I MASTERS “ANDATI AVANTI”

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Nel gergo poetico degli alpini quando un commilitone muore dicono che è “Andato Avanti”. All’avvicinarsi di novembre, quando per tradizione si ricordano i parenti ed amici defunti, mi viene naturale ricordare tutti gli amici masters, e sono tanti, che sono “Andati Avanti”. Se lo sport può essere un bel modo con cui i giovani possono aprire le porte alla vita adulta, lo sport dei masters ha, sopratutto, anche il “valore aggiunto”  di chiudere, quasi con gioia, dopo aver allungato di circa un lustro, il tempo della nostra vita. E’ meraviglioso; sento la mia vita arricchita di molto, chiudere gli occhi e vedermi la moltitudine di amici master “andati avanti”. Quelli degli anni ‘80-‘90 del secolo scorso sono quelli a me più cari. Dacchè, avendo 20/30 anni più di me, li sentivo come dei padri. Ancora oggi cerco di scoprire il segreto e il sogno della loro voglia di sport in età così avanzata, del loro stile di vita, imparare, senza mai riuscirci, dalla loro signorilità.

Dal Piemonte dove sono diventato adulto.

CESARE DE MATTEIS. Come molti piemontesi era uomo di pochissime parole, ma di molti fatti. Retrocedendo il film dei miei ricordi lo vedo nei primi anni ‘50 allenatore e tuttofare della squadra di atletica della “Lancia”, azienda nella quale lavoravano sia lui che sua moglie Livia. Vedo Livia sulla scalinata dei cronometristi, allora non c’era il cronometraggio elettrico. Li ricordo perché, già allora, hanno fatto molto per noi giovani atleti. Ma penso che il contributo maggiore allo sport Cesare lo abbia dato come Presidente dei al Cus Torino Master. Organizzatore preciso, meticoloso, è stato mio presidente per quasi 15 anni. Con lui il Cus Torino Master vinse varie volte il Campionato Italiano di Società. Oggi il Cus Torino Master è quasi scomparso. Anche se di poche parole, Cesare era così carismatico ed uomo per bene, tanto che molti masters accorrevano nella sua squadra. E’ stato il solo presidente di società sportiva master che quando mi vedeva in forma, nei primi anni delle varie categorie di età, cercava di organizzarmi delle gare affinché potessi, con fortuna, realizzare quei record mondiali che valevo in allenamento. Come ad Asti nel 1984 da M50 con il record mondiale di 54,92. Oppure quando inserì una gara di disco in un meeting nazionale, dove mancai di poco il record mondiale M60 con 57,86 nel 1993. Quanto mi manchi Cesare!

MARIO CASSINI. Atleta poliedrico, decatleta, saltatore in lungo soprattutto; ha sfiorato la Nazionale. Brillante, intelligente, bello, aveva una voce così squillante che sembrava cantasse, tanto in triestino che in torinese oppure in italiano. Sempre allegro, spiritoso, essere vicino a lui era sempre una festa, una gioia; caratteristiche che ho riscontrato in quasi tutti gli ex profughi dalmati, istriani, ecc. Non ho mai conosciuto un uomo con il dono di tante qualità umane. Venne alla mia Unione Giovane Biella di Biella con Gianpiero Druetto, Pin ed altri nei primi anni ‘50 dopo che la “Gancia” aveva chiuso l’attività atletica. Sposò la campionessa nazionale del salto in lungo Fassio, ma non fu un matrimonio fortunato. Di lui m’è rimasto indelebile questo ricordo. Mentre saltava in lungo sulla pedana di Biella, dalle tribune c’era una copia di tifosi che lo incitavano in modo accalorato. Ad un certo momento la signora si alzò in piedi ed a squarciagola urlò: “forza INGEGNER Cassini”!!!. Era la madre che voleva urlare al mondo che suo figlio era ingegnere; malgrado la poco benevole accoglienza che l’Italia di allora aveva riservato ai nostri profighi dalmati, istriani, ecc. Con il sacrificio dei genitori e l’intelligenza di Mario, ora lui era ingegnere. Fummo per vari anni assieme nei masters del Cus Torino. Era rimasto il ragazzo solare, intelligente, ma sempre più taciturno e solitario. Pur essendo un uomo eccezionale ed un discreto buon partito, non volle mai più risposarsi. Lo trovarono morto disteso sui sacconi del salto con l’asta nel campo del Cus Torino, dove era andato ad allenarsi per l’ultima volta. 

PASQUALE MANIS. Sardo di Sant’Antioco, roccioso, fiero. Emigrato alla Fiat di Torino. Era ferocemente comunista per volere la giustizia sociale. Scoprì il suo notevole talento atletico con le corse non competitive verso i 50 anni, spaziando dai 1500 alla maratona; ed era uno dei primi sia in Italia che in Europa. Durante le trasferte in pullman con il Cus Torino Master mi sedevo sempre vicino a lui e lo sollecitavo a raccontarmi della sua infanzia e giovinezza nella sua Sardegna. Non so se volesse sbalordirmi: come quando mi raccontava che da bambino lui ed i tanti suoi fratelli di ritorno dalla scuola correvano a casa e chi arrivava per primo poteva nutrirsi “direttamente” dalle mammelle dell’unica capra; oppure quando mi raccontava che a casa sua era gran festa quando riuscivano ad uccidere un serpente; e tante altre storie di una subumanità che non è il caso di dire oltre. Sono stato profugo anch’io (Cirenaica, 1942) quindi so cos’è la miseria; ma a questo livello stento a crederlo ancora oggi. Eppure Pasquale era un uomo di una sincerità sconcertante. Era ciò che più ci legava. 

Dalla Lombardia dove quasi sicuramente inizierò il mio “andare avanti”.

CESARE BECCALI. Molto intelligente, ma ancor più di un’aggressività unica; per aggressività intendo immaginare un progetto e portarlo a termine con tanta ed assoluta determinazione. Inventò i Master Italiani nel 1975-76. Fu presidente del “suo” IMITT (Italian Master International Track Team). Sopratutto fu per ben due volte Presidente della federazione mondiale, la WAVA (World Association of Veteran Athletes). Quando tornai in Italia nel 1978 mi proposi immediatamente di collaborare con lui affinché l’ideale dei masters decollasse. Io già tre anni facevo anche il master in South Africa. Le mie credenziali erano: esperienza di atletica internazionale; lingua principale (allora) inglese, oltre a conoscenza del francese; disponibilità di lavorare gratuitamente, ovvio. Non compresi il suo rifiuto. Dopo diverso tempo, di ritorno dai Campionati Europei di Helsinki, ebbi l’ingenua idea di suggerirgli di presentarsi come presidente dei masters italiani, che noi tutti, stimandolo, lo avremmo eletto. Lo vidi esplodere, non volendomi dire che lui dei masters italiani non solo era di già il Presidente ma anche il “padrone” dell’IMITT. Mi apostrofò con un forte e chiaro “PIRLA”. Per sua e mia fortuna eravamo in aereo. Giuro che non avevo capito e non capisco tutt’ora come e con quale posizione giuridico-sportiva fosse il padrone dell’IMITT. Ho un amico, un signore, che invece di darmi dello stupido, quando e spesso lo merito, dice che sono un “romantico”. Ad onor del vero va detto che con Beccali i masters stavano molto, molto meglio che sotto la Fidal: molte gare  sempre ben organizzate, sia in Italia che all’estero. Organizzò poi i Mondiali a Roma e gli Europei prima a Viareggio e poi a Verona. Scusami Cesare se non ho saputo esserti un buon amico 

ALDO AMORETTI. Un signore dei tempi andati, cuneese a Milano, fu guida turistica ben oltre gli 80 anni. Mi voleva bene come ad un figlio. Un giorno mi disse: ” Tu che sei biellese sappi che negli anni 1928-30, quando facevamo i “Littoriali”, da Biella c’era un discobolo molto forte, un certo Re Rinaldo, lo conosci? Risposta: “Non solo lo conosco, è mio suocero!!” Aldo vinse i mondiali M90 in Australia. La sera prima della gara uscì per fare quattro passi e si risvegliò in ospedale. Fu colpito da un TIA (Transitory Ischemic Attac) o primo stadio di un ictus. Contro la forte opposizione dei medici lasciò l’ospedale per gareggiare. Con un’umiltà disarmante mi chiedeva se aveva il diritto di dire che era “campione del mondo”; oro vinto con soli 19 metri. Impiegai tutta la mia eloquenza per convincerlo che l’oro lui se l’era guadagnato due volte. Lo vidi felice come un ragazzino. Al suo funerale suo genero mi consegnò un pacco: era la bandiera che sventolò sullo stadio di Melbourne dove vinse e tramite Cesare Beccali la ottenne. Come ultimo pensiero me la regalò…

RENATO CAPOZZI. Un altro signore, come oggi non ce n’è più. Lavorò come direttore di cantiere sino agli ‘80 anni, poi divenne “chaperon” di Mario Riboni, amicizia durata oltre 80 anni!! Da ragazzo fu ginnasta, poi pilota di rally ed infine lanciatore; per contaggio di Riboni. Penso abbia ancora oggi il record italiano M90 del martellone. Ciò che evidenzia Renato non sono di certo le sue grandi performances sportive quanto la sua signorilità. Era fortemente contrario ai Campionati Mondiali Master se ai campionati ci potevano andare solamente i benestanti. Di Renato non ho molti episodi (nazioni felici ed uomini felici non hanno storia), ma posso dire con certezza che fu un uomo straordinariamente per bene.

ETTORE FUSETTI. Arrivò tra noi masters penso dopo aver superato i 75 anni. Alto, segaligno, ma dinamico, si diede alla velocità con immediato successo. Morì annegato nel mare di Capri. Lo ricordo per due incredibili fatti: essendo benestante, aveva in Milano una  più agenzie di pompe funebri, era lo sponsor di quel master mondiale che fu Giuseppe Marabotti. Pensate, spesava Marabotti affinché potesse correre e batterlo!!. Ad un pranzo offerto a noi dal figlio in ricordo del padre Ettore, sentii Fusetti junior chiamare Marabotti “zio”. Questi due episodi sono stati per me l’esplicitazione più chiara e bella di ciò che dovrebbe essere lo sport master.

VALTER GAMBA. Era quello che nella nostra Bergamo dicono “un bel sciech”, un bel ragazzo. Da giovane fu sempre convocato ai “collegiali” delle giovani promesse del lancio del disco. Come master era molto rispettato, sia per i suoi risultati sia che per tecnica, ma primariamente per la sua signorilità. Fu per un certo tempo anche allenatore della primatista italiana del lancio del disco Agnese Maffeis, ora signora Andrei, anch’essa bergamasca. Portò avanti con incredibile coraggio per 6-7 anni un tumore. Alle gare di atletica i convenevoli erano sempre questi: “Come ti va Valter?”, e lui rispondeva: “Mi hanno dato ancora 3 mesi…” (oppure ancora 6 mesi), tanto da abituarci pensando che fosse quasi uno scherzo. Invece ad Udine al Meeting Alpe Adria del 1999 mi disse: ” Questa è l’ultima volta che ci vediamo in campo.” Fu molto, molto triste. Quando l’abbraccia a fine gara mi disse timidamente: “Stai sul sinistro.” Era una vita che aveva capito che il mio errore fondamentale era quello di non caricare sufficientemente il piede sinistro all’avvio del lancio del disco, ma per rispetto ad un lanciatore olimpionico non me lo disse mai. Caro Valter spesso anche gli olimpionici sono asini. Però ora ad ogni avvio di lancio del disco sento la tua voce che mi dice: “Stai sul sinistro”. 

Dal Veneto dove inizia il mio “viaggio”

FRANCO BETTELLA. Fu atleta ed ancor più allenatore di grande valore. Come uomo i perbenisti lo considerarono “siscutibile”. Si disse che salto la barriera dell’etica comune quando, nel 1956 fu escluso dalla squadra che andava alle Olimpiadi di Melbourne. Ebbe una esperienza personale e lunga permanenza in Filandia, dove lo convinsero a scrivere il primo libro di atletica italiano. Ho una raccolta della rivista “Atletica Leggera ” dei Merlo, dove c’è una fotografia di Franco con la tuta “Italia”, prodotta dal Missoni, e sullo sfondo le bandiere italiana, congolese e quella dell’ONU. Dopo la tragica guerra del Congo, Franco, tramite e con l’aiuto dell’ONU costruì un campo sportivo con la pista per l’atletica per i congolesi. Dio solo sa come arrivò all’ONU ed in Congo. Ultimamente fu consigliere e personal trainer del Re dell’Isola di Tonga nella Melanesia. Re che pesava oltre 160 kg. Ma a morire, ad iniziare il suo viaggio per “andare avanti”, volle tornare nella sua Patria. Lo capisco molto bene.  Saudade che ho avuto fortemente anch’io.

ALFIO SURZA. Da giovane fu ottimo 400centista e saltatore in lungo, ma si distinse anche come tennista. Dopo la pensione da bancario, ritornò all’atletica come master e da buon udinese non poteva che scegliere il lancio del martello. Si allenava con una serietà e caparbietà da far invidia ad un giovane olimpionico. Questa tenacia lo premiò con risultati di valore mondiale. Fu talmente e fanaticamente attaccato ai suoi risultati sportivi, che, quando dovette operarsi all’anca 85enne, quindi forzato ad appendere il martello al chiodo, ne fece una vera malattia; e non come frase fatta. Non ho visto mai nessuno soffrire così tanto per dover abbandonare lo sport amato. L’ultima volta che feci il Meeting Alpe Adria a Udine, mandò sua moglie Maria, eccellente martellista anch’essa, a portarmi un martello in suo ricordo. Grazie ancora Alfio.

SAVIO BABINI. Milanese da Cesenatico. E’ la storia di un timido. Timidezza che aumentava con l’aumentare della sordità e della solitudine. Sempre sorridente, mai allegro. Rimasto vedovo relativamente giovane e senza figli, dopo il lutto cercò di rifarsi una famiglia, senza successo. Era un meccanico bravissimo, specializzato nella manutenzione delle gru, tanto da lavorare in proprio. Come atleta, lasciatemelo dire affettuosamente da amico, non era un asso; ma noi master eravamo la sua famiglia, non mancava mai né alle gare nazionali né che internazionali. Ero presente alla sua ultima gara ai Campionati Italiani 1991 a Cesenatico. Sapevo che si era allenato per la velocità ed invece gareggiò nei 2,000 siepi. Immediatamente mi chiesi se il mio amico Baben, come lo chiamavo affettuosamente, con quel ritmo a lui impossibile cercasse un titolo italiano oppure qualcosa di molto, molto più nobile. Corse sino alla morte, e non fu un modo di dire. Paavo Nurmi ha una statua in suo ricordo nello Stadio Olimpico di Helsinki; Jesse Owens ha una targa nello Stadio Olimpico di Berlino, a ricordo delle sue tante vittorie olimpiche; l’amico Adoldfo Consolini ha due targhe nell’Arena di Milano, in ricordo dei due record del mondo ivi stabiliti. Savio Babini da Cesenatico ha un cippo nello stadio della sua città natale; onore raro, meritatissimo. I primi, grandissimi campioni, vinsero perchè grande era il loro talento sportivo; ma avere il coraggio, la determinazione di gareggiare oltre i limiti fisiologici, l’audacia di correre oltre la soglia della vita, fu solamente il timido Savio Babini da Cesenatico.

Ai tanti amici MASTER “Andati Avanti” ed a quelli che andranno dedico due strofe di una vecchia canzone inglese. 

Old soldiers never die // they just fade aways.

I vecchi soldati (MASTER) non muoiono mai//Semplicemente svaniscono.

 

 

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