Daegu 2011: DEMUS QUASI PRIMATO MONDIALE, WILLIAMS EROE USA

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Dopo una mattinata positiva nessun italiano è stato presente nella serata di Daegu e questo lascia qualche rammarico perché sarebbe stato bellissimo vedere la palermitana La Mantia nella battaglia del triplo donne. Nel tramonto rosso e oro di Daegu si è partiti subito con una divertente gara di salto in alto ma partiamo dalla fine, perché proprio alla fine della serata è arrivata la prestazione che infiamma il pubblico.

Nei  400 ostacoli donne le migliori erano tutte alla partenza, con Melanie Walker, campionessa del mondo e olimpica in carica a difendere il titolo nella scomoda ottava corsia, ma anche Demus assetata di vendetta dopo le ultime sconfitte e Kaliese Spencer galvanizzata dall’incredibile tempo del meeting di Londra. Melanie Walker, senza punti di riferimento che potevano disorientarla, è riuscita a mantenere il suo ritmo e si è presentata sul rettilineo finale duellando contro l’americana Demus mentre la Spencer arretrava inesorabilmente. Il duello è stato combattuto fino all’ultimo metro con Lashinda Demus (nella foto) che si è tolta qualche sassolino dalla scarpa andando a vincere con una prestazione che sfiora la perfezione e un riscontro cronometrico di 52.47 che è terzo tempo di tutti i tempi al mondo, record americano, a soli 13 centesimi dal record del mondo della Pechenkina. Dopo gli argenti di Helsinki 2005 e Berlino 2009 in bacheca ci sarà ora il metallo più prezioso. Dal canto suo la vincitrice di Berlino Walker non può rimproverarsi nienite avendo chiuso con il suo miglior tempo del 2011 (52.73) e arrendendosi contro una coetanea con cui combatte ormai da tantissimi anni. Pensate che la prima battaglia fra le due fu nel 2002 ai Mondiali junior di Kingston dove la Demus ebbe la meglio e oggi la storia si è ripetuta. Il bronzo va alla russa Natalya Antyukh con 53.85, meglio della Spencer che si accontenta come a Berlino di una scolorita medaglia di legno.

La gara dei 400 ostacoli uomini non ha messo in luce un livello tecnico come quello femminile, ma anche qui lo spettacolo non è mancato. C’erano atleti che avevano molto da perdere, come il sudafricano Van Zyl, primo al mondo per quasi tutta la stagione, i due americani Angelo Taylor e Bershawn Jackson capaci di scendere sotto i 48 ai Trials americani e dotati di grande esperienza. Ma quello che sta sulla carta non conta più niente di fronte all’agonismo del britannico di Cardiff David Greene. Il campione europeo di Barcellona ha combattuto come un leone fino al traguardo regalandosi la vittoria più importante della sua carriera con il tempo finale di 48.26, davanti al portoricano Culson (48.44) che è costretto a ripetere l’argento di Berlino pagando forse la partenza veloce insieme ad Angelo Taylor. L.Y. Van Zyl, dopo una stagione partita con tempi fenomenali sin da febbraio, è mancato della benzina ed è stato relegato ad un bronzo in 48.80 che è comunque la prima medaglia internazionale importante per lui. Per poco non gli scappava l’ennesima medaglia della carriera a Felix Sanchez, a soli 7 centesimi da Van Zyl. Poca la gloria per gli americani Jackson e Taylor che rimangono sopra i 49 secondi rispettivamente al sesto e settimo posto.

Dopo gli ultimi meeting del 2011, specialmente quello di Monaco, sui 3000 siepi sembrava che Kemboi dovesse lasciare il passo per quest’anno al campione olimpico in carica Kipruto. Invece Ezekiel Kemboi, atleta che ama venire a Siena come ribadito ai microfoni della Rai, ha confermato l’oro di Berlino ed è andato a vincere in sicurezza in 8:14.85 giocando sul rettilineo finale a gara ancora in corso e esibendosi in un simpaticissimo balletto a dorso nudo dopo il traguardo. Brimin Kiprok Kipruto si prende l’argento in 8:16.05 ma per poco non veniva beffato sulla linea finale dal francese Mekhissi-Benabbad (8:16.09) per un attimo di rilassamento e distrazione un po’ prematuro. La Francia portava ben tre atleti in finale: insieme a Benabbad anche Tahri al quarto posto e nelle retrovie Zouaoui-Dandrieux.

Veniva citata la gara di salto in alto all’inizio del racconto; la pedana di Daegu ha regalato un campione del mondo nel salto in alto agli Stati Uniti dopo vent’anni di astinenza (nel 1991 Charles Austin 2.38 a Tokio), per mano del talentuoso americano Jesse Williams che si arrampica a 2.35 e conquista il primo podio internazionale della carriera. L’americano Williams e il russo Dmitrik sono stati gli unici atleti in grado di valicare l’asticella a 2.35. Quest’ultimo, dopo aver sbagliato di un soffio i 2.37, si è inchinato al biondo californiano di Modesto. Al terzo posto si piazza, con il nuovo record personale di 2.32, il bahamense Trover Barry che mostra una classe incredibile non sempre accompagnata da una tecnica perfettamente calibrata e lo stesso discorso vale per il fenomeno di Qatar Barshim che esegue a quote incredibili con una elasticità fuori dal comune ma spesso manca della velocità per passare dall’altra parte. Il grande nome a rimanere ad asciutto è Ivan Ukhov, 2.32 e quinto posto, che dimostra ancora una volta di non essere così amico della stagione all’aperto. Si segnala la bella prestazione del greco Chondrokoúkis che, dopo aver sfiorato quasi tutte le quote, eguaglia il record personale a 2.32, misura che vale il quinto posto a pari merito con Ukhov.

Dalla pedana dell’alto passiamo a quella del salto triplo femminile. La gara viene vinta dalla campionessa europea, l’ucraina Saladuha, che ammazza la gara con un primo salto da 14.94: l’ucraina, dopo questo salto, non riesce più a ripetersi ma le avversarie non le si avvicinano abbastanza da scalzarla dal primo posto. Una di quelle che sembrava aver il gran colpo in canna era la campionessa del mondo indoor, la kazaka Rypakova, che riesce a rispondere con 14.89 a un gran salto da 14.84 del nome nuovo Ibarguen, talento colombiano acerbo ma in crescita, ma che non raggiunge quell’oro e quei 15 metri che dimostra di avere nelle gambe. Yargeris Savigne, dopo due ori mondiali consecutivi, viene fermata da problemi muscolari che la costringono ad uscire in barella.

Rimane solamente una finale nella sesta giornata, quella dei 1500 donne. Le atlete sono state molto raggruppate fino alla fine con la Jamal che ha azzerato il suo piccolo margine rispetto alle altre con una condotta di gara più che discutibile. A un certo punto della gara, quando la spagnola Rodriguez ha guidato un treno verso la testa, sembrava esserci la giovanissima Gezahegne a controllare insieme alla qatariana Belete. Lo sprint finale ha invece mescolato le carte in tavola ed a festeggiare è stata l’americana proveniente dalle siepi Barringer-Simpson che corona anni di sacrifici e progressi con un oro mondiale (4:05.40). Al secondo posto la britannica Hannah England (4:05.69) che, pensate, lo scorso anno fu solo decima agli Europei di Barcellona. L’ultimo gradino del podio è per la spagnola Rodriguez (4.05.87), lei che a Berlino era stata squalificata per uno spintone di troppo.

Dopo le batterie del mattino è stato il tempo delle semifinali dei 200 donne con Carmelita Jeter che sfrutta il gran momento per correre in 22.48 -0.7. Piacciono anche Cambell-Brown e Allyson Felix che nella terza semifinale, di fronte a un pesante vento contro di 1.8, sfrecciano rispettivamente in 22.53 e 22.67, mentre nella seconda c’è il miglior tempo della statunitense Shalonda Solomon in 22.46.

Le semifinali dei 1500 uomini evidenziano l’esclusione di Laalou, nella semifinale vinta dal giovane americano Centrowitz, e la perfetta amministrazione di gara del keniano Kiprop nella seconda semifinale. Sabato la grande sfida.

Si segnala infine nelle qualificazioni del giavellotto l’accesso alla finale, seppur sottotono, del campione uscente Thorkildsen (81.83) nel gruppo di qualificazione dominato dal simpaticissimo cubano Giullermo Martinez (83.77) che per l’occasione mostra al mondo la sua fonte di ispirazione, la foto della figlia. Fuori dai giochi il finlandese Pitkamaki, il pupillo di Zelezny Frydrych e il lettone Vasilevskis.

Fonte foto: http://earthzebra.com

 

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