DAEGU 2011, IL SIPARIO: RIMPIANTI PER LA 4×100 ITALIANA, RECORD GIAMAICA

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Si chiude il sipario sui 13esimi Campionati del Mondo di Daegu con il botto finale dei caraibici di Giamaica a minacciare il muro dei 37 secondi sulla staffetta veloce. L’Italia dal canto suo chiude la rassegna iridata con la sola medaglia di Antonietta Di Martino, sprecando la possibilità di medaglia che si era profilata per la staffetta 4×100 azzurra dai cambi non proprio ben oleati fra Tumi, Collio, Di Gregorio e Cerutti.

I ragazzi entrano in finale con il tempo di ripescaggio di 38.41 della batteria e poi in finale peggiorano in 38.96, che significa quinto posto finale. L’oro va alla Giamaica che, senza Asafa Powell, stabilisce il nuovo record del mondo in 37.04 con Nesta Carter, Michael Frater, Yohan Blake e l’extraterrestre Usain Bolt (precedente record della Giamaica in 37.10 alle Olimpiadi di Pechino con Carter, Frater, Bolt, Powell) e non deve nemmeno difendersi dai rivali degli Stati Uniti che stravincono la batteria con la formazione B (37.79) e poi gettano tutto all’aria nella finale sbagliando i cambi e non finendo la gara. Stessa sorte tocca al Regno Unito, vincitore a sua volta della propria batteria in 38.29, mentre Trinidad e Tobago vengono danneggiati dagli errori altrui e chiudono dietro l’Italia in 39.01 dopo essere scesi sotto i 38 in batteria. Chi approfitta della messa al tappeto di tre nazioni da podio sono la Francia con Lemaitre a guidare i transalpini all’argento in 38.20 e Sain Kitts and Nevis spinti dal loro jolly Kim Collins a 38.49 (due medaglie per lui a Daegu). L’Italia si può recriminare di aver gettato via l’occasione di molti sbagli altrui e non averne approfittato per raggiungere una medaglia abbordabilissima, ma in fondo un quinto posto per una squadra senza atleti da gara individuale rimane sempre un risultato dignitoso.

Una delle note più positive di questo Mondiale, così come lo fu lo scorso anno agli Europei di Barcellona, è stata quella del pisano col vizio dell’ingegneria Daniele Meucci che, dopo il 12esimo posto dei 10000 metri, chiude al decimo posto sui 5000 metri in una finale che a Berlino non era ancora riuscito a centrare. Il pisano, da poco passato sotto la guida del nuovo allenatore Magnani, è stato il secondo degli europei con il tempo di 13:29.11, non lontano dal record personale di 13:24.38, subito dietro il grande talento di America Galen Rupp. Il migliore degli europei è stato invece il nuovo campione del mondo Mo Farah che, dopo l’argento dei 10000, si è fregiato finalmente del suo primo oro mondiale in 13:23.36, resistendo all’attacco di un certo Bernard Lagat (13:23.64) che di volate se ne intende e che sulle gambe non aveva un 10000. Il bronzo va al collo dell’etiope Gebremeskel (13:23.92), un secondo meglio del giovanissimo keniano Kiplangat Koech, uno che ancora deve compiere i 18 anni.

Fabrizio Donato non entra nella finale degli otto perché 16.77 è trenta centimetri più corto dalla misura del terzo salto di Leevan Sands e questo non è sufficiente in una finale dai contenuti tecnici altissimi; Fabrizio va così a far compagnia a Ukhov nella compagnia degli atleti che hanno bisogno di un tetto sopra la testa per trovare il piglio. L’assenza del francese, primatista del mondo indoor, Teddy Tamgho non si è fatta molto sentire perché ad eccitare il pubblico ci hanno pensato le nuove creature del mitico coach Dick Booth, uno che frequenta campioni e medaglie ormai da 30 anni, le creature si chiamano Christian Taylor e Will Claye, rispettivamente all’oro e al bronzo.

Christian Taylor, classe 1990, dopo un 17.40 con i passettini finali al terzo tentativo, ha tirato fuori dal cilindro un 17.96, record personale, migliore misura al mondo dell’anno, quinto triplista di tutti i tempi. Nel mondo universitario americano aveva già sfoggiato da qualche anno un talento fuori dal comune su più specialità, dai 200 ai 400 e al lungo, oltre al triplo dove da un anno si era affacciato anche alla soglia dei 17 metri. La nuova guida tecnica l’ha aiutato a maturare e lui si trova già a bussare alla porta dei 18 metri con l’età che sta dalla sua parte. Non c’è stato niente da fare per il grande atleta britannico Phillips Idowu che non riesce a confermare l’oro di Berlino ma salta più che dignitosamente nei pressi del personale con 17.77. L’altro pupillo di Booth e compagno di allenamento di Taylor Will Claye, classe 1991, sigla il suo nuovo record personale al terzo salto con un eccellente 17.50 che lo fa passare direttamente dai palcoscenici da College americano all’Olimpo dell’atletica che conta. Fuori dalle medaglie Copello (17.47), Evora (17.35) e Olsson (17.23).

L’ultima italiana impegnata in gara è stata la bella ligure Silvia Salis, prima delle escluse dalla finale delle otto, con 69.88, appena 11 centimetri lontana dall’ottava, ma comunque meglio di Berlino, quando in finale nemmeno ci entrò. L’oro va alla russa Tatyana Lysenko con 77.13, con i peccati di doping ormai espiati, l’ennesimo argento alla coetanea di Germania e primatista del mondo Betty Heidler (76.06) mentre a tenere alto l’onore della Cina ci pensa Wenxhiu Zhang con 75.03. La campionessa uscente Wlodarczyk rimane al quinto posto (73.56).

L’ultima gara individuale del mondiale è stata quella degli 800 donne con un bellissimo giro finale in cui Caster Semenya sembrava destinata alla conferma dell’oro di due anni fa ed invece si è fatta sfilare nel finale da una Savinova raggiante di gioia per il suo nuovo record personale (1:55.87) e per aver confermato la sua leadership stagionale. Per la Semenya questa è stata in ogni modo una giornata positiva e di liberazione dalle fastidiose tensioni accumulate in due anni di voci e buio; non solo i suoi vent’anni ma anche il suo crono finale rivedono la luce con 1:56.35. Sale sul terzo gradino del podio la keniana Jepkosgei Busienei (1:57.42) davanti all’americana Montano (1:57.48) e alla russa proveniente dagli ostacoli Kostetskaya (1:57.82).

Degna di citazione anche la staffetta 4×100 femminile con gli USA di Bianca Knight, Allyson Felix, Marshevet Myers (ex Hooker) e Carmelita Jeter che taglia per prima il traguardo con l’ottavo crono di tutti i tempi (41.56). Argento e record nazionale per la nazionale giamaicana in 41.70 con un’altra formazione stellare, Fraser-Pryce, Stewart, Simpson e Campbell-Brown. Bronzo all’Ucraina in 42.51.

Il medagliere finale vede gli Stati Uniti al primo posto con 25 medaglie a cantare più spesso di tutti l’inno, con un en-plein sfiorato nei salti maschili (12 ori, 8 argenti, 5 bronzi), seguiti da Russia 19, Kenia 17, Giamaica 9, Germania 7 (tutti e tre gli ori nei lanci maschili) e Gran Bretagna 7. Italia 33esima con il bronzo della Di Martino.

Prossimo mondiale a Mosca nel 2013 ma prima, Maya permettendo, c’è un Olimpiade a Londra.

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