IL POETA TRISTANO TAMARO VINCE ANCORA

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Il triestino Tristano TAMARO (classe 1938) è stato per diversi anni uno dei nostri velocisti di punta nelle manifestazioni internazionali master, capace di battersi testa a testa con il fenomenale tedesco Guido MUELLER. Problemi articolari e un intervento cardiaco lo hanno frenato e costretto a lunghi periodi di sosta; ma non per questo desisterà la prossima estate da tentare di esserci ai Campionati Europei. Nel frattempo è proseguita incessante la sua carriera di Poeta, in cui annovera una lunga lista di riconoscimenti in Italia e all’estero. E’ di queste settimane l’ennesimo “colpo” messo a segno da TAMARO nell’ambito del Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica – Pegasus Litterary Awards, definito dalla stampa l’oscar della letteratura italiana. Vi partecipano ogni anno centinaia di autori sia esordiente che affermati. La serata della premiazione è un vero e proprio gran galà. A TAMARO è stato assegnato il 1° premio nella categoria “opere inedite”. Vogliamo qui rendergli un tributo meritato, da master che sa trovare grande ispirazione anche nella poesia. Questa l’opera con cui ha vinto.


ALDILA’ DEL FIUME

Ho rubato una bicicletta a Dio

per cercare mio figlio;

sono andato al cimitero,

m’han detto che era uscito,

ho trovato solo petali di ricordi.

Attraversando il sentiero dei gelsomini

c’era ancora il profumo del suo sguardo,

ma se n’era andato anche da lì.

Mi son messo a scalare

la strada polverosa di collina,

ma in cima solo fiori e nastri di preghiera

e nemmeno una parola, una sola

che sapesse accendere

il colore dei suoi occhi.

Son giunto ai ciottoli piatti di mare

che lui faceva rimbalzare sull’acqua,

ma la brezza non è venuta a cercarmi.

Ho interrogato la neve di primavera,

le composte leggende delle terre alte

e gli aquiloni delle cime sulle nuvole;

niente, non un cenno,

nemmeno un’eco a consolare il cuore.

Allora ho gettato la bicicletta dentro me

chiudendo gli occhi, in attesa d’un suo gesto;

non c’era neppure il silenzio,

ma solo un urlo soffocato

e labirinti di niente in cui perdermi.

 

Ho girato le spalle a questo inutile me

e sono entrato nel verde;

sul tappeto d’aghi di pino che mi teneva il passo

mi sono smarrito nel riflesso d’un maggiolino.

Poi di sottecchi, all’improvviso, ho sorpreso

la sua mano che mi sfiorava il viso.

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