Da potenza in atto: indagine sull’involuzione dell’atletica italiana

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Essere in partenza potenzialmente ciò che poi si diventa in atto. E’ un concetto filosofico di matrice aristotelica che rinvia all’effettiva esplicazione delle qualità (potenzialità) di un individuo o di una cosa. In questo caso parliamo di individui, anzi di atleti. Si potrebbe parlare davvero di un alto potenziale inespresso riferendosi al settore sportivo dell’atletica leggera italiana. E quando viene detto “alto potenziale” non è certo per fare delle chiacchiere. L’atletica azzurra può vantare infatti una ferrea ed orgogliosa tradizione, ricca di strepitosi successi oltre che di onorevolissimi piazzamenti.

Solo per citare qualcosa, l’articolo infatti si propone tutt’altra indagine, nessuno avrà dimenticato come Berruti seppe incantare la Roma olimpica del ’60; o ancora come Totò Antibo cavalcò alle olimpiadi di Seoul per 10.000 metri andando a conquistarsi il podio argentato; o come il mostro sacro Mennea sulle note di Paolo Rosi “recuperò, recuperò, recuperò e vinse” ai giochi olimpici di Mosca del 1980; o come Sara Simeoni volò sui podi di mezzo mondo andando a costruirsi un palmarès ancora oggi invidiabilissimo e che può vantare due argenti e un oro olimpici. Davvero delle prestazioni strepitose. Ma oggi?
Oggi il settore dell’atletica soffre di una percepibilissima involuzione, e quanto a piazzamenti e risultati si trova ad essere in crisi nera. Inoltre laddove sembrerebbe esserci margine, nei casi di giovani atleti promettenti, tutto poi si concretizza in un niente di fatto o ancora peggio con la tragica conclusione di un infortunio che “sega” di netto le gambe al potenziale campione. Ora sicuramente un’infortunio non sempre è qualcosa di prevedibile, e una volta accaduto in base alla sua entità non sempre è immediatamente rimediabile. Tuttavia c’è da chiedersi come con le tecniche (e tecnologie) e gli studi avanzati facciano più fatica oggi a mantenere un atleta promettente lontano dagli infortuni che non un Vittori più di trenta anni fa a mantenere intonso il suo gioellino Mennea pur caricandolo di lavori e allenamenti durissimi. Inutile dire che ogni riferimento NON è puramente casuale, e in questo caso il riferimento va ad Andrew Howe. Un atleta con un potenziale enorme e sconfinato, capace di conquistare fin da giovane tutti i podi europei e di giocarsi accanitamente quelli mondiali. Un saltatore in lungo dotato di una rapidità e di uno stacco in pedana che vagamente potrebbero ricordare quelli di Lewis. Ad ogni modo un lunghista da 8.50m di personale circa. Da poco, dopo un infortunio al tendine d’achille che lo ha costretto a saltare le intere scorse stagioni, è tornato in pista con performance non deludenti ma che ad ogni modo lo tagliano fuori dal giro mondiale, e che forse lo accreditano per quello europeo. Un vero e proprio talento rimasto in potenza e mai tramutato in atto. Si potrebbe continuare con altri nomi ed esempi, ma ad un’arida lista forse è preferibile un’analisi che indaghi sulle cause di questa involuzione.

Al primo posto senza dubbio va collocata la carenza di fondi e investimenti nel settore dell’altletica. E’ uno sport sicuramente meno popolare e sul quale è più rischioso investire, ma chiudere totalmente i rubinetti significa condannarlo ad una progressiva involuzione che lo farà sprofondare ancor più in crisi. Non c’è da lamentarsi se poi alle batterie di 200m e 400m in una manifestazione mondiale non si leggano neanche di striscio partecipanti azzurri (come è successo agli scorsi giochi olimpici e ai mondiali). Vi è poi l’opposto fenomeno del dilagare societario, che puntando chiaramente al buisness e quindi al successo del gruppo e non del singolo, sia pur esaltando la bellissima componente sportiva del team, svilisce e mistifica la natura dell’atletica, disciplina intrinsecamente e rigorosamente individuale. Si punta così spesso a raggiungere determinati punteggi spostando di gara in gara atleti già specializzati per coprire ogni pedana, con l’ovvio risultato di non far maturare l’atleta stesso per il mero scopo del risultato societario.
Rara e poco insistente è poi l’attività a livello medio giovanile. Per cui o sei forte e ti cimenti totalmente, o altrimenti rimani un amatore. Quest’ultimo fattore si lega inoltre alla netta scissione tra il mondo scolastico e quello sportivo. La separazione di queste due sfere, condanna infatti uno sport come l’altetica, già duro di per sè da praticare con dedizione, al repentino abbandono delle attività agonistiche, viste come un eccessivo stress da portare avanti parallelamente allo studio in una logica degradante dove il connubio tra sport e cultura è solo una controproducente illusione.

Tutti queste componenti, intersecandosi tra loro impediscono al settore atletico italiano di decollare, pur avendo una sfilza non indifferente di giovani promettenti che si allenano con dedizione in contemporanea alla stesura di questo pezzo.
In questo non regge per niente il confronto con i nostri rivali transalpini, che stanno attuando una vera e propria riforma dello sport, con una tenace e spietata lotta al doping e un sano investimento anche nei settori che sono meno attrattivi nell’immediato, come l’atletica.
Così ora loro raccolgono successi europei e dignitosissime prestazioni in campi internazionali con il primo “viso pallido” sotto i 10″ Christophe Lemaitre e il gigantone triplista Teddy Tamgho, e noi? …

 

Scritto su Adriano Masci sul blog  “Rovesciando

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