Questione di centimetri

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“La vita è un gioco di centimetri. Mezzo passo fatto un pò in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate.”  [dal film Any given Sunday]. E’ così, nella vita come nello sport, è spesso questione di centimetri. Il periodo che leggete sopra è un estratto dal film “Any given Sunday”, per chi di voi non l’abbia ancora visto lo consiglio vivamente. Il film tratta di un allenatore di una squadra di football, e del suo tentativo di portarla a vincere. Ma nella preparazione sportiva si inseriscono dinamiche e riflessioni esistenziali, che trovano spiegazione proprio nel parallelo tra la vita di ognuno dei personaggi e lo sport che praticano con fermezza e intensità.

Il pezzo che vi propongo riguarda sicuramente i centimetri, ma non il football. Gli stessi centimetri citati nel monologo del suddetto film, mi hanno infatti riportato alla mente una delle sfide più mozzafiato che lo sport abbia potuto proporci. Una sfida combattuta su una pedana di lungo, un singolar tenzone che vide opporsi due leggende del mondo dell’atletica impegnate sino all’ultimo sforzo in una finale che sembrava non finir mai di stupire. Ebbene a decretare la vittoria in un susseguirsi di misure da record, furono proprio un pugno di centimetri.

Mondiali di altetica di Tokyo, 30 Agosto 1991, nella finale del salto in lungo rimangono in gara per il titolo Carl Lewis e Mike Powell. Il primo, conosciuto anche come “figlio del vento”, un vero e proprio cannibale assetato di record e vittorie. Plurimedagliato olimpico su 100m, 200m, 4x100m, e salto in lungo. Il secondo un simpatico e valido saltatore, ma mai distintosi per grandi cose. Aveva già incontrato Lewis sulla pedana del lungo, ma senza riuscire neanche a infastidirlo. Quella sera invece le cose andarono diversamente. I centimetri che separavano i due atleti dalla pedana, quelli che separavano i loro piedi da uno stacco nullo, risultarono la più assoluta discriminante per la quale solo uno dei due riuscì a compiere l’impresa improbabile di battere l’altro. Puntuale potrebbe giungere la domanda, o almeno io me la sono posta più volte, se quella sera quei centimetri in più conquistati furono opera dell’abilità umana portata all’apice del suo potenziale o semplice fusione di circostanze fortuite e dinamiche favorevoli. Il coach del film che vi ho citato all’inizio (interpretato per altro da Al Pacino), mi risponderebbe semplicemente che “i centimetri che ci servono sono intorno a noi, ad ogni secondo, ad ogni minuto”.
Torniamo a quella favolosa ed epica serata.

Carl Lewis ha già piazzato un ottimo 8.60m che gli vale la medaglia per ora. Mike Powell invece appare molto carico ma privo di lucidità, e incapace di siglare una degna misura. Sin quando al terzo salto l’atleta di Filadelfia sembra volare oltre gli 8.90m. Il pubblico sospira e poi rimane in attesa. Il silenzio reverenziale avvolge anche la sagoma di Powell che fissa i giudici di gara. Questi però lo gelano immediatamente: il salto è nullo. Ma per Lewis rimane un salto che avrebbe annullato decisamente il suo. Il figlio del vento non intende lasciare la sua gloria alla decisione, magari affrettata od errata di due giudici, e tantomeno al centimetro che ha separato Mike da un salto regolare. Avvio prepotente, rincorsa da centometrista qual’era e stacco esplosivo. Lewis, sia pur ventoso, vola a 8.91, abbattendo il record del mondo, considerato invalicabile, di quel Bob Beamon che lo siglò a città del Messico quando ancora gli atleti facevano fatica a superare gli otto metri. Lo stadio è un trionfo di riflettori ed applausi a non finire. I proclami dello speaker sono coperti dalle urla della folla entusiasta. Il pubblico è in delirio. Lewis alza le braccia al cielo e annuisce come a dire “si, io posso”. Ma non è finita.
Powell guarda da in fondo la pedana. Ma i suoi occhi non sono fissi sull’esultanza di Lewis, contemplano invece gli appoggi che lo separano dalla buca. Qualche secondo di concentrazione e poi si parte. La rincorsa di Powell è la solita, un pò molleggiata all’inizio e poi reattiva e sempre ad incrementare una volta lanciata. Le gambette di Powell che finiscono con quelle caviglie sottilissime sono all’occhio indirettamente proporzionali alla potenza che sprigionano quando picchiano sul tartan. I suoi piedi sembrano dinamite. Allo stacco Mike sembra volare e poi pedalare nel vuoto quasi a voler rubare ad ogni costo e mediante ogni sforzo quei pochi centimetri in più che gli servono per farsi campione. E ci riesce. Powell vola a 8.95m, misura che vale il record del mondo e la medaglia d’oro iridata. Lewis guarda incredulo per qualche attimo.

Quella serata è stata e rimarrà uno spettacolo che pochi amanti d’altetica e dello sport in generale si scorderanno facilmente.
Powell avrebbe potuto lasciare dopo quell’8.91 di Lewis, considerando anche le caviglie provate che doveva avere in una finale di lungo portata a tale intensità agonistica. E invece pensò di andarsi a conquistare quei centimetri. Quei centimetri “nei quali quali consiste la nostra vita, quei dieci centimetri davanti la faccia, e quel singolo centimetro per il quale lottiamo, sapendo poi che la somma totale di quei centimetri farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta”.

foto: savvysport.wordpress.com
Articolo di Adriano Masci –
http://rovesciando.wordpress.com/2010/09/27/questione-di-centimetri/

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