DAEGU 2011: IL BILANCIO AZZURRO

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Un altro Mondiale si è concluso, imprevedibile e affascinante come sempre, consacrazione per tanti campioni e rampa di lancio per le promesse del futuro. C’è fermento nell’atletica mondiale in vista dei Giochi Olimpici del prossimo anno, la rassegna coreana lo ha confermato: Kirani James, Christian Taylor, David Storl, per ricordarne solo alcuni, sono ossigeno puro in uno sport in continuo divenire , che riesce a sorprendere anche senza record, riassaporando la bellezza della sfida uomo contro uomo.

La squadra italiana ha fatto parte dello spettacolo, con 32 atleti alla partenza, con una sola medaglia, di bronzo, pesante e carica di significati, quella di Antonietta Di Martino nel salto in alto. Disciplina meravigliosa quella dell’alto, che illude di volare, che per qualche decimo di secondo ti porta a vincere perfino l’invincibile, la forza di gravità. Antonietta ormai è abituata a spiccare il volo, a superare quota 2 metri, ed a raccogliere ciò che un qualsiasi atleta sogna un giorno di poter vincere, una medaglia in una grande competizione internazionale. Anche stavolta il frutto di tanti allenamenti e sacrifici, suoi e di chi con tanto amore le sta dietro, è arrivato puntuale, a fine Mondiale, per salvare la faccia dell’atletica italiana quando ormai sembrava riaffacciarsi l’incubo “zero tituli” di “mourinhana” memoria.

Un volo alto alto, per ribadire le qualità di una donna campana dal cuore e dal talento infinito, per ricordare che l’Italia entra nel medagliere del campionato mondiale con una sola medaglia. Già, ironia della sorte, l’ascesa della Di Martino è inversamente proporzionale alla caduta senza limiti dell’atletica italiana, un trend negativo progressivo che ormai non conosce sosta. Da Helsinki 2005 ad oggi poco è cambiato nell’Italia mondiale, in una squadra che oggi si ritrova ad essere poco più di una comparsa in un evento iridato, 33esima nel medagliere, bocciata anche dalla matematica, con un 19esimo posto nella classifica a punti, che rappresenta il peggior risultato dopo la catastrofica Helsinki 2005.

Per fortuna c’è Antonietta direte voi, che però purtroppo non avrà ancora molta benzina da spendere in pedana, ad ormai 33 anni suonati. Le auguriamo ovviamente un gran figurone anche a Londra 2012, per coronare una carriera fantastica, ma da lì in poi chi penserà a portare a casa medaglie al suo posto?

Promesse interessanti ci sono, ci auguriamo che non vengano dissipate come altri giovani talenti che crescono sulle piste, spesso malridotte, del nostro territorio, magari dimenticati dalla stessa Federazione (ricordate il caso Fofana?).

Per quanto riguarda invece il resto della spedizione azzurra a Daegu, ecco cosa ha prodotto ciascun settore:

VELOCITA’: la 4×100 è sempre più un dilemma italico, da record lo scorso anno, da quasi record in qualificazione a Daegu, brutta in finale qualche ora più tardi. C’è chi dice che devono essere preparati di più i cambi, c’è chi, come Stefano Tilli in diretta televisiva, ha stigmatizzato l’eccessiva attenzione riservata proprio alle fasi di cambio, tralasciando l’allenamento della velocità dei ragazzi in pista. Non eravamo sul campo di allenamento di Daegu, ma probabilmente la ragione anche stavolta sta nel mezzo, ossia che in effetti è doveroso lavorare bene sui cambi, senza però tralasciare la cura della velocità dei singoli. A tal proposito, ci chiediamo quanto avrebbe fatto bene al morale avere uno dei nostri nella gara individuale? Comunque di certo la 4×100 è una delle cose che preoccupano meno, anche se un po’ di autocritica e maggiore distensione non farebbe male, a cominciare dai condottieri, i due tecnici. La 4×400 femminile non ha reso come doveva, complice un calo individuale rispetto al 2010 da record. La Grenot non è più lei, le altre hanno fatto quello che potevano, con una Marta Milani che aveva già corso ai limiti personali nella gara individuale. Cambi perfetti è vero (siamo in 4×400 e le ragazze erano sempre inquadrate dalle telecamere nei giorni precedenti a passarsi il testimone) ma in staffetta serve qualcos’altro. Negli ostacoli infine un contesto internazionale di questo livello avrebbe dovuto regalare il personale almeno ad uno tra Emanuele Abate, Marzia Caravelli e Manuela Gentili. Ciò non è arrivato, con atleti apparsi un po’ spompati ed in parte travolti dal grande palcoscenico.

MEZZOFONDO: ironia della sorte il nostro mezzofondo si regge su un atleta che stava quasi per smettere, Daniele Meucci. Il pisano, dopo un 10.000 piuttosto deludente, ha saputo reagire e cogliere un discreto piazzamento nei 5.000. E’ chiaro che il settore non sta assolutamente bene, abbiamo perso di vista giovani di buon valore che nelle proiezioni di qualche anno fa avrebbero dovuto essere alla partenza di questo Mondiale. Al femminile il vuoto poi è addirittura totale, siamo inesistenti. Vero che gli africani divorano tutto, ma qualcosa di non africano si è visto, guarda caso da nazioni che da tempo lavorano con progetti validi e mirati, protratti e sostenuti nel tempo.

SALTI: detto di una ineguagliabile Di Martino, per il resto c’è poco da stare allegri. L’altra grande attesa della vigilia era Simona La Mantia, ma la palermitana ha bucato completamente. Le dichiarazioni non sono piaciute, da una fresca campionessa europea indoor e argento europeo nel 2010 ci si aspettava ben altra grinta, ben altre aspirazioni, invece la ragazza ha concluso dicendo di essere contenta già solo per esserci: così non si va molto lontano. Da Fabrizio Donato ci si aspettava francamente di più, ma stavolta il laziale è incappato in una gara poco esaltante, che lui stesso ha ritenuto insoddisfacente. L’altro Fabrizio, Schembri, ha fatto anche peggio, anch’egli distante dalla sua condizione migliore. Nell’alto Silvano Chesani e Raffaella Lamera hanno reso al di sotto delle loro possibilità, non contenti e vogliosi di rifarsi al più presto. Loro hanno l’età dalla loro parte e speriamo l’esperienza in questo evento diventi bagaglio importante, così come lo è stato per Anna Giordano Bruno, ormai a suo agio in questi contesti ed in cerca di qualificazione nell’asta, sfidando misure al limite delle sue possibilità in questo periodo.

LANCI: Che chiedere di più a Nicola Vizzoni, presente all’ennesima finale di carriera? Il capitano ha fatto il suo, anche se stavolta di misure eccelse non ne sono arrivate. Un’altra finale di martello è arrivata da Silvia Salis, all’obbiettivo minimo sebbene ci siano margini significativi da poter sfruttare. Nel peso Chiara Rosa non ha brillato, fallendo la qualificazione di poco, complice anche la sfortuna. Difficile però il suo compito in un contesto decisamente troppo competitivo per le sue potenzialità attuali.

PROVE MULTIPLE: unica rappresentante del settore è stata Francesca Doveri, premiata con una partecipazione ai Campionati mondiali nella maturità di carriera. La ragazza ha chiuso al 23esimo posto in linea con le previsioni, ma senza trovare le condizioni giuste per ripetere le prestazioni del personale conseguito la scorsa primavera.

MARCIA: la notizia più lieta della spedizione, dopo la medaglia della Di Martino, arriva da Elisa Rigaudo, un’altra campionessa vera, sorprendente per volontà e rendimento anche dopo la maternità. La Rigaudo significa anche il successo di una scuola, l’ultima che abbiamo ancora competitiva nella Penisola, quella della marcia di Sandro Damilano. Il plurimedagliato allenatore piemontese da qualche tempo però non serve più il Tricolore, ma è impegnato in un progetto ambizioso e stimolante, quello di far crescere la Cina. A Daegu non sono mancati inevitabili confronti con quanto raccolto dai marciatori cinesi in questo Mondiale rispetto al passato, e c’è da dire che la mano del nostro allenatore si vede eccome. La Fidal l’ha messo in condizione di scegliere altrove, abbiamo perso una colonna portante della nostra marcia. Dispiace per l’uscita anzitempo di Giorgio Rubino, il ragazzo ci ha provato, con esito purtroppo negativo, che speriamo alimenti in lui la voglia di riscatto alle Olimpiadi. Il grande nome della marcia era Alex Schwazer, l’altoatesino ha chiuso undicesimo, non più con il broncio ma con un bel sorriso. Buon per lui che si sia ripreso nel morale, dopo delusioni brucianti, ma nella prossima stagione oltre al sorriso dovrà dimostrare anche di aver ritrovato il passo magico dei tempi migliori sulla 50 km. Proprio dalla 50 km è arrivata la buona prestazione del giovane Jean Jacques Nkouloukidi, al miglioramento del personale, al seguito del compagno Marco De Luca, per un dignitoso dodicesimo posto.

MARATONA: Ruggero Pertile ha dato il massimo, interpretando al meglio la gara dietro i mostri africani, primo europeo al traguardo. Il suo ottavo posto è la voce della maratona maschile italiana nel mondo, le reminiscenze di una scuola praticamente scomparsa nel dopo Baldini.

La sintesi del Mondiale italiano parla quindi nel complesso di atleti che hanno reso per quello che dovevano, a parte isolate controprestazioni. Proprio questo è ciò che preoccupa: lo sforzo fatto finora sul territorio, sulle nostre piste, sulle nostre strade non riesce a produrre di meglio. Ma è stato fatto uno sforzo? Qualche anno fa si inaugurò una politica federale mirata a sostenere al meglio i nostri campioni più rappresentativi, puntando sul “pochi ma buoni”, del resto sono le medaglie che fanno la differenza. A giudicare dai risultati, la strategia si è rivelata fallimentare. Abbiamo perso diverse scommesse, finendo per precipitare in un baratro che va avanti dal 2005. Prima di quella data la situazione non era rosea ma di certo nettamente migliore, basta guardare le statistiche. A parte la marcia, non abbiamo più scuole federali che ci invidiano all’estero, e le occasioni avute per alimentare le esistenti o avviarne di nuove non sono state capitalizzate.

La mancanza di un’azione incisiva sulla crescita dei giovani, sul potenziamento delle strutture, sulla valorizzazione delle realtà locali, si fa sentire. A Roma, nella Capitale, non c’è una pista che non sia logora, eccezion fatta per lo Stadio Olimpico. In tutto il Lazio manca una pista indoor. Si vive alla giornata, affidandosi sulla qualità di isole felici che lavorano bene ma che non rappresentano purtroppo la media sul territorio.

C’è scollamento tra periferia e governo centrale, ed anche il settore tecnico nazionale spesso entra in contrasto con i tecnici personali degli atleti, alimentando confusione ed insicurezze, che, guarda caso, vengono fuori in coincidenza di un Mondiale. L’impressione ormai assodata è che la classe dirigente che governa l’atletica italiana non funzioni, come non funziona la programmazione dell’attività sul territorio, a cominciare da una calendarizzazione annuale degli impegni assai discutibile, dalle categorie giovanili a quelle assolute.

Dice una cosa giusta il Presidente Franco Arese, quando parla di mettersi il saio e cominciare a girare il mondo per conoscere nuove realtà. L’errore sta però nel non averlo detto 7 anni fa, di non averlo mai messo in pratica in questo lasso di tempo, da quando iniziava il suo primo mandato. Adesso appare francamente troppo tardi, il danno è fatto, la tendenza negativa è stata innescata, forse sarebbe più giusto prenderne atto ed avere il coraggio di lasciare il testimone, fornendo il propellente per un’auspicata inversione. Le promesse fatte di dedicarsi esclusivamente alla Fidal lasciando l’altro grande impegno di una vita, l’Asics, non convincono e suonano anzi come un’ulteriore beffa: significa che per 7 anni ha riscaldato la poltrona perchè preso da altri impegni? Non vogliamo credere questo e speriamo di vedere segnali concreti e mirati per una svolta, che non sia affidarsi ad un’agenzia di marketing per promuovere il nostro sport, come dichiarato, ma che sia una scelta oculata e selettiva di persone valide che sappiano dirigere al meglio, per farci uscire dal tunnel più buio che l’atletica italiana ha mai intrapreso dalle sue origini.
Ma questa è un’altra storia, che sarà affrontata con maggiore acume in un prossimo approfondimento da parte di Diego Cacchiarelli.
Senza rancore, noi vogliamo il bene dell’atletica Presidente, ma così il rischio è di vederla davvero scomparire.

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