I DUBBI SULL’OMOLOGAZIONE DEI RECORDS SU STRADA

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Vi proponiamo un contributo di riflessioni che Paolo AGNOLI (docente di fisica, podista romano e figlio del grande master Sergio AGNOLI ora 85enne) ha sviluppato e messo nero su bianco dopo le recenti prestazioni in maratone e mezzemaratone, con records che non sono records. Tutti siamo consapevoli di fronte a questo tipo di riscontri cronometrici dei dubbi e delle perplessità che automaticamente si generano. La I.A.A.F. per sostenere il settore delle corse su strada qualche anno fa ha codificato i criteri di ratifica ufficiale dei records su strada. Anche la F.I.D.A.L. ratifica a sua volta questo tipo di primati, ma non esattamente allineata alla federazione mondiale. Perciò abbiamo confusione su confusione. E quindi qui trovate il pensiero (competente) di Paolo AGNOLI. Questo testo è già comparso sul sito www.romacorre.it che ringraziamo per la disponibilità.

La recentissima e nota vicenda relativa alla non omologazione del tempo ottenuto dal keniano Geoffrey MUTAI, alla Maratona di Boston 2011, come nuovo record del mondo, pur su un percorso come quello della gara del Massachusett, nota per la durezza dei suoi tanti saliscendi, mi ha fatto nascere qualche domanda relativa alla omologazione ufficiale dei tempi ottenuti nelle corse podistiche su strada. Credo di non essere l’unico podista a nutrirli. Ho parlato con molte persone che condividono con me la passione per l’atletica leggera constatando le stesse perplessità. Mi permetto di proporre alcuni dubbi qui di seguito, auspicando magari anche risposte dagli incaricati nello specifico della F.I.D.A.L.

Per capire il perché della non omologazione dello straordinario tempo di MUTAI a Boston (2h03’02”, media di 2’55” a km, ovvero 29’10’’ ogni 10 chilometri!) occorre rifarsi al documento I.A.A.F. Competition Rules (in rete disponibile in pdf sul sito della IAAF), in cui a pagina 234, Rule 260.28, stabilisce chiaramente alcune clausole tecniche tra altre che il percorso deve rispettare:

28. For World Records in Road Running Events:
(A) The course must be measured by an “A” or “B” grade IAAF/AIMS approved measurer as defined in Rule 117.

(B) The start and finish points of a course, measured along a theoretical straight line between them, shall not be further apart than 50% of the race distance.

(C) The overall decrease in elevation between the start and finish shall not exceed 1:1000, i.e. 1m per km.

Le clausole non rispettate dal percorso di Boston risultano essere sia la B che la C. Sulla certificazione della distanza di 42.195 metri invece, clausola A, non ci sono certo dubbi. Stabilire che la distanza tra partenza e arrivo in linea d’aria non debba essere superiore ad una percentuale del 50% della distanza complessiva (clausola B; Boston ha una percentuale del 91%) è un’indicazione evidentemente pensata perché, se non ci si attenesse, si ritiene che gli atleti possano essere favoriti in caso di aiuto costante dovuto alla presenza di vento, come infatti avvenuto proprio lo scorso 18 aprile a Boston. E ciò in virtù del fatto che sarebbe praticamente impossibile attrezzare ogni percorso su strada con un adeguato numero di anemometri. Inoltre, la pendenza tra l’avvio del percorso e il traguardo è a Boston in media di circa 3,2 metri per chilometro. Mentre il limite per l’omologazione (clausola B) è stata introdotta ovviamente per impedire percorsi “in discesa”. Ora il limite è di un metro per chilometro, per un massimo di differenza positiva di altitudine consentita tra partenza ed arrivo nel caso della distanza della maratona di 42 metri. Nel caso di Boston la partenza da Hopkinton è situata a circa 125 metri sul livello del mare, mentre l’arrivo, a Boylson Street, è a livello del mare.

Sebbene le clausole siano chiare relativamente alla omologazione o meno del risultato come primato del mondo, a mio avviso il documento I.A.A.F. non chiarisce però come dobbiamo considerare in ogni caso i risultati ottenuti dagli atleti (assoluti o master) che partecipano a gare podistiche il cui percorso risulti anomalo. Le clausole riguardano tutte le corse su strada, anche per le distanze dei 10 chilometri e della mezzamaratona; e della marcia. Perciò, tali risultati debbono o no essere considerati ufficiali? Per esempio, il risultato ottenuto da Gelindo BORDIN, che nel 1990 coprì la distanza di Boston firmandola con il suo record personale di 2h08’19”, può essere inserito ufficialmente nelle graduatorie all-time mondiali relative alla maratona, dove le regole sono stabilite dalla IAAF, così come sembra essere? E quello di MUTAI che fine farà? E’ invalidato del tutto o sarà posto in un limbo, da cui uscirà per ridiventare ufficiale nel momento in cui sarà stabilito un record del mondo inferiore a 2h03’02’’? Se un atleta in una gara internazionale di velocità in pista corre in presenza di vento superiore ai 2 metri al secondo il suo risultato vale per stabilire l’ordine di arrivo della gara; ma viene asteriscato come “ventoso” e non farà mai parte, in quanto tale, delle statistiche e graduatorie ufficiali stagionali e all-time.

Ciò che non mi appare chiaro è soprattutto come la nostra F.I.D.A.L. consideri i risultati ottenuti in gare podistiche su strada il cui percorso non rispetta una o tutte e due le sopracitate clausole B e C. Sulla clausola A non ci sono dubbi: ogni qualvolta una gara è risultata più corta del dovuto tutti i risultati non sono mai stati ufficializzati. Però, molte maratone o mezze maratone anche prestigiose nel nostro paese mi sembra non rispettino nella scelta del percorso ciò che è stabilito dalla I.A.A.F. Non credo sia una pura curiosità: gare anche importanti, ma i cui risultati non sarebbero omologabili, rischiano di essere di scarso appealing per atleti di elite, a livello internazionale ma anche nazionale. Propongo due casi ipotetici, che mi aiutano a spiegar meglio:

  1. Se alla prossima Maratona di Venezia un atleta italiano completerà il percorso in un tempo inferiore a quello stabilito da Stefano BALDINI (2h07’22’’), tale risultato rappresenterà il nuovo primato italiano sulla distanza? Se lo stesso atleta corresse in meno di 2h3’59’’ (attuale record del mondo riconosciuto) il suo risultato sicuramente NON sarebbe ratificato come il nuovo primato del mondo alla luce della clausola B.

  2. Alla scorsa edizione della Mezzamaratona Roma-Ostia, la più partecipata e famosa d’Italia, Anna INCERTI ha stabilito il nuovo primato femminile della corsa con 1h09’06’, avvicinando di molto il primato italiano di Maria GUIDA su questa distanza (1h09’00’’). Se la INCERTI avesse completato la gara in un tempo inferiore di appena 7 secondi, il risultato avrebbe o no rappresentato il nuovo primato italiano? Anche in questo caso se la nostra bravissima atleta avesse corso in meno di 1h05’50’’ (attuale primato del mondo riconosciuto) il suo risultato NON sarebbe stato omologato dalla IAAF, sempre a causa della suddetta clausola C.

Collegato a tutto ciò rimane un dubbio di fondo a livello nazionale. Come dobbiamo leggere, sia a livello assoluto che a livello master, tutti i risultati ottenuti da atleti italiani in gare su strada che non rispettano le regole I.A.A.F. stabilite per l’omologazione dei primati del mondo, per esempio la prestazione di BORDIN a Boston? Possono essere considerati “validi” ed inseriti tranquillamente nelle statistiche e graduatorie ufficiali italiane? Sta di fatto però che la prestazione di BORDIN figura ufficialmente nelle cronologia del record italiano della maratona. Ma allora perchè il risultato di Maria GUIDA che corse il 10 marzo del 1996 a Lisbona quella famosa mezzamaratona in 1h08’30’’ non è stato mai ufficializzato come primato italiano? La risposta può forse contribuire, insieme alle altre augurabili informazioni e considerazioni, a farci capire meglio la situazione che ho cercato di riassumere.

 

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