in occasione del Congresso di Belgrado del 17 settembre 1962 e sancita nel corso di quello di Tokyo del 23 ottobre 1964.

La XV edizione del RTI tradotta e stampata nel 1966 a cura del Gruppo Giudici Gare della Fidal conteneva infatti alla Regola 162, un nuovo paragrafo che così recitava: ” Al comando “pronti” tutti i concorrenti dovranno assumere immediatamente e senza indugi la loro piena e finale posizione. Il non eseguire questo comando dopo un ragionevole tempo, costituirà una falsa partenza”. Con Hary la vecchia Europa mise in dubbio la invulnerabilità dei velocisti americani che ricevettero un altro duro colpo alcuni giorni dopo quando il nostro Berruti  tolse loro anche il titolo dei 200 metri. Ma nonostante la riscossa europea, sul piano complessivo dei risultati e del potenziale umano i velocisti degli Stati Uniti, nonostante l’assurda tortura dei Trials, rimanevano a nostro avviso ancora  i migliori del mondo, anche se a molti di loro la pratica e i successi ottenuti in atletica  sarebbero serviti per avere accesso a sport professionistici  in grado di assicurare loro lauti guadagni.

E’ infatti quello che successe anche a Norton che dopo gli insuccessi di Roma, Norton tornò sulla decisione già da tempo ventilata tempo, di abbandonare l’atletica leggera per affrontare professionalmente la carriera di giocatore di football. A questo proposito, Mike Portanova, manager della squadra americana di atletica, di passaggio da Roma proveniente da Londra e diretto ad Atene, precisò che Norton, malgrado il parere contrario del suo allenatore Bud Winters, aveva già firmato un contratto annuale che lo legava al “San Francisco 49” per la cifra di 8000 dollari. Poi, una volta conclusa la carriera agonistica, tornò in Oklahoma e all’atletica divenendo allenatore. Per mezzo secolo circa fu ricordato come il velocista che detenne, contemporaneamente, il record dei 100 e dei 200 metri. A lui successe il giamaicano Usain Bolt nel 2008. David Sime invece rifiutò le offerte che vennero dal mondo del baseball e preferì dedicarsi alla professione di oculista diventando nel 1970 un pioniere del trattamento implantare delle lenti a contatto.

Diversa fu la conclusione della carriera di Armin Hary.

Ma questa, come abbiamo già detto, è un’altra storia!

 

Gustavo Pallicca


P.S. = Il presente intervento farà parte del 3° volume della Storia dei 100 metri ai Giochi Olimpici che tratterà infatti il periodo 1936-1960.

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