IN MEMORIA DI VITTORIANO DROVANDI

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Proprio domenica scorsa ad Orvieto nei capannelli ai margini delle gare dei Campionati Italiani Masters qualcuno raccontava delle condizioni di salute di Vittoriano DROVANDI, che da diversi anni non partecipava a questo tipo di campionato, pur restando nei ricordi di numerosi tra noi. Quasi in contemporanea a quel discorrere ci ha lasciati. Di lui come master sono stati archiviati statisticamente i titoli conquistati nel salto in alto di cui era stato un cultore a tutti i livelli: campione outdoor M50 nel 1992,1993, 1995 e M55 nel 1997; campione indoor M50 nel 1992, 1993, 1994. DROVANDI è tuttora detentore del record italiano MM55 con 1,75mt. Capace a 35 anni nel 1976 di saltare 2,03 e a 52 anni 1,84. L’ultima sua prestazione risale al 2001, ormai 60enne oltre la misura di 1,45. Quello che però lo ha renso “prezioso” è stata la sua militanza atletica: agonistica fino alla soglia dei 60 anni; ma allo stesso tempo tecnico e promotore di questo sport e della sua specialità in particolare tra le nuove generazioni; con competenza e doti umane non comuni. La figura del “master-maestro” che viene spesso teorizzata a sostegno della valenza dell’atletica master, ma non sempre e da tutti percorsa. DROVANDI invece lo è stato “master-maestro” nel migliore del modi e il nostro mondo gliene deve rendere merito. Lascia una scia d’immensa riconoscenza tra i suoi allievi, l’ultimo dei quali è la grande speranza italiana del salto in alto Filippo LARI lo scorso anno salito al record italiano cadetti con 2,07.

Di lui conservo un ricordo personale da adolescente quando in una riunione disputata all’Antistadio di Bologna nel 1972, verso il crepuscolo, scorgevo da lontano quella sua sagoma così spiccatamente longilinea, di un’altra epoca, da anni ’50; con il suo stile classicamente ventrale, quando lo “stile Fosbury” stava imponendosi tra le nuove generazioni. Lo ammirai nei suoi tentativi a 2,09 (se la memoria mi assiste) e mi sembrò un extraterrestre, perché qualcuno mi fece notare che aveva 31 anni!! Insomma un proto-master quando ancora la sola idea di atletica master doveva essere partorita.

VITTORIANO nasce atleticamente come ostacolista di buon livello nazionale e solo a 21 anni viene convinto a provare il salto il alto, specialità che gli regalerà tre titoli italiani assoluti e 9 maglie nazionali. Questa la sua progressione: 1960 (19) 110hs 16”0m – 1961 (20) 100hs 15”8m – 1962 (21) 110hs 15”3m e 1,85 – 1963 (22) 110hs 15”2m e 1,93 – 1964 (23) 110hs 14”8m 2,00 – 1965 (24) 2,02 – 1966 (25) 2,05 – 1967 (26) 2,08 – 1968 (27) 2,06 – 1969 (28) 2,09 – 1970 (29) 2,10 – 1971 (30) 2,00 – 1972 (31) 2,06 -1973 (32) 2,05 – 1974 (33) 2,03 – 1975 (34) 2,05 – 1976 (35) 2,03 – 1993 (52) 1,84 – 1994 (53) 1,77 – 1996 (55) 1,75 – 2001 (60) 1,45.

Qui di seguito riportiamo quanto ebbe a scrivere su di lui Luciano Della Bella sul quotidiano Il Tirreno il 9 febbraio 2012.

“Una vita saltando sempre più in alto”

Una figura del genere, magari con bombetta e ombrello, ti immagineresti di incontrarla nel cuore della city londinese; è tutto più facile, è sufficiente portarsi all’interno del vecchio campo scuola di via dei Pensieri, sorto in occasione dei giochi olimpici di Roma, avvicinarsi (ma non troppo) alla pedana del salto in alto e scorgere quest’autentico signore. In ogni periodo dell’anno è lì presente per curare, stimolare, coccolare i suoi ragazzi, il tutto sempre in maniera composta senza sguaiate, con una professionalità tutta particolare. Si tratta del prof. Vittoriano Drovandi, tre volte campione italiano, nove volte ha vestito la maglia azzurra; ha quasi un ritegno a riferirti di questi risultati, quasi, quasi si scuserebbe per essere assurto agli onori della cronaca. Da anni svolge il suo prezioso ruolo quale tecnico della società Atletica Livorno, dove non sono mancate e non mancano le soddisfazioni, attualmente segue, fra gli altri, l’inossidabile Andrea Lemmi, livornese doc alla corte delle Fiamme Gialle e il giovanissimo Filippo Lari, una promessa di sicuro avvenire.

Nasce nel 1941 nelle campagne pisane, da poco è scoppiato il secondo conflitto mondiale, le origini sono quelle contadine; nel 1952, il padre, carabiniere è trasferito a Livorno, la famiglia lo segue a Stagno nella locale stazione, dove presterà servizio. Vittoriano frequenta la quinta elementare, sono anni difficili, anche per chi come lui deve curarsi, è gracilino, soffre di disturbi all’apparato linfatico, è costretto a guardare gli altri ragazzi che scorrazzano in località Ponte Ugione.

Si guarda quelle lunghe leve, somiglia più a un fenicottero da quanto sono magre, e poi gli è stato imposto un nome a dire poco ambizioso. Il ragazzo ha voglia di fare, butta via il termometro e lascia le medicine sul comodino, si guarda intorno, fuori di casa ci sono i campi. Il ragazzo raccoglie tre canne, due serviranno da ritti, la terza è l’asticella, e così si mette a saltare. Una specialità innata in Vittoriano che non si azzarda a gareggiare, anche se con quest’attrezzatura rudimentale valica la misura di 1,43. Ma non si sente un competitivo, nel frattempo incontra Bruno Luperi che lo introduce nel mondo dell’atletica, la sua prima gara è quella sui 110 hs. Ma sul campo c’è un certo prof. Ervino Biasi, uno dei padri fondatori dell’Atletica a Livorno, è un grande intenditore, lo vede saltare, intuisce che quel giovanotto ha un avvenire, un paio di consigli sono sufficienti per superare l’asticella posta a 1,55. Siamo nel 1958, quella gara gli resterà sempre cara nel cuore, non avrebbe mai pensato di arrivarci.

La grande svolta nel 1962, guardando all’opera il saltatore pisano Roberto Galli a 2,04, gli si accende la lampadina sulla tecnica da seguire per migliorarsi. I primi tempi furono una tragedia, ci riferisce testualmente Vittoriano, non riuscivo a collegare lo scavalcamento e lo stacco con la rincorsa, a fine stagione il primo miracolo a 1,78. L’anno dopo supera il fatidico muro dei due metri, in un meeting a Bergamo, dove ben sei italiani, vanno oltre questa misura. A giugno, era il giorno 29 (mi ricordo di averlo seguito in televisione), Vittoriano sul glorioso impianto dell’Arena di Milano inaspettatamente con questa stessa misura si aggiudica il primo titolo italiano, un autentico outsider, gli stessi fotografi lo snobbano, e alla fine sono costretti a richiedergli un salto di esibizione per avere l’immagine del vincitore della gara. Arriva quasi subito anche il debutto in nazionale, non è fra i migliori. Con la maglia azzurra non avrà mai un grandissimo feeling, molto probabilmente sentiva troppo l’impegno, il migliore risultato è del 1967, vittoria in Italia Finlandia con 2,03.

Al contrario erano i campionati italiani a esaltarlo. Si diploma all’ITI e inizia a lavorare a Porcari, è il 1965, non è facile ritagliarsi un tempo per allenarsi, comunque arriva il secondo titolo italiano, anche quello inaspettato, va beffare il suo amico Roberto Galli . Nel settembre del 1966, a venticinque anni, il perito Drovandi con tanto coraggio decide di rimettersi in gioco, entra nella squadra dei Carabinieri e s’iscrive all’ISEF di Bologna, una scelta di vita che lo porta nuovamente ad allenarsi e a studiare. Al ritorno conosce Luciana che poi diventerà la sua amatissima sposa. Nel 67 era arrivato anche il terzo titolo, questa volta conquistato ai danni del favoritissimo Pico, nonostante un problemino al ginocchio, inaspettatamente era arrivato anche il record personale a 2,08 metri.

Tornato nella sua città nel 1969, inizia la sua attività di allenatore, ma incontra il prof. Renato Carnevali, altra icona dell’atletica italiana, che lo indirizza ad aumentare la sua forza muscolare (la tecnica c’è già). Il ginocchio continua a dare fastidio ma agli Italiani di Roma è ancora terzo e quello che più conta a 2,10. Ma non aveva abbandonato gli ostacoli, in quella rassegna si cimenta anche sui 110, dove in finale è addirittura quinto in 15″1; il telecronista della RAI Paolo Rosi lo definisce addirittura un decatleta, figuriamoci!

In seguito Vittoriano si è dedicato interamente all’insegnamento, soddisfazioni diverse, ma ci riferisce, è come rivivere le proprie emozioni negli atleti che alleni. Il suo pupillo rimane Andrea Lemmi, ma ora c’è da seguire anche Filippo Lari che promette assai bene. Questo è Vittoriano Drovandi, ormai ha visto passare generazioni di atleti, e a dirla proprio tutta, non possiamo che condividere quel nomignolo con cui da sempre è identificato sui campi di atletica: Babbo!!

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